PIÙ FAME CON GLI OGM| LE BUGIE DELLA GLOBALIZZAZIONE |
| Il discorso sulla globalizzazione è argomento
sicuramente spinoso e impossibile da affrontare in poche righe: ha i
suoi vantaggi e ha, ovviamente, le sue debolezze. Quello che non ci
convince è sostenere che la globalizzazione, da un punto di vista
occidentale e prettamente economico, sia l'unica maniera per battere
la fame nel cosiddetto Terzo Mondo e per donare un "modesto
benessere e una speranza di futuro a oltre un miliardo di persone",
come ha sostenuto sulla Stampa Mario Deaglio. In primo luogo
perché il concetto di benessere non è necessariamente lo stesso per un
peruviano, per un abitante delle isole Samoa o per un londinese. (E
non iniziamo nemmeno il discorso sulla creazione di bisogni,
occidentali, strumentali alla vendita di prodotti e servizi in mercati
ancora vergini, o quasi, nuove frontiere per un capitalismo globale
che cerca di allargarsi sempre più). In secondo luogo perché è
nuovamente una distorsione dettata dal nostro essere immersi in una
cultura produttivo-consumistica guardare a coltivazioni non
intensive e considerarle anacronistiche e non funzionali ai bisogni
della gente.
Bisogna altresì considerare che gli Ogm aumenteranno la fame nel
mondo perché introdurranno un'agricoltura sempre più incentrata
sulle monocolture, sostenute da grandi capitali e da prodotti chimici,
soppiantando i piccoli agricoltori che usano la biodiversità per
nutrire sé e le loro famiglie. Le piccole fattorie sono più produttive
delle monocolture industriali. Generalmente la resa si riferisce alla
produzione per unità di superficie di un'unica coltura, e ovviamente
piantare una sola varietà aumenterà la resa, mentre piantare più
varietà insieme determinerà una resa minore delle singole varietà, ma
frutterà un'elevata produzione di cibo. Dal punto di vista della
biodiversità, una produttività fondata su molteplici colture è
maggiore di quella monocolturale. Nei campi terrazzati dell'alto
Himalaya le contadine coltivano a rotazione miglio, legumi, diverse
varietà di soia e fagioli. La produzione totale è di quasi 6000 kg per
acro, circa il sestuplo delle monocolture industriali di riso.
Ha ragione Bové quando sostiene che l'agricoltura contadina deve
essere economicamente efficace, e deve permettere al maggior
numero di contadini, nel mondo, di vivere decentemente del proprio
lavoro producendo un'alimentazione sana e di qualità. Quello che
voglio dire è che non sono contro la globalizzazione, se, come diceva
Deaglio, servisse davvero a "venire a contatto con la diversità,
accettare di avere qualcosa da imparare dagli altri, essere pronti a
scambiare non solo merci ma anche cultura". Il problema è che non è
quasi mai così: il flusso è univoco, da Occidente verso zone altre che
servono a guadagnare di più e con le quali l'unico scambio concepito
è quello monetario. Se poi, come succede, si tende a imporre un
modello alimentare a basso costo, e di infima qualità (come la carne
agli ormoni di McDonald's), sbandierando la democraticità del
prezzo accessibile a tutti, allora non ci stiamo più. E' un aggiungere
al danno (la perdita di biodiversità, l'omologazione culturale e
gustativa) la beffa (il miraggio del risparmio e del guadagno). Perché,
a prescindere dalle carestie e dalle guerre - fattori contingenti che non
crediamo particolarmente legati alla mancata apertura all'Occidente e
ai suoi modelli - il cibo serve a nutrire, prima che ad arricchire chi lo
produce. |