Grande filosofia racchiusa in un'orazionePubbhcata la traduzione italiana completa delle opere di un padre della Chiesa che non ha mai affrontato commenti esegetici ai testi biblici, ma ha lasciato memorabili preghiere Forfnazione spirituale e profondità
di pensiero unite con stile da letterato |
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| Gregorio di Nazianzo, "Tutte le Orazioni", a cura di Claudio Moreschini, traduzione italiana con testo a fronte e note di Chiara Sani e Maria Vincelli, introduzione di Claudio Moreschini, prefazioni di Carmelo Crimi e Chiara Sani, Bompiani, Milano 2000, pagg. CVI+1.420, rilegato, L. 65.000 | Gregorio di Nazianzo, insieme a Basilio e a Gregorio di Nissa, costituisce la ben nota triade dei Padri della Chiesa detti "Padri della Cappadocia" o "Cappadoci", che furono personaggi di spicco sia dal punto di vista culturale in generale sia dal punto di vista specifico filosofico-teologico.
Gregorio nacque nel 330 ad Arianzo, dove la famiglia aveva una proprietà di campagna, nei pressi di Nazianzo. Nel 374 divenne vescovo di Nazianzo, ma l'anno successivo si ritirava a Seleucia per una vita di contemplazione. Già dal 379 fu però sollecitato a lasciare questo ritiro per assumere l'impegno di vescovo della comunità nicenea di Costantinopoli. Dal 382 al 384 fu ancora vescovo di Nazianzo, quindi si ritirò e morì nel 390.
Ebbe sempre notevole fama presso gli studiosi di tutti i tempi, ma non sempre fu compreso a fondo. Il Quasten, nella sua celebre Patrologia, scrive: "Gregorio di Nazianzo non fu uno scrittore molto fecondo. Non compose nessun commento biblico né alcun dotto trattato dogmatico. La sua eredità letteraria non comprende che discorsi, poemi e lettere. E' il solo poeta fra i grandi teologi del IV secolo. Nella prosa come nei versi resta sempre un grande retore, la cui perfezione di forma e di stile non fu uguagliata da nessuno degli autori cristiani del suo tempo, e proprio soprattutto per questa ragione le sue opere piacquero ai commentatori bizantini del Medio Evo non meno che agli umanisti del Rinascimento".
Ma Quasten si limita a elogiare Gregorio in quanto retore, senza spiegare il senso e la portata che la retorica aveva a quel tempo (ben al di sopra del senso ristretto che il termine ha poi assunto), e quindi ne rimpicciolisce la figura, che è ben più consistente.
Una prima e cospicua inversione di tendenza nell'interpretazione dei Cappadoci in generale (e quindi anche del nostro in particolare) fu messa in atto dal grande studioso tedesco Werner Jaeger (che ha addirittura gettato le basi per un'edizione critica esemplare delle opere di Gregorio di Nissa). I Cappadoci hanno cercato di raggiungere con il loro pensiero "una civiltà cristiana totale". operando una mediazione sintetica fra pensiero greco e messaggio cristiano, superando nettamente Clemente e Origene.
Jaeger afferma addirittura quanto segue: "Non è esagerato parlare in questo caso di una specie di "neoclassicismo cristiano", che è più di un fatto puramente formale". Per opera dei risultati raggiunti dai Cappadoci "il Cristianesimo si erge ora come l'erede di tutto quanto nella tradizione greca sembrava degno di sopravvivere. Non solo perciò rafforza se stesso e la sua posizione nel mondo civile, ma salva e dà nuova vita a un patrimonio culturale che in gran parte, soprattutto nelle scuole retoriche di quel tempo era diventato una forma vacua e artefatta di una tradizione classica ormai irrigidita".In conclusione, afferma Jaeger, "nel quarto secolo, l'età dei grandi Padri della Chiesa, "abbiamo un vero e proprio rinascimento" che ha dato alla letteratura greco-romana alcune fra le più grandi personalità. Le quali hanno esercitato un'influenza duratura nella storia della cultura dell'età tarda fino ai nostri giorni. E caratterizza bene la diversità dello spirito greco dal romano il fatto che l'Occidente latino ha il suo Agostino, mentre l'Oriente greco è attraverso i Padri Cappadoci che ha creato una nuova cultura".
Nell'ultima enciclica Fides et ratio Giovanni Paolo II fa richiamo all'opera di Gregorio di Nazianzo indicandolo addirittura come un esempio emblematico di quel rapporto di "circolarità" instaurato fra pensiero filosofico e parola di Dio, da cui la filosofia stessa esce arricchita, perché con essa la ragione scopre nuovi orizzonti, e scrive: "La conferma della fecondità di un simile rapporto è offerta dalla vicenda personale di grandi teologi cristiani che si segnalarono anche come grandi filosofi, lasciando scritti di così alto valore speculativo, da giustificarne l'affiancamento ai maestri della filosofia antica. Ciò vale sia per i Padri della Chiesa, tra i quali bisogna citare almeno il nome di San Gregorio Nazianzeno e Sant'Agostino, sia per i dottori medioevali, tra i quali emerge la grande triade di Sant'Anselmo, San Bonaventura e San Tommaso d'Aquino".
Dunque, Gregorio di Nazianzo va considerato ben più di un "retore" nel senso usuale del termine, e i suoi scritti per il loro contenuto, oltre che per la loro forma, costituiscono una delle pietre miliari del pensiero tardo-antico cristiano.
Una conferma assai significativa di quanto stiamo dicendo viene ora offerta dall'opera imponente che pubblica la Bompiani nella collana "Il pensiero occidentale": Gregorio di Nazianzo, Tutte le Orazioni a cura di Claudio Moreschini, con testo greco, introduzioni e apparati assai ben curati.
Moreschini, come è noto, è uno studioso che conosce come ben pochi la letteratura cristiana tardo antica; di Gregorio di Nazianzo in particolare è in Italia certamente il maggior conoscitore; si pone inoltre a livello di avanguardia anche a livello internazionale. Ricordiamo - tra l'altro - che ha pubblicato a Parigi nel 1985 e nel 1990 l'edizione critica di Orazioni per la celebre collana "Les Sources Chrétiennes", e nel 1997 i Poemata arcana per le edizioni universitarie di Oxford.
In quest'opera di Bompiani ha curato anche il testo greco (posto accanto alle traduzioni) di quelle orazioni tutt'ora inedite in edizioni critiche, oltre a una densa e lucida introduzione. Ha poi diretto in modo sistematico l'operazione dei traduttori Chiara Sani e Maria Vincelli e ha fatto stendere una Prefazione a Carmelo Crimi; infine, ha più volte rivisto il lavoro nel suo complesso, nonché nei particolari. E' nata, così, un'opera che, per quanto riguarda questo autore, al momento, non ha l'eguale nel mondo culturale: non è solo la prima traduzione completa in lingua italiana, ma anche la prima edizione a livello internazionale con testo a fronte, il tutto raccolto in un solo volume.
Il giudizio che Moreschini dà di Gregorio di Nazianzo capovolge, in certo senso, quello di Quasten: non è affatto vero che non sia stato uno scrittore molto fecondo, perché, oltre le sue 45 orazioni, scrisse anche numerose poesie e lettere, e soprattutto perché le sue "orazioni" hanno uno spessore contenutistico e una portata che si differenzia nettamente dal modello comune di questo genere dì scritti. Non può vantare approfondite conoscenze filosofiche e rielaborazioni dottrinali in senso cristiano come Gregorio di Nissa, ma, oltre che per lo stile, può gareggiare con lui per certe acute intuizioni di un certo spessore speculativo.
Il rimprovero di Quasten e di altri si basa soprattutto sul fatto che Gregorio di Nazianzo non ha composto commenti esegetici ai testi biblici e trattati teologici. Ma, scrive Moreschini, "che il Nazianzeno abbia scritto orazioni e non trattati teologici, non risulta dannoso per la profondità del suo pensiero: ha importanza per l'organizzazione del discorso presentato al pubblico, tanto più che le orazioni furono poi elaborate sul piano letterario". Gregorio non ha scritto trattati sistematici "probabilmente perché la
struttura e la forma sistematica del trattato erano del tutto aliene alla sua formazione letteraria e spirituale, la quale era invece portata alla
manifestazione orale, non solo dei sentimenti, ma anche del pensiero".
Del resto, oltre a orazioni contenenti i temi tipi della forma oratoria - usata per la composizione di discorsi per celebrare figure di santi, oppure grandi feste (Natale, Pasqua, Pentecoste) -, si incontrano anche numerose orazioni in cui Gregorio parla "di se stesso e per se stesso", con sorprendenti novità. Sono, poi, diventate molto celebri le cinque orazioni dette "teologiche" (27-31). Nelle prime due si tratta delle condizioni preliminari necessarie per discutere con frutto problemi teologici, e inoltre dell'esistenza e degli attributi di Dio; nelle altre tre orazioni (29-31, impostesi come punto di riferimento) tratta la problematica trinitaria, e dimostra l'eguaglianza del "Logos" con il "Padre" e la divinità dello "Spirito Santo".
Proprio come scrittore di discorsi Moreschini considera Gregorio dal punto di vista letterario nettamente superiore agli scrittori della sua epoca, ma lo pone su un piano assai elevato anche per quanto concerne i contenuti. Non si comprende questo autore se non si intende la funzione socio-culturale che l'oratore ebbe a quell'epoca. Moreschini dice giustamente: "Il suo ruolo è stato analogo a quello dei grandi oratori pagani dell'epoca, i quali si ponevano come compito, mediante orazioni effettivamente pronunciate o mediante delle "lettere aperte", d'influire sull'opinione pubblica, sull'imperatore, sulla corte. Altrettanto vuole fare Gregorio, e questo atteggiamento lo differenzia dagli altri Cappadoci suoi amici, i quali attribuirono all'omelia una funzione molto più ridotta, e riservarono il meglio delle loro energie intellettuali al trattato teologico".
Ricordiamo che "orazione" traduce il termine greco "logos", e che potrebbe anche tradursi con "discorso", la parola comunicata per via orale o per scritto. Gregorio aveva del "logos" la massima stima, vedeva in esso ciò che non solo distingue l'uomo dall'animale, ma anche ciò che lo collega con il Logos divino. Lo considerava, quindi, come dono divino e come una continuazione del divino nell'umano.
Ecco un brano dell'Orazione 6, che contiene la cifra emblematica del messaggio di Gregorio: "Questo io offro a Dio, questo che io dedico a lui, quell'unica cosa che ho conservato a me stesso, quella che costituisce la mia unica ricchezza. Le altre cose infatti le ho abbandonate al comandamento e allo Spirito, e, dando in cambio tutte le ricchezze che una volta possedevo, mi sono procurato la perla preziosa.... io tengo con me soltanto il logos, perché io adoro il Logos. (... ) Faccio di lui il compagno della mia vita, il consigliere buono, il buon convivente, la guida sulla strada che conduce in alto e il pronto compagno di lotta". |