RASSEGNA STAMPA

19 AGOSTO 2000
ROSALBA CONSERVA
Bateson, un ponte tra uomo e natura
"Verso un'ecologia della mente", scritto nel '72, tradotto in Italia nel '76, ha superato le 50 mila copie, con ben 17 edizioni, un classico da leggersi come "Guerra e pace"
Gregory Bateson, "Verso un'ecologia della mente", traduzione di G. Longo eG. Tratteur, Adelphi, pp. 604, L. 55.000
Nella Prefazione a Verso un'ecologia della mente (d'ora in avanti VEM) Bateson parla della fiducia - a suo parere immeritata - di coloro che lo stavano a sentire e lavoravano con lui: "Essi in realtà non sanno che cosa io sto facendo. Come possono saperlo se io stesso non lo so?".
Egli in verità lo sapeva bene: al Bateson biologo, naturalista, antropologo, etologo e molte altre cose, già alla fine degli Anni Cinquanta erano chiare natura e forma di quello che cercava, allorché la formazione scientifica acquisita al St. John's College di Cambridge e sostenuta da una "famiglia didattica"" (suo padre William è stato il fondatore della genetica) si combinò con la cibernetica di Wiener e con la Teoria dei Tipi logici di Russell e Whitehead.
Il concetto di feed-back che la cibernetica fornì alla scienza del secondo Novecento appariva a Bateson non soltanto un formidabile strumento "per cambiare la nostra strategia di controllo" (noi siamo parte del sistema che vogliamo cambiare, controllare, progettare) ma anche e soprattutto un modo di pensare accessibile alla gente comune: "Una più umana filosofia".
Quando nel 1972 uscì VEM, una antologia di scritti che egli curò assieme ai suoi allievi, Bateson aveva 68 anni: era un uomo dalle poche letture - tre, quattro libri l'anno, libri molto meditati -, impegnato piuttosto, oltre che alla ricerca continua di una fonte di reddito, a riconsiderare le sue idee, a ricontestualizzarle in campi di studio differenti, e a costruire quadri teorici e modelli scientifici che fossero così rigorosi e astratti da rendere impossibile una "concretezza malposta": le teorie - diceva - servono per pensare, non per essere applicate a organismi viventi.
L'unificazione delle scienze naturali con le scienze umane - il presupposto che regge tutto quanto il pensiero di Bateson - si accompagna alla sperimentazione di una "grammatica" descrittiva che fosse in "risonanza" con l'oggetto delle sue indagini (i delfini, gli schizofrenici, i balinesi ... ), e che avesse la stessa "doppia rilevanza" dei metaloghi, quel suo conversare sul modo di conversare: "La storia della teoria evoluzionistica è inevitabilmente un metalogo tra uomo e natura, in cui la creazione e l'interazione delle idee devono necessariamente esemplificare il processo evoluzionistico". Il gioco - una delle attività più "logiche" e "serie" degli esseri umani e dei mammiferi non-umani - è visto come un intreccio paradossale di tipi logici teso a scoprire le regole che reggono e sostengono le idee: "Ma che regole abbiamo noi?" - chiede la Figlia nel metalogo. "Dei giochi e della serietà" -. "Io so di essere serio (qualunque ne sia il significato) nelle cose di cui parliamo - risponde il Padre -. Noi parliamo di idee. E io so di giocare con le idee allo scopo di comprenderle e metterle insieme". Ed è con la serietà di chi tratta questioni "di importanza vera e vitale" che Bateson esplora con improvvisazione solo apparente vari campi (antropologia, linguistica, psicologia, ecc.) superando le tradizionali divisioni dei saperi incasellati nelle strettoie delle discipline.
Per attraversare questi cammini e contemperare linearità e ricorsività, il particolare che è significativo di se stesso e il tutto che lo contiene e lo rimanda ad altri significati, forse non c'è altra guida che Bateson.
Di solito una recensione - un discorso su un altro discorso fornisce una mappa sintetica del "territorio" che vuole coprire o imprigionare. Per un romanzo sarà la trama, per un libro di scienza basterà che il recensore ricostruisca in una frase-chiave l'argomento che regge la tesi del libro, o che la riconosca affermata a chiare lettere dall'autore stesso. Nel caso di VEM la mappa dovrebbe somigliare a quella impossibile carta che l'imperatore voleva grande quanto l'impero. Insomma, la frase riassuntiva non c'è, e se c'è è una frase nominale: il titolo. Per di più, come succede per un'opera letteraria dove il cosa non è separabile dal come, anche negli scritti di Bateson è tutta una questione di stile.
Nell'elenco dei libri che, allo svoltare del millennio, qualche autorevole studioso avrà compilato, chissà se c'era VEM. Più che salvare VEM come un simulacro di un secolo trascorso, della cui essenza rappresenterebbe - assieme ad altri libri - la memoria, VEM è un libro da leggere. Ciò apparirà ovvio, è ovvio che se qualcuno salva dalla dimenticanza un libro è perché ne ritiene utile la lettura, tuttavia conviene ribadire questa ovvietà. Bateson si rammaricava del fatto che le sue opere fossero conosciute per frammenti, e anche oggi sono in tanti coloro che affermano dì conoscerlo pur non avendo letto nessuna delle sue opere per intero, e altrettanti quelli che hanno abbandonato l'impresa dichiarando di non capirlo.
In verità le pagine di Bateson sono così ardue da legittimare certe perplessità: cosa vuole dirci? cosa devo già conoscere per poterlo capire davvero?
Se per affrontare la lettura di Mente e Natura è consigliabile un ripasso di nozioni elementari di biologia, genetica, evoluzionismo, e anche di fisica (ottica e meccanica), teoria dei sistemi. .., per affrontare VEM non occorre saperne già tanto di scienza e di filosofia.
Occorre invece la predisposizione a stare a sentire, la decisione di "perdere tempo", di leggere e dì meditare, come si fa con i classici, i quali incontrano il pensiero umano quasi fossero fuori della storia e delle contingenze, e perciò intanto ci fanno capire la storia che ci attraversa e che attraversiamo, e ci aiutano a dare significato alle contingenze.
Quando nel 1972 Giuseppe Trautteur, consulente scientifico dì Adelphi, parlò all'amico Giuseppe O. Longo di Step to an Ecology of Mind, e l'anno dopo gli propose di tradurlo, forse non immaginava che, a oltre vent'anni dalla sua uscita in Italia (1976), VEM avrebbe continuato ad avere così tante edizioni. Quella attuale è la diciassettesima, arricchita di un prezioso glossario e altri sei saggi. Nessuno dei 28 titoli della prestigiosa Biblioteca scientifica di Adelphi lo ha eguagliato (Mente e natura ha avuto 10 edizioni; -Goedel, Escher, Bach di Hofstadter 5).
Ma chi sono questi lettori di Bateson, uno scienziato e filosofo della natura che fu tanto marginale alla cultura del suo tempo quanto lo sono gli studiosi che oggi si richiamano alle sue teorie? Chi sono queste cinquantamila (forse più) persone che hanno compiuto il miracolo di 17 edizioni di un libro per niente facile? Oltre che specialisti (antropologi, sociologi, psicologi) sono persone comuni, le quali hanno imparato, attraverso Bateson, che "i processi ecologici non possono essere beffati".
Oggi potremmo giurare di conoscere lo stato delle cose. Sappiamo tanta storia, tanta scienza, disponiamo di una potente tecnologia... ma non sappiamo come "pensarle". Non sappiamo quasi nulla dei processi che governano le "idee", non riflettiamo abbastanza sulla "finalità cosciente" che ci fa agire su "archi di interi circuiti".
Eppure, a differenza di altri animali, noi umani siamo predisposti a pensare entro quell'ordine di complessità che ci rende consapevoli della natura dei processi e della loro ricaduta: "Quando il puma uccide il cervo non lo fa di certo per proteggere l'erba da una eccessiva brucatura".
L'acquisizione della natura cibernetica dei processi viventi è ormai - sostiene Bateson - "un processo irreversibile", con il suo carico di inquietudine (il puma "non prova né il fastidio né la gioia che danno le idee sull'ecologia").
Che differenza c'è però tra il conoscerla e l'essere dentro una visione ecosistemica?
Immaginiamo una sala cinematografica dove tutti si alzano via via in piedi per vedere meglio e a quel punto vedono cosi come avrebbero visto se fossero rimasti seduti. Alcuni - pochi - hanno scelto di non alzarsi: del film non vedono nulla, nemmeno uno scorcio, però, improvvisamente, hanno la chiara percezione dell'insensatezza altrui. A questo punto si alzano e si adoperano a convincere gli altri che stanno sbagliando. Ma qual è la natura dell'errore? E da quale presupposto è nata la scelta dei pochi dì non seguire i più?
Fuori di metafora, coloro che si impegnano in argomentazioni ecologiche per mettere sulla strada di una "buona" ecologia "gli altri", gli amministratori, i politici, e così via - hanno anch'essi bisogno di risalire alla premesse del proprio pensiero, sono anch'essi parte dell'errore che vanno denunciando. . Conviene leggere Bateson, e senza alcuna finalità, senza alcun intento "applicativo", così come leggiamo Guerra e pace non per apprendere e poi applicare una qualche strategia di attacco e di difesa.
Infine, accontentandosi a tratti di una comprensione imperfetta, ci si scoprirà diversi, o per meglìo dire ci si scoprirà quelli di prima, con la differenza che si avranno parole per dare forma ai propri pensieri. E proprio come accade in virtù di quei classici che hanno accompagnato e segnato la storia dell'umanità, riscopriremo la natura di ciò che già sappiamo e fondamenti del nostro dissentire. Meno compromessi (o diversamente compromessi) con le patologie del nostro tempo, potremo, se non evitarle del tutto, "vivere le nostre follie in una prospettiva più vasta".
inizio pagina
vedi anche
Cultura e societ…