| Il difficile dialogo con le Chiese sorelle | Il cristianesimo è costitutivamente
evangelo, cioè "buona notizia", ma questa
buona notizia è confidata agli uomini, i
quali la possono proclamare e trasmettere,
ma non sempre attraverso una "buona
comunicazione". Alcune volte questa
buona notizia può perciò risultare poco
comprensibile, altre volte può apparire
troppo severa e intransigente, altre ancora
può sembrare contraddire la stessa bontà
della notizia. Del documento emanato dalla
Congregazione per la dottrina della fede -
che ha già iniziato a destare perplessità e
contestazioni negli ambienti teologici ed
ecumenici della stessa chiesa cattolica e
nelle altre chiese cristiane - risulta difficile
una lettura che tenga conto solo
dell'intenzione e dell'ansia pastorale che ha
destato la dichiarazione. Va detto con
chiarezza: i documenti del concilio
Vaticano II sono costantemente citati nella
dichiarazione, la quale conserva una
continuità sostanzialmente fedele al dettato
del concilio, ma va riconosciuto che questo
testo si pone di fatto come
un'interpretazione dei testi conciliari e,
come ogni interpretazione, può essere
restrittiva o estensiva.
Quali sono i punti più discussi del
documento? Innanzitutto il testo vuole
reagire di fronte a quello che viene indicato
come il relativismo oggi dominante
soprattutto in occidente: l'idea, cioè, che
tutte le religioni siano, per i loro seguaci,
vie ugualmente valide di salvezza, con la
conseguente relativizzazione della fede in
Gesù Cristo, non più unica e definitiva
narrazione di Dio e dunque non più "figlio
del Dio vivente". In realtà ci sono teologi
cristiani impegnati nel dialogo con le
religioni (Knitter, Hick) che non solo
relativizzano l'unicità della mediazione di
Cristo, ma che arrivano addirittura a
ritenere che il Dio Trinità, Cristo, Allah,
Brama, Visnù o il vuoto buddista siano
espressioni fenomenologiche di una Realtà
Ultima che non osano neppure nominare
con il termine "Dio".
Certamente la chiesa non può acconsentire
a tali posizioni in cui viene negata la
qualità divina dell'unico Figlio di Dio,
Gesù Cristo, Parola di Dio diventata uomo
in Gesù di Nazaret, morto perché vero
uomo, risorto per la potenza del Padre da
cui era venuto nel mondo. La fede cristiana
non sarebbe più tale se non fosse annuncio
scandaloso dell' incarnazione, cioè di un
Dio fattosi uomo fino alla morte, e alla
morte ignominiosa della croce. Per i
cristiani, Gesù di Nazaret non è una delle
incarnazioni possibili di Dio e di un essere
divino preesistente, non è una delle
manifestazioni possibili nella storia della
sapienza eterna (Pannikar), ma è colui che
ci ha spiegato, narrato Dio nella sua carne e
nella storia, perché venuto da Dio e a Dio
ritornato, è colui in cui abita
corporalmente la pienezza della divinità.
Il documento ribadisce dunque ciò che
proclama il Nuovo Testamento, ciò che
tutte le chiese hanno sempre creduto e
testimoniato. Questa fede, e questa
consapevolezza, non esclude il dialogo
interreligioso perché, mentre riconosce che
la rivelazione si è compiuta
definitivamente in Gesù Cristo, attesta la
possibilità di discernere "semi del Verbo",
"ispirazioni dello Spirito santo" anche nelle
altre religioni. Parimenti questa fede non
esclude dalla salvezza gli uomini che non
sono cristiani perché le loro religioni non
sono unicamente sotto il segno del peccato
dell'uomo: in esse c'è un "bonum" che è la
via alla salvezza operata dallo Spirito di
Cristo. D'altronde il concilio Vaticano II
aveva già dichiarato che "lo Spirito santo
dà a tutti la possibilità di partecipazione al
mistero pasquale in un modo che solo Dio
conosce" (Chiesa e mondo contemporaneo,
22).
Gli uomini possono essere salvati da
Cristo non a dispetto delle loro vie
religiose, ma in esse e attraverso di esse,
come dichiarato nel documento "Dialogo e
annuncio" pubblicato nel 1991 da
organismi vaticani. Certamente, chi non
aveva compreso bene "l'evento Assisi" può
sentire questo documento contraddittorio
allo spirito e alla prassi del dialogo
interreligioso, avviato, non lo si
dimentichi, proprio dalla chiesa cattolica, e
da essa perseguito con convinzione.
Tuttavia il documento avrebbe anche
potuto non limitarsi a denunciare i pericoli
"dell'ideologia del dialogo" e mettere
maggiormente in evidenza che la verità del
cristianesimo non è né esclusiva né
inclusiva e che, comunque, per
comprendere meglio la verità cristiana è
necessario anche conoscere la verità degli
altri, perché nessuno ha un possesso
totalitario della verità.
L'andare verso la verità intera, che sta
sempre davanti alla chiesa in modo
escatologico, fa sì che la rivelazione
cristiana stessa, compiuta in Cristo, la si
possa sempre capire meglio attraverso
l'intelligenza umana, debitrice anche delle
altre religioni e della storia. Il Cristo totale
di cui parla san Paolo "reintesta", ricapitola
tutte le realtà della storia, ma questa azione
di compimento non nega né distrugge ciò
che il Cristo incontra. Gesù Cristo compie
tutta la profezia che lo precede e lo segue,
ma non la svuota, allo stesso modo in cui
la chiesa non si sostituisce a Israele: infatti,
come ha affermato più volte Giovanni
Paolo II, l'alleanza nuova non ha abolito né
svuotato l'alleanza sancita da Dio con
Israele (vedere il Discorso a Magonza
1980). Non è giustificata comunque la
comprensione di molti commentatori che
hanno letto nel documento un ritorno
all'adagio di Cipriano - "fuori della chiesa,
nessuna salvezza" - compreso come se
fuori della chiesa cattolica visibile non
fosse possibile la salvezza.
In verità è un altro il punto del documento
che appare più difficile da recepire, e
riguarda l'ecumenismo cristiano: là dove si
ricorda il Vaticano II e la sua formula "la
chiesa fondata da Cristo... sussiste nella
chiesa cattolica". Questa formula - che
significa innanzitutto l'esistenza di
continuità storica tra chiesa fondata da
Cristo e la chiesa cattolica governata dal
successore di Pietro e dai vescovi in
comunione con lui - nel documento viene
interpretata in modo restrittivo quando vi
si afferma che "la chiesa di Cristo...
continua a esistere pienamente soltanto
nella chiesa cattolica". Qui va riconosciuto
che si dà un' interpretazione posta come
magisteriale e dottrinalmente definitiva a
un'affermazione che finora aveva avuto
altre interpretazioni. Molti teologi, a pieno
titolo cattolici e presenti in organismi
pontifici, infatti, avevano spiegato che la
chiesa corpo di Cristo non sussiste solo
nella chiesa cattolica, ma anche nelle altre
chiese dotate di autentiche dimensioni
apostoliche di verità e di ecclesialità.
E' chiaro che l'interpretazione data dalla
dichiarazione Dominus Jesus suonerà per
molti contraddittoria rispetto al cammino
teologico ed ecumenico percorso in questi
trent'anni successivi al Vaticano II. Non si
rischia con un tale linguaggio di richiedere
agli altri cristiani un "ritorno" alla chiesa
cattolica romana? E le stesse chiese
ortodosse, da Paolo VI in poi sempre e
tuttora chiamate "chiese sorelle", che
credono che la chiesa fondata da Cristo
sussiste nella loro "comunione di chiese",
non si sentiranno non riconosciute e
giudicate depauperate? Le chiese della
Riforma, dal canto loro, non constateranno
che non è neppure riconosciuta loro la
qualità di chiese autentiche e che di fatto si
torna a parlare di loro come di
"denominazioni o comunità ecclesiali",
come ai tempi del concilio?
Nell'attuale inverno dell'ecumenismo tra le
chiese questo documento non sarà un
ostacolo insormontabile per andare avanti,
ma certo la sua ricezione risulterà faticosa
in ambito ecumenico e desterà
interrogazioni, diffidenze e disillusioni
nelle altre chiese cristiane. |