RASSEGNA STAMPA

30 AGOSTO 2000
CARLO BERNARDELLI
"Il confine tra vita e morte
Ecco il caso concreto"
Il teologo don Cozzoli: ma rilevare i segni è compito della scienza e non della fede
Stabilire un confine inequivocabile tra la vita e la morte. E avere a disposizione gli strumenti necessari per riconoscerlo. Dal punto di vista dell'etica quando si parla dell'espianto d'organi è questo uno dei nodi centrali. Lo ha sottolineato ieri il Papa, dedicando a questo tema la parte centrale del suo discorso al congresso internazionale sui trapianti. Se la persona è l'unità tra corpo e anima - ha spiegato - la morte è il momento in cui questa integrità non c'è più. Ma come riconoscere in maniera certa un evento del genere? Ci aiuta a rispondere don Mauro Cozzoli, docente di teologia morale alla Pontificia università Lateranense. "Nelle parole del Papa - premette il teologo - c'è una grande considerazione per il ruolo della scienza: quando vogliamo stabilire un confine tra la vita e la morte - ricorda il Pontefice - abbiamo bisogno di segni rilevabili. E individuarli non è compito della fede o della morale, ma della scienza".
Quali indicazioni è in grado di dare la scienza in questo senso?
"Mentre nel passato il rilievo empirico della morte era legato esclusivamente a un criterio cardio-respiratorio, oggi la scienza ha adottato anche il criterio neurologico: si parla di morte quando viene a cessare ogni attività encefalica. Il Papa si mostra consapevole di questa evoluzione. Nel citarla è scientificamente molto preciso: non parla di morte cerebrale, terminologia che potrebbe dare luogo a qualche equivoco, dato che non tutti per cervello intendono l'intero contenuto della scatola cranica (cervello, cervelletto e tronco). Recependo la definizione più aggiornata della comunità scientifica, il Papa parla invece di "cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica". Che è un criterio scientificamente oggettivo".
Però dice anche che il giudizio deve essere formulato caso per caso.
"Certo, perché anche nel momento finale della vita al centro resta comunque la persona. L'accertamento della morte non è una procedura meramente meccanica. Va stabilita meticolosamente, caso per caso appunto. Il medico è chiamato in qualche modo ad immedesimarsi nel morente. Perché ogni persona nel suo morire presenta una situazione personale. E questo è tanto più vero oggi, che i confini scientifici della certezza si spostano continuamente.
Ecco, allora, il concetto di "certezza morale" di cui parla il Papa".
Questo non significa fare un passo oltre la scienza?
"Il riconoscimento del punto di arrivo della scienza rimane. Ma il dato scientifico va considerato alla luce dell'idea di persona.
Stabilire il confine tra la vita e la morte è declinare nel concreto questa concezione: proprio mentre parla dei trapianti come forma di promozione della cultura della vita, il Papa dice che non va assolutamente dimenticata la dignità del donatore di organi. Non è in alcun modo ammissibile che per dare la vita a qualcun altro si crei un cadavere".
Ma anche di fronte all'encefalogramma piatto non resta il dubbio?
"La domanda vera è: che cosa accadrebbe se pretendessimo sempre una certezza fisica? Alla fine cadremmo nello scrupolo e quindi nella non-azione. E i problemi etici, a quel punto, si moltiplicherebbero a catena. Se non accettassimo il criterio neurologico saremmo moralmente costretti a tenere centinaia di pazienti attaccati a una macchina. E questo non sarebbe rispettoso non solo di chi è in attesa di un trapianto, ma nemmeno della dignità del morente, che diverrebbe vittima di un accanimento terapeutico. Non sempre il rigorismo è a favore della vita: ci sono anche casi in cui può diventare un'offesa".
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