RASSEGNA STAMPA

16 LUGLIO 2000
GILBERTO CORBELLINI
Anche le credenze religiose hanno fondamenti biologici
Perché l'esigenza del sacro è radicata nella natura umana
Robert Hinde, "Why Gods Persíst. A Scientific Approach to Religion", London, Routledge 1999, pagg. Vlll + 288, £ 13.49
"Filosofia e religione", "Micromega - Almanacco di filosofia 2", interventi di Bobbio, Flores d'Arcais, Ratzinger, Cacciari, Bianchi, Forte, Rocca, Kierkegard, Esposito, Kolakowski, Vattimo, Givone, Gauchet, Adamo, Jefferson, Galimberti, Sgalambro, Viano, Argentieri, Savater, Volpi, Franceschelli, Giorello, Zellini, De Luca; Roma 2000, pagg. 304, L. 20.00
Il fascicolo di "Micromega" su "Filosofia e religione" avrebbe dunque venduto settantacinquemila copie. Si tratta di un fatto indubbiamente interessante. Non è ancora la dimostrazione che Dio esiste, ma ci si avvicina. Come spiegare infatti un tale successo quando il prodotto non può certo definirsi di quelli culturalmente rilevanti. Con buona pace di chi si è sperticato in elogi Gianfranco Ravasi ha educatamente scritto che è "di non facile lettura e un po' eterogeneo e sparpagliato" ("Il Sole-24 Ore Domenica" dell'11 giugno). La maggior parte dei contributi sono esercizi speculativi autoreferenziali o esegesi storico-filosofiche che dimostrano, se mai ce n'era bisogno, come la filosofia italiana non è messa molto bene. E la musica non cambia con quelli pubblicati sul numero di "Micromega" ora in edicola. In ogni caso non mancano spunti di interesse.
Le parole più chiare e dirette le dice ancora Bobbio: "Il papa continua a chiedere perdono. Ma il perdono non cancella niente. Il male che è stato compiuto rimane indelebile". Il filosofo torinese si riferisce ai genocidi prodotti da un antigiudaismo durato due millenni. Ma se la Chiesa non definisce più gli ebrei come coloro che "hanno ucciso nostro signore", per quanto riguarda i comportamenti sessuali continua a esprimersi in modi che fanno rabbrividire al pensiero che i suoi dogmi e pregiudizi possano tornare alla base di codici legislativi. Anche perché quando andava di moda tra i cattolici perseguitare e assassinare gli ebrei, gli omosessuali venivano, dagli stessi fanatici, impalati o bruciati con semi di "finocchio" per attenuare l'odore. E in merito alle persecuzioni contro gli omosessuali il papa non ha nemmeno chiesto perdono.
Dopo Hume, il problema filosoficamente più interessante non è probabilmente più quello di criticare le credenze religiose in quanto false, bensì di capire perché esistono le religioni, ovvero quali caratteristiche psicobiologiche dell'uomo ne consentono lo sviluppo e che genere di benefici l'individuo e la società ricavano dalla religione. Questo genere di questioni non viene nemmeno considerata nei contributi, e sembra quasi infastidire chi, come Flores d'Arcais, vive la Critica razionale delle religioni come una sorta di missione laica della filosofia, e appare disorientato dal fatto che nonostante la loro assurdità i dogmi religiosi persistano.
Il Cardinale Ratzinger ha capito benissimo che i razionalismi e gli ateismi generici non rappresentano un pericolo per il successo della religione. Si tratta di un dato fisiologico. Invece, qualche problema potrebbe venire dal diffondersi di idee che assumano la dottrina evoluzionistica come una sorta di theologia naturalis. Peraltro, il bersaglio grosso del suo contributo critico al fascicolo non è tanto l'evoluzionismo biologico, ma per cosi dire l'evoluzionismo esteso o epistemologico. In particolare la teoria biologica della conoscenza di Popper, che vede nell'evoluzione un processo conoscitivo e nel vivente un meccanismo per la soluzione di problemi. Con un improbabile avvitamento logico, Ratzinger liquida come irrazionale l'impostazione popperiana, affermando la "razionalità" del cristianesimo. Presupposto comunque necessario, al di là dell'inconsistenza, per aggiungere, sulla scia dell'enciclica Fides et ratio, nel contributo all'ultimo numero della rivista, una critica del relativismo (religioso) dai toni abbastanza arroganti.
Indubbiamente interessante la scelta di lettere di Thomas Jefferson pubblicata da "Micromega" - anche se non si capisce come mai sono definite "inedite" (forse perché mai tradotte in italiano?) dato che sono tratte da una raccolta del 1984 - da cui emerge come il terzo presidente Usa avesse particolarmente caro il principio della libertà di culto e fosse estremamente diffidente verso gli scolasticismi teologici a cui contrapponeva il messaggio morale dei Vangeli. Ma in tema di religione Jefferson aveva idee anche più forti e originali, dato che criticò, in una lettera del 15 agosto 1820 al suo predecessore John Adams, "l'eresia immaterialistica" della Chiesa Cristiana, affermando il suo "materialismo" e ricordando che da nessuna parte Gesù dice che per "Spirito", intende qualcosa che "non è materia". In altre lettere, poi, Jefferson sosteneva che l'uomo è dotato di un "istinto morale", cioè che, come ormai stanno dimostrando i più aggiornati studi sulle basi evolutive dell'etica, la moralità non si spiega solo a partire dall'egoismo; e considerava che un percorso di ricerca personale ragionato all'interno delle credenze religiose, indipendentemente dal fatto che portasse ad accogliere tali credenze o a rifiutarle, rappresentava un'educazione alla "virtù".
Jefferson sarebbe rimasto affascinato dall'ultimo libro dell'etologo inglese Robert Hinde. Perché gli Dei persistono non è una delle tante critiche scientifiche della religione, ma cerca di far luce sulle basi psicobiologiche e sociali che consentono lo sviluppo e la permanenza dei sistemi religiosi, e sui benefici che la religione produce per l'individuo e la società. Idea del tutto ragionevole, dato che se le religioni persistono nonostante le tragedie causate dal fanatismo religioso e nonostante la dimostrata infondatezza delle credenze religiose devono in qualche modo esprimere la funzionalità adattativa, in senso evolutivo, di aspetti definiti del comportamento individuale e sociale.
Utilizzando soprattutto esempi di credenze e pratiche religiose della tradizione giudaico-cristiana, ma con frequenti richiami anche ad altre religioni, Hinde mostra come si articolano tra loro i sei elementi che egli ritiene costitutivi dei sistemi religiosi. Questi sono le credenze strutturali, le narrazioni, i rituali, i codici morali, le esperienze religiose e gli aspetti sociali. Il biologo sociale inglese descrive innanzitutto le predisposizioni psicobiologiche umane che spiegano la produzione dei sistemi socio-culturali e quindi anche le dimensioni socio-culturali della religione. Quindi analizza il funzionamento degli elementi del discorso religioso.
La formazione delle credenze religiose corrisponde per l'etologo inglese alle strategie più generali di costruzione di relazioni causali, per esempio attraverso l'assunzione di cause animate per eventi inattesi. Vi sono prove empiriche del fatto che stati di soddisfacimento soggettivo (fisiologicamente mediati) per il credente, a livello comportamentale assumono le forme di una sensazione di controllo della situazione o aiutano a far fronte alle difficoltà, ovvero al dolore e all'angoscia. Per questo vengono mantenute nonostante le prove contrarie. Queste credenze non vengono adottate razionalmente, ma "assorbite" dal bambino durante il processo di socializzazione.
Hinde fa vedere come i rituali sfruttino in modo impressionante il sistema percettivo umano, e come impegnarsi nei rituali promuova sentimenti di solidarietà e appartenenza. Descrive i meccanismi emozionali, forgiati dall'evoluzione, che rendono possibile lo sviluppo di regole morali e si sofferma sul ruolo dei sistemi religiosi nel rafforzare questi codici. Quindi ipotizza che le esperienze considerate come indicative di entità trascendenti sino simili a certe esperienze non religiose difficili da verbalizzare, come il contesto culturale induce a interpretare come religiose. Infine, Hinde analizza le modalità attraverso cui le strutture sociali del potere e dell'autorità, combinate con diversi interessi e predisposizioni psicologiche degli individui in quella particolare società, favoriscono la sopravvivenza di sistemi religiosi ben radicati.
Il biologo sociale inglese si chiede se mai vi sia modo di ottenere gli stessi benefici che le religioni procurano agli individui e alle società, senza che si debbano accettare dogmi assurdi e correre i rischi mortali dell'intolleranza, del fanatismo e delle persecuzioni. Una bella domanda, a cui nessuno in questo momento saprebbe rispondere in maniera convincente.
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