RASSEGNA STAMPA

18 AGOSTO 2000
FRANCO PRATTICO
Il cervello del topo contro l'Alzheimer
Pubblicati su una rivista scientifica i risultati di un esperimento condotto sull'animale
Un gruppo di ricercatori guidato dal biofisico Antonino Cattaneo è riuscito a ricreare per la prima volta le degenerazioni cerebrali in alcuni roditori transgenici
Sesto secolo avanti Cristo: uno dei maggiori poeti della Grecia arcaica, Mimnerno da Colofone, impreca contro la "orrenda vecchiaia" e si chiede (pare che avesse compiuto i sessant'anni): "Che vita è mai questa senza l'aurea Afrodite?", convinto che quando termina la giovinezza "è meglio giacere subito nella morte che vivere" nelle miserie della vecchiaia. E il suo contemporaneo, Teognide, rincara cantando il "fiore di giovinezza, seducente e leggiadro. Ma quella età è fuggitiva come un sogno... A un tratto - prosegue Teognide - le incombe sul capo la vecchiaia dolorosa e deforme, odiosa e spregevole a un tempo.
Essa fa dell'uomo un perfetto sconosciuto e col suo velo gli acceca vista e intelletto".
Nasce con loro il rifiuto e il disprezzo della civiltà occidentale nei confronti della vecchiaia, che in altre culture (ad esempio in Cina) era circondata di amore e rispetto, come depositaria di saperi e custode della identità d'una schiatta. La vecchiaia allora cominciava con i primi capelli bianchi e ai primi segni di declino delle forze fisiche, diciamo dopo i quarantacinque o i cinquanta. Mentre l'attesa di vita - anche per le opulente civiltà ellenistiche e greco- romane - non superava i sessanta e, per i più fortunati i settanta. Ma cosa direbbero adesso quei nostri antenati, davanti a un'epoca di scattanti cinquantenni e vanitosi sessantenni, in un mondo che tende a trasformarsi e rinnovarsi ogni giorno? Con una età media che si avvia a superare i 75 anni per i maschi e gli 81 per le femmine e una "attesa di vita" in costante ascesa almeno nel ricco mondo dell'Occidente? E già si favoleggia di altri traguardi, di spingere i limiti della vita umana oltre il secolo, e addirittura di eliminare quel gran regolatore della natura vivente, che è la morte.
Un sogno assurdo forse: ma medicina, biologia, chimica farmaceutica, scienza in generale sembrano ipnotizzate dalla domanda di longevità e di eterna giovinezza che viene dalla società, e forse trascurano gli ammonimenti che la natura stessa ci lancia, e che si traducono in un incremento di sempre più inafferrabili e costose (socialmente parlando) morbilità (come ricorda il bioetico Daniel Callahan in un suo recente libro edito da Baldini & Castoldi, La medicina impossibile, introduzione di Giovanni Berlinguer, pagg.
356, lire 32.000). Quanto più prolunghiamo la nostra esistenza, tanto più i nostri organismi si logorano e sono esposti a malattie da usura rare in passato: tra queste i più allarmanti sono i mali che colpiscono quel nucleo della nostra stessa identità che è il nostro cervello, mali spesso di difficile individuazione e cura.
Tra questi uno dei più temibili è il "morbo di Alzheimer".
Un male insidioso, che colpisce a quanto dicono le statistiche, venti milioni di persone nel solo mondo occidentale, di cui cinquecentomila in Italia: una patologia neurodegenerativa, per la quale a tutt'oggi non esiste possibilità di diagnosi precoce, né di terapia efficace, in assenza di un modello sperimentale che consenta di studiare e sperimentare su animali da laboratorio approcci terapeutici che individuino anche a livello molecolare le caratteristiche e l'evoluzione di questo terribile male, che in presenza di un costante invecchiamento delle popolazioni, specie nel mondo occidentale, si avvia a divenire in un prossimo avvenire una patologia di massa. Si tratta in pratica della progressiva degenerazione di una popolazione di cellule nervose (i neuroni cosiddetti colinergici) che prolungano i loro assoni nella corteccia cerebrale, una degenerazione che provoca non solo la morte dei neuroni, ma anche la formazione di placche "amiloidi" e di "grovigli neurofibrillari" che si accrescono sempre più invadendo la cellula finché questa "scoppia". Tali aggregati si espandono - in assenza di enzimi adatti a far pulizia - e invadono lo spazio extracellulare innescando lo stesso processo nelle cellule vicine.
Fino ad ieri non si era riusciti a riprodurre questi processi nel cervello di animali da laboratorio (cavie, principalmente topi).
Ma per studiare e diagnosticare precocemente l'insorgere di questo male, individuandone le caratteristiche a livello molecolare e quindi trovando gli acconci test clinici e le terapie adatte, purtroppo è necessario disporre di "modelli animali" sui quali sperimentare. Ma l'Alzheimer sembra una patologia squisitamente umana, probabilmente collegata al prolungamento innaturale della nostra vita e al particolare tipo di stress a cui è sottoposto il nostro cervello. Condizioni che non sembrano riprodursi nel mondo animale, e in particolare tra le cavie. Dove trovare allora "modelli viventi" dell'Alzheimer? L'unica è "costruirli". Una impresa che è riuscita a un gruppo di ricercatori della SISSA (la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste) diretti dal biofisico Antonino Cattaneo, nell'ambito del programma di neuroscienze della SISSA, che sono riusciti a sviluppare un ceppo di topi transgenici "ammalati" di Alzheimer, in pratica dei topi nei quali è inibita da un anticorpo la produzione del Ngf (Nerve Growth Factor), la proteina che consente la rigenerazione dei tessuti nervosi, la cui individuazione ha fatto guadagnare il Nobel all'italiana Rita Levi Montalcini.
Ne ha dato notizia nei mesi scorsi l'autorevole rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, sottolineando che i cervelli dei topi così modificati "mostrano tutte le classiche anomalie molecolari e cellulari associate con l'Alzheimer, compresi i deficit cognitivi e comportamentali associati alla memoria a breve temine". Dei risultati che dimostrerebbero che proprio la riduzione dell'attività dell'NGF conduce alla neurodegenerazione, gettando nuova luce sulla vita e la morte delle cellule nervose.
I ricercatori triestini sono ora al lavoro per individuare quali meccanismi molecolari possano arrestare il terribile processo di neurodegenerazione in un organismo altrimenti sano e intanto approntare test diagnostici che consentano di individuare al suo primo manifestarsi il male.
Così, grazi ai "topi transgenici" un altro incubo della vecchiaia potrebbe in un prossimo futuro venire debellato. Un altro passo verso la blasfema realizzazione del sogno faustiano dell'eterna giovinezza?
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