RASSEGNA STAMPA

18 AGOSTO 2000
ARTURO COLOMBO
E FINALMENTE PIERO GOBETTI TORNO' TRA I LIBERALI
Aggregato alla sinistra, poi divenuto cripto-comunista. Ora il grande intellettuale ha la sua rivincita
Marco Gervasoni, "L'intellettuale come eroe. Gobetti e le culture del Novecento", La Nuova Italia, pagg. 482, L.49.000
Povero Gobetti, è davvero uno sfigato! Muore ai primi del 1926, neppure venticinquenne a Parigi, dopo essere stato vittima di aggressioni fasciste. Poi cominciano le polemiche dei "successori". C'è chi ha tentato di "aggregarlo" al carro delle sinistre, quasi a configurare un tandem Gobetti-Gramsci, e all'opposto, c'è chi lo giudica un finto-liberale, addirittura un cripto-comunista. Per fortuna un giovane studioso dell'Università di Milano, Marco Gervasoni, cerca di "raccontare" l'avventura umana, culturale e politica, di questo "adolescente scarruffato e occhialuto" (l'immagine è del suo amico Montale) attraverso le pagine di un volume, che ha un titolo, "L'intellettuale come eroe", insolito - anche fuorviante - ma che porta un sotto-titolo chiarificatore: "Piero Gobetti e le culture del Novecento". Così il j'accuse , petulante e stucchevole, sul povero Gobetti, che a parole insisteva a definirsi un liberale, ma che in realtà non lo sarebbe mai stato, trova qui una smentita, eloquente e documentata, perché Gobetti è messo a confronto con l'eterogeneo gruppo dei suoi maestri e compagni (dove figurano Einaudi e Croce, Prezzolini e Salvemini, Bauer e Ansaldo, Brosio e Rosselli, Sapegno e Salvatorelli) e col dibattito ideologico-politico del primo '900. Forse Gervasoni non doveva dimenticare certe testimonianze (per esempio, la pagina del "Corriere" del 1975 dedicata a "il nostro amico Gobetti"); ma ce n'è abbastanza per cogliere nel pensiero del geniale animatore di "Rivoluzione Liberale", alcuni punti fermi. Gobetti crede nel primato dell'individuo, riconosce la carica trainante delle élites, sostiene il ruolo innovatore della modernità, ha fiducia nell'idea di progresso, esalta la forza dei produttori; e nel contempo, rifiuta ogni scorciatoia autoritaria, vede come fumo negli occhi le vecchie pratiche del trasformismo, disprezza il conformismo accomodante, il "trafficantismo" corruttore, coglie quel nesso fra politica e morale che il fascismo negava e che mal sopportano i nostalgici odierni della Realpolitik. Ecco perché ancora oggi chi ritiene difficile, ma non impossibile, realizzare "un'altra Italia", più moderna, più civile, più onesta, ha diritto di guardare all'eredità gobettiana come a una stimolante proposta, "liberale" e "liberatrice", capace di ricordarci che anche la politica delle riforme non cade dal cielo ma comporta senso delle istituzioni, autonomia di critica e spirito di responsabilità.
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Filosofia (e) politica