RASSEGNA STAMPA

3 SETTEMBRE 2000
FRANCESCA RIGOTTI
Un argine all'ingiustizia
Judith Shklar, "I volti dell'ingiustizia. Iniquità o cattiva sorte?", Feltrinelli, Milano 2000, pagg. 158, L. 35.000
"I malvagi spostano i confini, rubano le greggi e le guidano al pascolo. / Portano via l'asino degli orfani / e prendono in pegno il bue della vedova...".
Questo passo di Giobbe (24,2-3) fa parte della descrizione che il profeta compie della società ingiusta, in cui i poveri vengono sfruttati e sfrattati da ciò che possedevano per l'avidità e la prepotenza dei ricchi malvagi. La voce di Giobbe manifesta il risentimento di coloro che si vedono negati i benefici loro promessi e di quelli che non ottengono ciò che era loro dovuto. Alla società ingiusta e al concetto dì ingiustizia è dedicato il libro di Judith Shklar, che raccoglie le Storr Lectures tenute dall'autrice nel 1988 alla Yale Law School quattro anni prima della morte.
L'autrice, che è stata docente dì Scienze politiche presso l'università di Harvard e che si è sempre schierata a favore delle minoranze povere e per l'impegno sociale, scrive con passione, suscitando nel lettore intensa partecipazione. Ci occorre un'immagine nuova dell'ingiustizia: troppe volte condizioni di svantaggio, l'avere la pelle nera, o essere donna, sono state considerate effetto di sfortuna (gli ebrei ortodossi ringraziano Dio ogni giorno nelle preghiere del mattino per non averli fatti nascere donna). Ma quand'è che una disgrazia è il prodotto della sfortuna? E quando è un'ingiustizia? Come reagiamo all'ingiustizia in qualità di agenti e soprattutto di vittime? E perché cerchiamo sempre delle cause, dei responsabili della nostra sfortuna, agenti umani o divini che siano? Perché un mondo arbitrario e causale è difficile da sopportare, risponde Shklar, perché non riusciamo a reggere all'idea che il mondo sia un'accozzaglia di mali prodotti dal caso.
Le vittime dell'ingiustizia, che non sono altro, sentite che bella definizione che "persone giuste che si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato con la compagnia sbagliata" non ricevono sistematicamente e da ognuno manifestazioni di partecipazione, affetto, vicinanza, né sentono sempre voci che si levano a loro difesa. Solo pochi sono quelli che si schierano spontaneamente dalla parte degli oppressi e dei poveri, e anche costoro lo fanno di rado. Solo persone che condividono e praticano una teoria della cittadinanza repubblicana attiva possono contribuire alla condanna e all'eliminazione dell'ingiustizia: perché ingiusti non sono soltanto coloro che traggono vantaggi personali da atti ingiusti (ingiustizia attiva) ma anche quanti chiudono gli occhi davanti alle ingiustizie perpetrate attorno a loro (ingiustizia passiva).
Dobbiamo accettare che i membri più svantaggiati delle società soffrano della loro condizione anche se sembrano rassegnati alla loro sorte? E anche se si sono rassegnati come hanno potuto farlo, come possono i più poveri dei poveri, come potevano gli schiavi antichi convivere con la loro condizione, per ripetere una domanda di Amartya Sen, altro paladino dei poveri e dei reietti? Non può esservi nulla di più falso, argomenterebbe Judith Shklar, che attribuire accettazione e consenso a persone che non protestino; esse sanno benissimo che si tratta di cosa ingiusta e se non riescono a ribellarsi potranno essere le virtù repubblicane di altri ad aiutarle a uscire dall'ingiustizia che le opprime.
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vedi anche
Filosofia (e) politica