| Come ripensare la malattia mentale | Lo psichiatra si confronta con questioni da sempre affrontate dai filosofi; questioni serie e complesse che una impostazione eminentemente bio-medica può portare a sottovalutare. Sul piano clinico, ad esempio, il delirio richiama il problema della verità e quello della realtà come costrutto, le "voci" allucinatorie quello della doppiezza della coscienza umana; i sensi di colpa che affliggono i depressi il problema del bene e del male morale, il suicidio, il problema della libera scelta. A cosa si riduce l'intervento terapeutico se si considerano questi fenomeni come semplici "sintomi", cioè segni oggettivi indicatori della presenza di una malattia? Hanno identico significato in ogni individuo, oppure esso varia in rapporto alla storia personale e al sistema dei valori di chi ne è portatore? Cosa diventa la cura se si ignorano gli orizzonti filosofici, le aporie epistemologiche ed etiche in cui si dibatte la coscienza umana, o si sottovaluta la portata esistenziale di tali questioni nella vita di chi soffre?
Non solo gli psichiatri hanno bisogno dei filosofi, ma anche i filosofi hanno
bisogno degli psichiatri. Se l'obiettivo della psichiatria è, in primo luogo, comprendere la condizione del singolo uomo sofferente (comprendere è curare), quello della filosofia è la comprensione della condizione umana in generale, in cui la sofferenza e la follia giocano un ruolo fondamentale. A partire da Hegel, in filosofia sono i fenomeni abnormi quelli "che portano i calzoni" (è il filosofo Austin a ribadirlo) e pertanto indicano la strada maestra nella conoscenza dell'uomo.
"La follia è uno stadio necessario nello sviluppo dello spirito": parole di Hegel, che cancellano in un sol colpo l'idea che la follia sia puro non-senso, la negazione dell'umanità dell'uomo. Al contrario, non si dà l'Uomo senza la possibilità della Follia. La vulnerabilità - cioè la condizione di possibilità della follia - e la condizione umana coincidono: l'eccentricità, la non coincidenza con se stesso. la mancanza di un correlativo oggettivo della propria identità, l'incompletezza come destino di un perpetuo divenire, la doppiezza come condanna della libertà e della responsabilità rappresentano la struttura formale sia dell'umanità dell'uomo sia della follia: questo è uno tra i più preziosi lasciti del Novecento in filosofia e in psichiatria.
Di questo discutono (tra tanti altri) R. Haffé e P. Rossi, D. Robinson e R. Meares, B. Callieri e K. Schaffner al IV Congresso Internazionale di Filosofia e Psichiatria, dal titolo "Follia, scienza e società" che si tiene in questi giorni a Firenze (26-29 agosto), organizzato dalla Società Italiana per la Psicopatologia e dal Philosophy Group del Royal College of Psychiatrics.
I passi principali della relazione di Schaffner sono riportati in questa pagina, e va detto che hanno generato un acceso dibattito prima ancora di essere presentati al Congresso. Nonostante la sua sostanziale, e sincera, aporeticità (ciò che mette in luce è principalmente il dissenso tra gli esperti), la posizione di Schaffner può essere criticata in più punti. Mi limiterò schematicamente ai due principali. In primo luogo gli aspetti fenomenologici-clinici del problema della vulnerabilità alla schizofrenia sono lasciati in ombra. Sappiamo che i cambiamenti comportamentali esemplificati sono in realtà sottesi da profonde modificazioni dello stato di coscienza: è necessaria una strettissima collaborazione tra filosofi, psicopatologi e neuroscienziati per comprendere le alterazioni sconvolgenti dello stato di coscienza che affiggono i giovani vulnerabili alla schizofrenia. Solo per citarne alcune: evanescenza dei significati di senso comune, perdita della capacità di distinguere tra rappresentazione e oggetto rappresentato, emergere alla coscienza di funzioni psichiche generalmente inconsce, spazializzazione dei propri processi di pensiero, eccetera. I "sintomi" riportati da Schaffner, essendo poco più che gusci comportamentali, anche per questo sono altamente aspecifici. Inoltre, contribuisce a questa aspecificità l'adesione al modello bio-medico secondo il quale sarebbe possibile tracciare un limite netto tra fenomeni psichici normali e patologici puramente sulla base delle caratteristiche di fenomeni avulsi. Questo approccio viene fortemente criticato da altri ricercatori, come ad esempio KWM Fulford e collaboratori del Consciousness Program alla Oxford University. Questo avanzato programma di ricerca ha già' contribuito a dimostrare empiricamente l'impossibilità di distinguere i fenomeni psicotici da quelli spirituali se estrapolati dalla struttura individuale dei valori e delle credenze: un problema non piccolo, tenuto conto dell'incidenza di esperienze di queste genere nei prodromi schizofrenici. La capacità da parte di questi fenomeni di generare soluzioni valide ai problemi dell'esistenza o, viceversa, produrre deragliamenti psicopatologici non sarebbe una caratteristica intrinseca ai fenomeni stessi, ma funzione del complesso rapporto fenomeno-individuo-società. |