E FINALMENTE PIERO GOBETTI TORNO' TRA I
LIBERALI| Aggregato alla sinistra, poi divenuto
cripto-comunista. Ora il grande intellettuale ha la sua
rivincita |
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| Marco Gervasoni, "L'intellettuale come eroe. Gobetti e le
culture del Novecento", La Nuova Italia, pagg. 482, L.49.000 | Povero Gobetti, è davvero uno sfigato! Muore ai primi del
1926, neppure venticinquenne a Parigi, dopo essere stato
vittima di aggressioni fasciste. Poi cominciano le polemiche dei
"successori". C'è chi ha tentato di "aggregarlo" al carro delle
sinistre, quasi a configurare un tandem Gobetti-Gramsci, e
all'opposto, c'è chi lo giudica un finto-liberale, addirittura un
cripto-comunista. Per fortuna un giovane studioso
dell'Università di Milano, Marco Gervasoni, cerca di
"raccontare" l'avventura umana, culturale e politica, di questo
"adolescente scarruffato e occhialuto" (l'immagine è del suo
amico Montale) attraverso le pagine di un volume, che ha un
titolo, "L'intellettuale come eroe", insolito - anche fuorviante -
ma che porta un sotto-titolo chiarificatore: "Piero Gobetti e le
culture del Novecento". Così il j'accuse , petulante e stucchevole,
sul povero Gobetti, che a parole insisteva a definirsi un liberale,
ma che in realtà non lo sarebbe mai stato, trova qui una smentita,
eloquente e documentata, perché Gobetti è messo a confronto con
l'eterogeneo gruppo dei suoi maestri e compagni (dove figurano
Einaudi e Croce, Prezzolini e Salvemini, Bauer e Ansaldo, Brosio
e Rosselli, Sapegno e Salvatorelli) e col dibattito
ideologico-politico del primo '900. Forse Gervasoni non doveva
dimenticare certe testimonianze (per esempio, la pagina del
"Corriere" del 1975 dedicata a "il nostro amico Gobetti"); ma ce
n'è abbastanza per cogliere nel pensiero del geniale animatore di
"Rivoluzione Liberale", alcuni punti fermi. Gobetti crede nel
primato dell'individuo, riconosce la carica trainante delle élites,
sostiene il ruolo innovatore della modernità, ha fiducia nell'idea
di progresso, esalta la forza dei produttori; e nel contempo, rifiuta
ogni scorciatoia autoritaria, vede come fumo negli occhi le
vecchie pratiche del trasformismo, disprezza il conformismo
accomodante, il "trafficantismo" corruttore, coglie quel nesso fra
politica e morale che il fascismo negava e che mal sopportano i
nostalgici odierni della Realpolitik. Ecco perché ancora oggi chi
ritiene difficile, ma non impossibile, realizzare "un'altra Italia",
più moderna, più civile, più onesta, ha diritto di guardare
all'eredità gobettiana come a una stimolante proposta, "liberale"
e "liberatrice", capace di ricordarci che anche la politica delle
riforme non cade dal cielo ma comporta senso delle istituzioni,
autonomia di critica e spirito di responsabilità. |