RASSEGNA STAMPA

8 SETTEMBRE 2000
EZIO BIANCHI
Il difficile dialogo con le Chiese sorelle
Il cristianesimo è costitutivamente evangelo, cioè "buona notizia", ma questa buona notizia è confidata agli uomini, i quali la possono proclamare e trasmettere, ma non sempre attraverso una "buona comunicazione". Alcune volte questa buona notizia può perciò risultare poco comprensibile, altre volte può apparire troppo severa e intransigente, altre ancora può sembrare contraddire la stessa bontà della notizia. Del documento emanato dalla Congregazione per la dottrina della fede - che ha già iniziato a destare perplessità e contestazioni negli ambienti teologici ed ecumenici della stessa chiesa cattolica e nelle altre chiese cristiane - risulta difficile una lettura che tenga conto solo dell'intenzione e dell'ansia pastorale che ha destato la dichiarazione. Va detto con chiarezza: i documenti del concilio Vaticano II sono costantemente citati nella dichiarazione, la quale conserva una continuità sostanzialmente fedele al dettato del concilio, ma va riconosciuto che questo testo si pone di fatto come un'interpretazione dei testi conciliari e, come ogni interpretazione, può essere restrittiva o estensiva.
Quali sono i punti più discussi del documento? Innanzitutto il testo vuole reagire di fronte a quello che viene indicato come il relativismo oggi dominante soprattutto in occidente: l'idea, cioè, che tutte le religioni siano, per i loro seguaci, vie ugualmente valide di salvezza, con la conseguente relativizzazione della fede in Gesù Cristo, non più unica e definitiva narrazione di Dio e dunque non più "figlio del Dio vivente". In realtà ci sono teologi cristiani impegnati nel dialogo con le religioni (Knitter, Hick) che non solo relativizzano l'unicità della mediazione di Cristo, ma che arrivano addirittura a ritenere che il Dio Trinità, Cristo, Allah, Brama, Visnù o il vuoto buddista siano espressioni fenomenologiche di una Realtà Ultima che non osano neppure nominare con il termine "Dio".
Certamente la chiesa non può acconsentire a tali posizioni in cui viene negata la qualità divina dell'unico Figlio di Dio, Gesù Cristo, Parola di Dio diventata uomo in Gesù di Nazaret, morto perché vero uomo, risorto per la potenza del Padre da cui era venuto nel mondo. La fede cristiana non sarebbe più tale se non fosse annuncio scandaloso dell' incarnazione, cioè di un Dio fattosi uomo fino alla morte, e alla morte ignominiosa della croce. Per i cristiani, Gesù di Nazaret non è una delle incarnazioni possibili di Dio e di un essere divino preesistente, non è una delle manifestazioni possibili nella storia della sapienza eterna (Pannikar), ma è colui che ci ha spiegato, narrato Dio nella sua carne e nella storia, perché venuto da Dio e a Dio ritornato, è colui in cui abita corporalmente la pienezza della divinità.
Il documento ribadisce dunque ciò che proclama il Nuovo Testamento, ciò che tutte le chiese hanno sempre creduto e testimoniato. Questa fede, e questa consapevolezza, non esclude il dialogo interreligioso perché, mentre riconosce che la rivelazione si è compiuta definitivamente in Gesù Cristo, attesta la possibilità di discernere "semi del Verbo", "ispirazioni dello Spirito santo" anche nelle altre religioni. Parimenti questa fede non esclude dalla salvezza gli uomini che non sono cristiani perché le loro religioni non sono unicamente sotto il segno del peccato dell'uomo: in esse c'è un "bonum" che è la via alla salvezza operata dallo Spirito di Cristo. D'altronde il concilio Vaticano II aveva già dichiarato che "lo Spirito santo dà a tutti la possibilità di partecipazione al mistero pasquale in un modo che solo Dio conosce" (Chiesa e mondo contemporaneo, 22). Gli uomini possono essere salvati da Cristo non a dispetto delle loro vie religiose, ma in esse e attraverso di esse, come dichiarato nel documento "Dialogo e annuncio" pubblicato nel 1991 da organismi vaticani. Certamente, chi non aveva compreso bene "l'evento Assisi" può sentire questo documento contraddittorio allo spirito e alla prassi del dialogo interreligioso, avviato, non lo si dimentichi, proprio dalla chiesa cattolica, e da essa perseguito con convinzione.
Tuttavia il documento avrebbe anche potuto non limitarsi a denunciare i pericoli "dell'ideologia del dialogo" e mettere maggiormente in evidenza che la verità del cristianesimo non è né esclusiva né inclusiva e che, comunque, per comprendere meglio la verità cristiana è necessario anche conoscere la verità degli altri, perché nessuno ha un possesso totalitario della verità. L'andare verso la verità intera, che sta sempre davanti alla chiesa in modo escatologico, fa sì che la rivelazione cristiana stessa, compiuta in Cristo, la si possa sempre capire meglio attraverso l'intelligenza umana, debitrice anche delle altre religioni e della storia. Il Cristo totale di cui parla san Paolo "reintesta", ricapitola tutte le realtà della storia, ma questa azione di compimento non nega né distrugge ciò che il Cristo incontra. Gesù Cristo compie tutta la profezia che lo precede e lo segue, ma non la svuota, allo stesso modo in cui la chiesa non si sostituisce a Israele: infatti, come ha affermato più volte Giovanni Paolo II, l'alleanza nuova non ha abolito né svuotato l'alleanza sancita da Dio con Israele (vedere il Discorso a Magonza 1980). Non è giustificata comunque la comprensione di molti commentatori che hanno letto nel documento un ritorno all'adagio di Cipriano - "fuori della chiesa, nessuna salvezza" - compreso come se fuori della chiesa cattolica visibile non fosse possibile la salvezza.
In verità è un altro il punto del documento che appare più difficile da recepire, e riguarda l'ecumenismo cristiano: là dove si ricorda il Vaticano II e la sua formula "la chiesa fondata da Cristo... sussiste nella chiesa cattolica". Questa formula - che significa innanzitutto l'esistenza di continuità storica tra chiesa fondata da Cristo e la chiesa cattolica governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui - nel documento viene interpretata in modo restrittivo quando vi si afferma che "la chiesa di Cristo...
continua a esistere pienamente soltanto nella chiesa cattolica". Qui va riconosciuto che si dà un' interpretazione posta come magisteriale e dottrinalmente definitiva a un'affermazione che finora aveva avuto altre interpretazioni. Molti teologi, a pieno titolo cattolici e presenti in organismi pontifici, infatti, avevano spiegato che la chiesa corpo di Cristo non sussiste solo nella chiesa cattolica, ma anche nelle altre chiese dotate di autentiche dimensioni apostoliche di verità e di ecclesialità.
E' chiaro che l'interpretazione data dalla dichiarazione Dominus Jesus suonerà per molti contraddittoria rispetto al cammino teologico ed ecumenico percorso in questi trent'anni successivi al Vaticano II. Non si rischia con un tale linguaggio di richiedere agli altri cristiani un "ritorno" alla chiesa cattolica romana? E le stesse chiese ortodosse, da Paolo VI in poi sempre e tuttora chiamate "chiese sorelle", che credono che la chiesa fondata da Cristo sussiste nella loro "comunione di chiese", non si sentiranno non riconosciute e giudicate depauperate? Le chiese della Riforma, dal canto loro, non constateranno che non è neppure riconosciuta loro la qualità di chiese autentiche e che di fatto si torna a parlare di loro come di "denominazioni o comunità ecclesiali", come ai tempi del concilio? Nell'attuale inverno dell'ecumenismo tra le chiese questo documento non sarà un ostacolo insormontabile per andare avanti, ma certo la sua ricezione risulterà faticosa in ambito ecumenico e desterà interrogazioni, diffidenze e disillusioni nelle altre chiese cristiane.
inizio pagina
vedi anche
Filosofia e Religione