Il cervello del topo
contro l'AlzheimerPubblicati su una rivista scientifica i
risultati di un esperimento condotto
sull'animale Un gruppo di ricercatori
guidato dal biofisico
Antonino Cattaneo è riuscito
a ricreare per la prima
volta le degenerazioni
cerebrali in alcuni
roditori transgenici |
| Sesto secolo avanti Cristo: uno dei
maggiori poeti della Grecia arcaica,
Mimnerno da Colofone, impreca contro la
"orrenda vecchiaia" e si chiede (pare che
avesse compiuto i sessant'anni): "Che vita è
mai questa senza l'aurea Afrodite?",
convinto che quando termina la giovinezza
"è meglio giacere subito nella morte che
vivere" nelle miserie della vecchiaia. E il
suo contemporaneo, Teognide, rincara
cantando il "fiore di giovinezza, seducente
e leggiadro. Ma quella età è fuggitiva come
un sogno... A un tratto - prosegue Teognide
- le incombe sul capo la vecchiaia dolorosa
e deforme, odiosa e spregevole a un tempo.
Essa fa dell'uomo un perfetto sconosciuto
e col suo velo gli acceca vista e intelletto".
Nasce con loro il rifiuto e il disprezzo
della civiltà occidentale nei confronti della
vecchiaia, che in altre culture (ad esempio
in Cina) era circondata di amore e rispetto,
come depositaria di saperi e custode della
identità d'una schiatta. La vecchiaia allora
cominciava con i primi capelli bianchi e ai
primi segni di declino delle forze fisiche,
diciamo dopo i quarantacinque o i
cinquanta. Mentre l'attesa di vita - anche
per le opulente civiltà ellenistiche e greco-
romane - non superava i sessanta e, per i
più fortunati i settanta. Ma cosa direbbero
adesso quei nostri antenati, davanti a
un'epoca di scattanti cinquantenni e
vanitosi sessantenni, in un mondo che
tende a trasformarsi e rinnovarsi ogni
giorno? Con una età media che si avvia a
superare i 75 anni per i maschi e gli 81 per
le femmine e una "attesa di vita" in
costante ascesa almeno nel ricco mondo
dell'Occidente? E già si favoleggia di altri
traguardi, di spingere i limiti della vita
umana oltre il secolo, e addirittura di
eliminare quel gran regolatore della natura
vivente, che è la morte.
Un sogno assurdo forse: ma medicina,
biologia, chimica farmaceutica, scienza in
generale sembrano ipnotizzate dalla
domanda di longevità e di eterna
giovinezza che viene dalla società, e forse
trascurano gli ammonimenti che la natura
stessa ci lancia, e che si traducono in un
incremento di sempre più inafferrabili e
costose (socialmente parlando) morbilità
(come ricorda il bioetico Daniel Callahan
in un suo recente libro edito da Baldini &
Castoldi, La medicina impossibile,
introduzione di Giovanni Berlinguer, pagg.
356, lire 32.000). Quanto più
prolunghiamo la nostra esistenza, tanto più
i nostri organismi si logorano e sono
esposti a malattie da usura rare in passato:
tra queste i più allarmanti sono i mali che
colpiscono quel nucleo della nostra stessa
identità che è il nostro cervello, mali
spesso di difficile individuazione e cura.
Tra questi uno dei più temibili è il "morbo
di Alzheimer".
Un male insidioso, che colpisce a quanto
dicono le statistiche, venti milioni di
persone nel solo mondo occidentale, di cui
cinquecentomila in Italia: una patologia
neurodegenerativa, per la quale a tutt'oggi
non esiste possibilità di diagnosi precoce,
né di terapia efficace, in assenza di un
modello sperimentale che consenta di
studiare e sperimentare su animali da
laboratorio approcci terapeutici che
individuino anche a livello molecolare le
caratteristiche e l'evoluzione di questo
terribile male, che in presenza di un
costante invecchiamento delle popolazioni,
specie nel mondo occidentale, si avvia a
divenire in un prossimo avvenire una
patologia di massa. Si tratta in pratica della
progressiva degenerazione di una
popolazione di cellule nervose (i neuroni
cosiddetti colinergici) che prolungano i
loro assoni nella corteccia cerebrale, una
degenerazione che provoca non solo la
morte dei neuroni, ma anche la formazione
di placche "amiloidi" e di "grovigli
neurofibrillari" che si accrescono sempre
più invadendo la cellula finché questa
"scoppia". Tali aggregati si espandono - in
assenza di enzimi adatti a far pulizia - e
invadono lo spazio extracellulare
innescando lo stesso processo nelle cellule
vicine.
Fino ad ieri non si era riusciti a riprodurre
questi processi nel cervello di animali da
laboratorio (cavie, principalmente topi).
Ma per studiare e diagnosticare
precocemente l'insorgere di questo male,
individuandone le caratteristiche a livello
molecolare e quindi trovando gli acconci
test clinici e le terapie adatte, purtroppo è
necessario disporre di "modelli animali"
sui quali sperimentare. Ma l'Alzheimer
sembra una patologia squisitamente
umana, probabilmente collegata al
prolungamento innaturale della nostra vita
e al particolare tipo di stress a cui è
sottoposto il nostro cervello. Condizioni
che non sembrano riprodursi nel mondo
animale, e in particolare tra le cavie. Dove
trovare allora "modelli viventi"
dell'Alzheimer?
L'unica è "costruirli". Una impresa che è
riuscita a un gruppo di ricercatori della
SISSA (la Scuola Internazionale Superiore
di Studi Avanzati di Trieste) diretti dal
biofisico Antonino Cattaneo, nell'ambito
del programma di neuroscienze della
SISSA, che sono riusciti a sviluppare un
ceppo di topi transgenici "ammalati" di
Alzheimer, in pratica dei topi nei quali è
inibita da un anticorpo la produzione del
Ngf (Nerve Growth Factor), la proteina che
consente la rigenerazione dei tessuti
nervosi, la cui individuazione ha fatto
guadagnare il Nobel all'italiana Rita Levi
Montalcini.
Ne ha dato notizia nei mesi scorsi
l'autorevole rivista Proceedings of the
National Academy of Sciences,
sottolineando che i cervelli dei topi così
modificati "mostrano tutte le classiche
anomalie molecolari e cellulari associate
con l'Alzheimer, compresi i deficit
cognitivi e comportamentali associati alla
memoria a breve temine". Dei risultati che
dimostrerebbero che proprio la riduzione
dell'attività dell'NGF conduce alla
neurodegenerazione, gettando nuova luce
sulla vita e la morte delle cellule nervose.
I ricercatori triestini sono ora al lavoro per
individuare quali meccanismi molecolari
possano arrestare il terribile processo di
neurodegenerazione in un organismo
altrimenti sano e intanto approntare test
diagnostici che consentano di individuare
al suo primo manifestarsi il male.
Così, grazi ai "topi transgenici" un altro
incubo della vecchiaia potrebbe in un
prossimo futuro venire debellato. Un altro
passo verso la blasfema realizzazione del
sogno faustiano dell'eterna giovinezza? |