RASSEGNA STAMPA

29 LUGLIO 2000
editoriale
Uno studio americano spiega i meccanismi dell'aggressività. E le possibili cure
La violenza? Nasce da un "cortocircuito" nel cervello
Finalmente la scienza guarda la violenza con tutti e due gli occhi. Infatti, uno studio pubblicato su Science teorizza che l'aggressività ha anche radici nel cervello. Sarebbe l'incapacità di controllare un crescendo di segnali di allarme a provocare gli scoppi di ira. Le circa cinquanta dense pagine sulla violenza, pubblicate ieri su Science , rappresentano, e probabilmente rappresenteranno ancora per qualche anno, la summa del sapere scientifico su questo problema vasto, sfaccettato e di immediato interesse sociale. Le rassegne contenute nell'inserto riportano interviste con neurofisiologi, farmacologi, psichiatri, sociologi, primatologi, nonché educatori, assistenti sociali, sceriffi, guardie penitenziarie e agenti dell'Fbi. Gli articoli della ricerca fanno il punto sui centri e i circuiti nervosi dimostrabilmente connessi con l'aggressività e la sregolazione delle cosiddette emozioni negative. Non manca, né poteva mancare, una breve lista di geni e di varianti (chiamate in gergo scientifico alleli ) strettamente associati, nei primati e nell'uomo, con possibili predisposizioni all'aggressività. Ciò detto, le prese di distanza dagli spettri di Lombroso e della frenologia sono chiare e forti. Nessuno più vuole ridurre il problema della violenza alla bruta misura delle bozze frontali, nemmeno sotto le moderne forme dei livelli ormonali o della risonanza magnetica funzionale. La violenza resta un fenomeno a molteplici componenti, alcune delle quali biologiche ed individuali, altre collettive e socio-culturali. Il problema è individuarle sempre meglio e ricostruirne tutte le complesse interazioni. La ricerca sulle cause della violenza è stata troppo a lungo orba, chiudendo ora un occhio, ora l'altro. L'occhio destro, focalizzato su geni, ormoni, lobi cerebrali e predisposizioni individuali, non sapeva quello che, in un diverso laboratorio, o giù in strada, osservava l'occhio sinistro, cioè schemi di socializzazione, interazioni familiari, povertà endemica, esaltazione di modelli violenti, il facile accesso alle armi da fuoco e alla droga.
Simmetricamente, sociologi e riformatori sfoderavano il revolver solo a sentir parlare di correlati biologici dell'aggressività.
Adesso, gli articoli di Science dimostrano che questi paraocchi sono stati in parte rimossi. E le singole discipline si sono fatte più attente. Per esempio, gli etologi avevano un tempo invaso le librerie con racconti evoluzionistici dei nostri feroci antenati, scimmie assassine con antichissime e innate predisposizioni alla violenza. Le frequenti aggressioni individuali non letali tra scimmie della stessa colonia, osservate in natura e nelle gabbie, sembravano convalidare il ruolo regolatore inevitabile della violenza come distanziatore sociale, e come valvola naturale per la distribuzione del cibo, del territorio, dell'accesso alla riproduzione. Da alcuni anni a questa parte, invece, si è anche osservato quello che succede dopo gli episodi violenti. Di conseguenza, oggi un tema centrale per i primatologi è quello della riconciliazione (uso proprio il loro termine). Dopo le botte e i morsi, molto spesso le scimmie prima avversarie si baciano, si abbracciano, si tengono per mano, si spulciano a vicenda. Konrad Lorenz, Desmond Morris, Robert Ardrey, Irven DeVore e compagnia, cioè la prima ondata di primatologi allarmisti, non aveva osservato il comportamento aggressivo abbastanza a lungo.
La vicinanza fisica e sociale tra i due ex contendenti, dopo la riconciliazione, diventa spesso superiore e quella della media nel gruppo. Spesso le femmine, o un terzo maschio più vecchio, agiscono da riconciliatori. Ben prima di Camp David, quindi, lo sforzo a tre per una riconciliazione era già connaturato nei nostri antenati. Un altro messaggio centrale dell'inserto di Science è che la violenza spesso nasce da una patologia di natura semiotica, se così si può dire. Cioè, i messaggi che normalmente preavvertono di una crescente tensione non vengono emessi, percepiti, o ben interpretati, da alcuni individui. Invece della normale de-escalation e della canalizzazione dell'aggressività tra i contendenti verso interazioni accettabili (un baratto, un patto, una compensazione materiale, un gesto di scusa) si ha l'opposto, cioè l' escalation della violenza. Cosa può produrre questa mancanza di sensibilità ai messaggi anticipatori, e l'incapacità di prevedere le conseguenze di una escalation violenta? Richard Davidson, Katherine Putnam e Christine Larson, della Università del Wisconsin a Madison, esperti di visualizzazione delle attività cerebrali, puntano il dito su circuiti cerebrali molto ben definiti.
Le connessioni tra la corteccia prefrontale, l'amigdala, l'ippocampo, la corteccia cingolata anteriore e altri specifici centri cerebrali sono coinvolte nel riconoscimento e nell'elaborazione dei messaggi di allarme che annunciano imminenti atti violenti.
Danni traumatici a questi centri, o ai circuiti di connessione, o una loro congenita malformazione, producono una facilitazione alla violenza. Il libero arbitrio resta, ovviamente, ma lo sforzo per controllarsi diventa molto più intenso, mentre si abbassa la sensibilità alle prevedibili conseguenze dell'aggressione. Questa loro minuziosa rassegna su Science è una miniera di dati, e una lettura obbligata per chi ancora dubitasse della possibilità di rintracciare, in singoli individui, correlati neurologici, biochimici e genetici di una particolare predisposizione alla violenza. Nasce allora spontanea la domanda: E poi, anche ammesso, che cosa facciamo? Il caso del piccolo Joshua Andrews diventa qui esemplare. Già quando aveva due anni dava calci a tutti, scappava di casa, faceva bizze terribili e tentava regolarmente di strangolare il suo criceto. Nonostante le cure di una mamma amorosa e gli agi di una famiglia abbiente, crescendo, l'aggressività di Joshua peggiorava. Cacciato da più scuole, gli vennero diagnosticate ben tre gravi sindromi emotivo-comportamentali dai nomi complicati.
Susan Andrews, la madre, ebbe la fortuna di incontrare uno psichiatra bravo: Enrico Mezzacappa, di Harvard. Guardando Joshua con tutti e due gli occhi, e non con uno solo, Mezzacappa amministrò sia psico-farmaci ( Wellbutrin e Trazodone ) che oculate tecniche di psico-terapia, con speciali programmi educativi a casa e a scuola. Oggi Joshua è un adolescente normale.
Questa storia-modello narrata da Science è difficilmente generalizzabile alle moltitudini, ma, come dice il proverbio, anche il viaggio più lungo comincia con un passo.
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vedi anche
Il mondo dell'uomo