Uno studio americano spiega i meccanismi
dell'aggressività. E le possibili cure| La violenza? Nasce da un "cortocircuito" nel
cervello |
| Finalmente la scienza guarda la violenza con tutti e due gli
occhi. Infatti, uno studio pubblicato su Science teorizza che
l'aggressività ha anche radici nel cervello. Sarebbe l'incapacità di
controllare un crescendo di segnali di allarme a provocare gli
scoppi di ira. Le circa cinquanta dense pagine sulla violenza,
pubblicate ieri su Science , rappresentano, e probabilmente
rappresenteranno ancora per qualche anno, la summa del sapere
scientifico su questo problema vasto, sfaccettato e di immediato
interesse sociale. Le rassegne contenute nell'inserto riportano
interviste con neurofisiologi, farmacologi, psichiatri, sociologi,
primatologi, nonché educatori, assistenti sociali, sceriffi, guardie
penitenziarie e agenti dell'Fbi. Gli articoli della ricerca fanno il
punto sui centri e i circuiti nervosi dimostrabilmente connessi con
l'aggressività e la sregolazione delle cosiddette emozioni negative. Non manca, né poteva mancare, una breve lista di geni e di
varianti (chiamate in gergo scientifico alleli ) strettamente
associati, nei primati e nell'uomo, con possibili predisposizioni
all'aggressività.
Ciò detto, le prese di distanza dagli spettri di Lombroso e della
frenologia sono chiare e forti. Nessuno più vuole ridurre il
problema della violenza alla bruta misura delle bozze frontali,
nemmeno sotto le moderne forme dei livelli ormonali o della
risonanza magnetica funzionale. La violenza resta un fenomeno a
molteplici componenti, alcune delle quali biologiche ed
individuali, altre collettive e socio-culturali. Il problema è
individuarle sempre meglio e ricostruirne tutte le complesse
interazioni.
La ricerca sulle cause della violenza è stata troppo a lungo orba,
chiudendo ora un occhio, ora l'altro. L'occhio destro, focalizzato
su geni, ormoni, lobi cerebrali e predisposizioni individuali, non
sapeva quello che, in un diverso laboratorio, o giù in strada,
osservava l'occhio sinistro, cioè schemi di socializzazione,
interazioni familiari, povertà endemica, esaltazione di modelli
violenti, il facile accesso alle armi da fuoco e alla droga.
Simmetricamente, sociologi e riformatori sfoderavano il revolver
solo a sentir parlare di correlati biologici dell'aggressività.
Adesso, gli articoli di Science dimostrano che questi paraocchi
sono stati in parte rimossi. E le singole discipline si sono fatte più
attente. Per esempio, gli etologi avevano un tempo invaso le
librerie con racconti evoluzionistici dei nostri feroci antenati,
scimmie assassine con antichissime e innate predisposizioni alla
violenza. Le frequenti aggressioni individuali non letali tra
scimmie della stessa colonia, osservate in natura e nelle gabbie,
sembravano convalidare il ruolo regolatore inevitabile della
violenza come distanziatore sociale, e come valvola naturale per
la distribuzione del cibo, del territorio, dell'accesso alla
riproduzione. Da alcuni anni a questa parte, invece, si è anche
osservato quello che succede dopo gli episodi violenti. Di
conseguenza, oggi un tema centrale per i primatologi è quello
della riconciliazione (uso proprio il loro termine). Dopo le botte e
i morsi, molto spesso le scimmie prima avversarie si baciano, si
abbracciano, si tengono per mano, si spulciano a vicenda. Konrad
Lorenz, Desmond Morris, Robert Ardrey, Irven DeVore e
compagnia, cioè la prima ondata di primatologi allarmisti, non
aveva osservato il comportamento aggressivo abbastanza a lungo.
La vicinanza fisica e sociale tra i due ex contendenti, dopo la
riconciliazione, diventa spesso superiore e quella della media nel
gruppo. Spesso le femmine, o un terzo maschio più vecchio,
agiscono da riconciliatori. Ben prima di Camp David, quindi, lo
sforzo a tre per una riconciliazione era già connaturato nei nostri
antenati.
Un altro messaggio centrale dell'inserto di Science è che la
violenza spesso nasce da una patologia di natura semiotica, se
così si può dire. Cioè, i messaggi che normalmente preavvertono
di una crescente tensione non vengono emessi, percepiti, o ben
interpretati, da alcuni individui. Invece della normale
de-escalation e della canalizzazione dell'aggressività tra i
contendenti verso interazioni accettabili (un baratto, un patto, una
compensazione materiale, un gesto di scusa) si ha l'opposto, cioè
l' escalation della violenza. Cosa può produrre questa mancanza
di sensibilità ai messaggi anticipatori, e l'incapacità di prevedere le
conseguenze di una escalation violenta? Richard Davidson,
Katherine Putnam e Christine Larson, della Università del
Wisconsin a Madison, esperti di visualizzazione delle attività
cerebrali, puntano il dito su circuiti cerebrali molto ben definiti.
Le connessioni tra la corteccia prefrontale, l'amigdala,
l'ippocampo, la corteccia cingolata anteriore e altri specifici centri
cerebrali sono coinvolte nel riconoscimento e nell'elaborazione
dei messaggi di allarme che annunciano imminenti atti violenti.
Danni traumatici a questi centri, o ai circuiti di connessione, o
una loro congenita malformazione, producono una facilitazione
alla violenza. Il libero arbitrio resta, ovviamente, ma lo sforzo per
controllarsi diventa molto più intenso, mentre si abbassa la
sensibilità alle prevedibili conseguenze dell'aggressione. Questa
loro minuziosa rassegna su Science è una miniera di dati, e una
lettura obbligata per chi ancora dubitasse della possibilità di
rintracciare, in singoli individui, correlati neurologici, biochimici
e genetici di una particolare predisposizione alla violenza.
Nasce allora spontanea la domanda: E poi, anche ammesso, che
cosa facciamo? Il caso del piccolo Joshua Andrews diventa qui
esemplare. Già quando aveva due anni dava calci a tutti, scappava
di casa, faceva bizze terribili e tentava regolarmente di strangolare
il suo criceto. Nonostante le cure di una mamma amorosa e gli agi
di una famiglia abbiente, crescendo, l'aggressività di Joshua
peggiorava. Cacciato da più scuole, gli vennero diagnosticate ben
tre gravi sindromi emotivo-comportamentali dai nomi complicati.
Susan Andrews, la madre, ebbe la fortuna di incontrare uno
psichiatra bravo: Enrico Mezzacappa, di Harvard. Guardando
Joshua con tutti e due gli occhi, e non con uno solo, Mezzacappa
amministrò sia psico-farmaci ( Wellbutrin e Trazodone ) che
oculate tecniche di psico-terapia, con speciali programmi
educativi a casa e a scuola. Oggi Joshua è un adolescente normale.
Questa storia-modello narrata da Science è difficilmente
generalizzabile alle moltitudini, ma, come dice il proverbio, anche
il viaggio più lungo comincia con un passo. |