| Severino: "Usare gli embrioni è un omicidio. Ma lo è anche la
guerra" | "LA SCIENZA senza la religione è zoppa; la religione senza la scienza è cieca". Difficile dimenticare
questo pensiero di Einstein, che anticipa quanto Rita Levi Montalcini cerca di far capire ai giorni nostri,
per mediare tra scienza ed etica, mentre si acuiscono le polemiche sulla clonazione. La parola del Papa
("tali procedure, in quanto implicano la manipolazione e distruzione di embrioni umani, non sono
moralmente accettabili, neanche se finalizzate ad uno scopo in sé buono") ribadisce il "no" della Chiesa,
le ragioni della fede.
Fino a che punto queste possono conciliarsi con le esigenze della ricerca medica? C'è chi - come
Ceronetti, in un suo "pensiero del tè" - se la cava con una battuta: "La scienza fa battere i cuori più a
lungo, ma li ha avviliti. Paghiamola senza ringraziarla". Non basta. Quale altra consolazione si ricava
dalla filosofia? "Credo che gli avversari della posizione della Chiesa facciano male a considerare
l'utilizzo degli embrioni umani come un atto che non implichi un omicidio", risponde Emanuele
Severino, cattedra di Filosofia teoretica all'unversità di Venezia, studioso di Nietzsche al quale si è
ispirato per il suo ultimo libro, L'anello del ritorno. E', dunque, davvero un omicidio? "Certamente, anche
secondo me - spiega Severino - ma il problema è che la Chiesa riconosce invece la guerra, quando la
considera giusta, e fino a poco tempo fa pure la pena di morte. In ciò "pecca" d'incoerenza, mentre in
questioni del genere è proprio un atteggiamento di coerenza il problema primario. Direi che l'uso
dell'embrione umano sia assimilabile al soldato che va in guerra in vista di un maggior bene comune. Se
si accetta questo, non è possibile condannare quello, coerentemente".
Con quali regole, allora? "La scienza non ha e non conosce norme morali. Nella sua piena autonomia,
se uno scienziato pensa soltanto che sia possibile la clonazione, questa è già una realtà", risponde
Stefano Zecchi, il filosofo che popolarizza la sua materia anche in televisione, oltre che all'università
statale di Milano, dove insegna Filosofia estetica (Capire l'arte, è il titolo del suo ultimo saggio). Una
contrapposizione così netta, tra scienza ed etica, non rischia di inasprire gli schieramenti? "Proprio per
evitare questo rischio è bene ragionarne senza farsi indurre in semplificazioni", spiega Zecchi, tenendo
conto di una realtà che "naturalmente" prescinde da implicazioni etiche o religiose. E aggiunge: "Ogni
scienziato è fedele al suo sapere, nel processo di ricerca razionale e sperimentale. Se la Chiesa deve a
volte rivedere certe sue posizioni, anche a distanza di secoli, ciò dipende dal fatto che la tradizione
cristiana si mantiene fedele ad origini che non sono certo scientifiche, ma fideistiche, sacre. Ecco
perché è tragico il rapporto tra scienza e fede: è la tragedia della nostra umanità, espressa da Faust".
Ma spesso le ragioni della ricerca non sono meno fideistiche di quelle della religione, come aveva già
intuito il fondatore dell'antropologia, James Frazer, nel suo capolavoro Il ramo d'oro, al termine del quale
si afferma che "magia, religione e scienza sono nulla più che teorie del pensiero". Per cui "ogni
ostacolo al libero svilupparsi delle scoperte scientifiche è un torto fatto all'umanità". Se ne può essere
ciecamente convinti? "Avrei preferito che il Papa si esprimesse alla maniera di qualche suo
predecessore del secolo scorso, dicendo semplicemente che la clonazione è opera del demonio, senza
barcamenarsi nel dare un colpo al cerchio e uno alla botte", dice Manlio Sgalambro, scrittore di
filosofia che con i "positivismi" di ogni scienza va poco d'accordo. Ma non gli dispiace la visione
dell'uomo come "assemblaggio" di parti e organi diversi. "Non più come unità, sempre predicata e
privilegiata dalle religioni, ma proprio come sostituzione di pezzi", spiega Sgalambro, coerente con il
sottotitolo ("una lezione di metafisica") del suo ultimo testo, Trattato dell'età. "Purché - precisa - non sia
lesa l'entità e l'identità di ciascuno. Senza fare dell'io un altro, ma mettendolo in grado di sopravvivere più
a lungo come io, magari sostituendone alcune parti fisiche. Credo che la scienza debba proseguire su
questa strada".
In uno dei suoi primi libri, La morte del sole, Manlio Sgalambro citava, però, questo pensiero di Max
Weber: "La scienza medica non si pone la domanda se e quando la vita valga la pena di essere
vissuta". |