La lezione che arriva dall'IndiaDemocrazía,
sistema sociale e religioso: un modello che funziona L'"economia
della dignità" pone al centro dello sviluppo l'elevazione
dell'individuo |
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| Guy Sorman, "Le Génie de l'Inde", Fayard, Paris ,
2000, pagg. 308, Ff. 120 | Se davvero è l'omologazione la faccia arcigna della globalizzazione, tutela delle differenze e salvaguardia delle identità saranno due voci insostituibili nelle future politiche di sviluppo e nel futuro assetto economico del pianeta. E se questa è la strada, c'è già un modello in funzione, che può realizzare il sogno di intrecciare lo sviluppo occidentale con la spiritualità orientale, l'India. Quell'India che già Tocqueville, col suo drammatico spirito profetico, aveva individuato come meta di un suo nuovo viaggio, col quale progettava di studiare un modello politico che gli appariva alternativo a quello occidentale, perché fondato su un sistema di comunità in grado di resistere allo statalismo nazionale. Tocqueville in India non riuscì ad andare; mentre ci è andato, negli ultimi mesi dello scorso anno, Guy Sorman, lo scrittore francese noto per i suoi precedenti, ed eccellenti, reportage sulle grandi correnti culturali contemporanee e, in particolare, su quelle neoliberali.
Se l'india è ancora una democrazia, come ha fatto a rimanerlo, caso unico tra i grandi Paesi del Terzo Mondo? Proprio per le sue peculiari caratteristiche sociali e politiche, risponde Sorman; per quelle caratteristiche che spesso fanno arricciare il naso agli osservatori più critici ma sprovveduti. Come il sistema delle caste, ad esempio, tuttora vigente di fatto, che rappresenta la ""soluzione indiana" per organizzare una società senza Stato" e che ha consentito di far sopravvivere una élite, completamente travolta, invece, in Cina.
Anche il complesso sistema religioso, fatto di tante fedi e credenze spesso intrecciate in un sincretismo senza paragoni, assicura all'India una tradizione di tolleranza, anzi di "tollerantismo" che fa giustizia delle pessimistiche previsioni di Huntington a proposito dello scontro fra civiltà: in India non ci sono fondamentalismi, ricordano i testimoni intervistati da Sorman. Lo stesso islamismo indiano dimostra che il fondamentalismo è un'invenzione interessata dell'Occidente: "Se contano i numeri, di fatto, le maggiori comunità musulmane al mondo sono quelle giavanesi e indiane, nelle quali la grande maggioranza non pratica un islam letterale, fondato sulla stretta osservanza del Corano".
La terza chiave di lettura del modello indiano, accanto a tolleranza e vitalità delle comunità locali, è per Sorman l'"economia della dignità", che pone al centro dello sviluppo non la ricerca della potenza nazionale, ma l'"elevazione della dignità dell'individuo", nel solco dell'insegnamento sempre attuale del Mahatma Gandhi che assumeva come misura dello sviluppo non lo Stato o la Nazione, ma l'uomo. Un insegnamento che si invera tuttavia nell'innovazione scientifica, nella sperimentazione, nel mercato, nell'imprenditorialità di stampo liberale; e che indica un'alternativa "allo sviluppo senza finalità delle nazioni più prospere e all'assenza di sviluppo di quelle più povere", aggiungendo un "supplemento d'anima" al mercato.
Belle parole? I dati sul tasso di sviluppo ìndiano, la trasformazione di Bangalore in uno dei grandi centri informatici, la diffusione di Internet dimostrano il contrario: l'India può davvero porsi come un modello. E non solo per i Paesi in via di sviluppo: perché lo scetticismo, il disincantamento del liberalismo pur vittorioso in Occidente dimostrano che lo sviluppo senza sosta non basta; e che quel "supplemento d'anima" che anche noi ricerchiamo magari inconsciamente può venire dall'Oriente. Non si tratta, avverte Sorman, di intraprendere un nuovo turismo; ma di riflettere sulla possibilità di riconoscere fratelli, di realizzare la tolleranza, di "intrattenere un rapporto diverso con l'economia, la cui finalità dovrebbe diventare non una pura esibizione di un consumismo divenuto folle, ma l'accesso per tutti alla medesima dignità". |