Desacralizzare fa bene alla vita| Capire e curare, da sempre lontano dagli
dei |
| Il primo fu Ippocrate. Lontano dall'acropoli, dove gli asclepìadi esercitavano nel tempio della salute la sacra "Cura degli dei", il medico ippocratico esercitava la profana "arte della cura" nella bottega artigianale vicina alla piazza del porto o del mercato. Nella democratica Atene di Pericle e di Socrate egli non teneva in gran conto gli dei. Per questo Ippocrate smitizzava il Male sacro, a proposito del quale scriveva: "Per nulla, mi sembra, più divino delle altre malattie o più sacro, ma ha struttura naturale e cause razionali; gli uomini tuttavia lo ritengono in qualche modo opera divina per inesperienza o stupore".La malattia, dunque, non era affatto qualcosa di soprannaturale che veniva dall'alto, come si credeva; non era affatto dovuta a una colpa umana suscitatrice della collera divina. Per capirne la vera natura era necessario de-sacralizzarla, secondo ragione.
La de-sacralizzazíone della malattia fu il primo passo. A questo seguì, a distanza di molti secoli, la de-sacralizzazione del corpo morto. L'anatomia umana potè costituire la base dì lancio della medicina moderna quando, rimossi precedenti divieti de cadaverum sectione, l' "apertura" del cadavere cessò d'essere vista come una peccaminosa dissacrazione. Le "sezìoni" cadaveriche divennero operazioni scientifico-rituali da eseguirsi in inverno, non tanto perché questa era la stagione dell'anno più favorevole per la conservazione dei cadaveri, quanto perché in essa cadeva la Quaresima, periodo penitenziale propizio alla contrizione post-carnascialesca, alla mortificazione, alle meditazioni sulla morte, d'ogni tipo, anche anatomiche. Fu così che Andrea Vesalio potè nel 1543 ricavare dalla sua grande esperienza di perito settore il trattato De humani corporis fabrica, manifesto del nuovo metodo anatomico.
Poco dopo Vesalio, un altro grande nome del "Rinascimento medico", Bartolomeo Eustachi (quello che descrisse i condotti tubarici o "trombe" che uniscono orecchi e retrobocca, mise il sigillo dei tempi sulla sperimentazione anatomica: tagliati i nervi vocali ai cani perché non potessero latrare, "apriva" gli animali vivi "per vedere in qual modo il cuore battesse" e negli stessi cani, "legati ed incisi nel basso ventre, cercava di qual guisa l'orina dagli ureteri scendesse in vescica". L'"anatomia viva" o fisiologia, matrice della clinica d'oggi a cui dobbiamo tanti benefici, passò - ahimè per più secoli - sui corpi vivi di centinaia e migliaia di "animali martiri". Forse perché la loro vita non era sacra, non si parlò mai di de-sacralizzazione del (loro) corpo vivente.
Non di de-sacralizzazione, ma di dissacrazione della vita si parlò invece quando, di fronte agli insuccessi mortali delle seicentesche prime trasfusioni di sangue (primi trapianti di tessuti organici della storia!) si disse che la morte era l'inevitabile punizione della colpa commessa da chi pretendeva di prolungare la propria vita appropriandosi del sangue altrui; e ancora di dissacrazione della vita si parlò quando, di fronte alle settecentesche prime pratiche di vaccinazione, si disse che l'inoculazione del pus vaccino contraddiceva al principio della sacralità della vita umana poiché "minotaurizzava" quest'ultima rendendo gli umani metà uomini e metà bestie. Tali dicerie sarebbero state poi sfatate dalla scoperta dei gruppi sanguigni e dei processi immunitari di antigeni e anticorpi. Trasfusioni e vaccinazioni avrebbero lasciato alle proprie spalle i vecchi anatemi.
Sacro è una parola grossa.La storia - Historia magistra - insegna a pronunciarla con prudenza e rispetto. |