"Il confine tra vita e morteEcco il caso concreto" Il teologo don Cozzoli: ma rilevare i segni è compito della scienza
e non della fede |
| Stabilire un confine inequivocabile tra la vita e la morte. E avere a
disposizione gli strumenti necessari per riconoscerlo. Dal punto di
vista dell'etica quando si parla dell'espianto d'organi è questo uno
dei nodi centrali. Lo ha sottolineato ieri il Papa, dedicando a
questo tema la parte centrale del suo discorso al congresso
internazionale sui trapianti. Se la persona è l'unità tra corpo e
anima - ha spiegato - la morte è il momento in cui questa integrità
non c'è più. Ma come riconoscere in maniera certa un evento del
genere? Ci aiuta a rispondere don Mauro Cozzoli, docente di
teologia morale alla Pontificia università Lateranense. "Nelle
parole del Papa - premette il teologo - c'è una grande
considerazione per il ruolo della scienza: quando vogliamo
stabilire un confine tra la vita e la morte - ricorda il Pontefice -
abbiamo bisogno di segni rilevabili. E individuarli non è compito
della fede o della morale, ma della scienza".
| Quali indicazioni è in grado di dare la scienza in questo senso? |
"Mentre nel passato il rilievo empirico della morte era legato
esclusivamente a un criterio cardio-respiratorio, oggi la scienza ha
adottato anche il criterio neurologico: si parla di morte quando
viene a cessare ogni attività encefalica. Il Papa si mostra
consapevole di questa evoluzione. Nel citarla è scientificamente
molto preciso: non parla di morte cerebrale, terminologia che
potrebbe dare luogo a qualche equivoco, dato che non tutti per
cervello intendono l'intero contenuto della scatola cranica
(cervello, cervelletto e tronco). Recependo la definizione più
aggiornata della comunità scientifica, il Papa parla invece di
"cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica". Che
è un criterio scientificamente oggettivo".
| Però dice anche che il giudizio deve essere formulato caso per
caso. |
"Certo, perché anche nel momento finale della vita al centro resta
comunque la persona. L'accertamento della morte non è una
procedura meramente meccanica. Va stabilita meticolosamente,
caso per caso appunto. Il medico è chiamato in qualche modo ad
immedesimarsi nel morente. Perché ogni persona nel suo morire
presenta una situazione personale. E questo è tanto più vero oggi,
che i confini scientifici della certezza si spostano continuamente.
Ecco, allora, il concetto di "certezza morale" di cui parla il Papa".
| Questo non significa fare un passo oltre la scienza? |
"Il riconoscimento del punto di arrivo della scienza rimane. Ma il
dato scientifico va considerato alla luce dell'idea di persona.
Stabilire il confine tra la vita e la morte è declinare nel concreto
questa concezione: proprio mentre parla dei trapianti come forma
di promozione della cultura della vita, il Papa dice che non va
assolutamente dimenticata la dignità del donatore di organi. Non è
in alcun modo ammissibile che per dare la vita a qualcun altro si
crei un cadavere".
| Ma anche di fronte all'encefalogramma piatto non resta il
dubbio? |
"La domanda vera è: che cosa accadrebbe se pretendessimo
sempre una certezza fisica? Alla fine cadremmo nello scrupolo e
quindi nella non-azione. E i problemi etici, a quel punto, si
moltiplicherebbero a catena. Se non accettassimo il criterio
neurologico saremmo moralmente costretti a tenere centinaia di
pazienti attaccati a una macchina. E questo non sarebbe rispettoso
non solo di chi è in attesa di un trapianto, ma nemmeno della
dignità del morente, che diverrebbe vittima di un accanimento
terapeutico. Non sempre il rigorismo è a favore della vita: ci sono
anche casi in cui può diventare un'offesa". |