Il clamore intorno a una
scoperta scientifica| Non esiste un gene
per l'intelligenza |
| Alcuni giorni orsono su giornali prestigiosi
è stata riportata una notizia dal titolo
pressoché eguale: "Scoperto il gene
dell'intelligenza". La notizia si riferisce ad
una ricerca pubblicata sulla rivista Nature
Neuroscience a firma del professor
Boncinelli e dei suoi collaboratori. A
corredo di questo annuncio si legge un
commento dello stesso scienziato nel quale
vengono illustrate, con il garbo e lo stile
che gli sono propri, gli aspetti scientifici ed
applicativi di questo ulteriore avanzamento
nel campo delle neuroscienze. Prendendo
spunto dalla notizia alla quale si
riferiscono gli articoli in questione vorrei
proporre, tuttavia, qualche riflessione.
In questi ultimi anni si è assistito in Italia
ad un crescendo di notizie scientificamente
clamorose che riportavano con toni
trionfalistici scoperte per la cura del
cancro, delle più devastanti malattie che
colpiscono cervello ed altri organi e
culminate nell'annuncio del
sequenziamento del genoma umano.
Valutando con occhio di ricercatore e
discutendo con colleghi esperti in materia,
si traeva spesso la conclusione che il tono
di questi annunci non coincideva con il
reale significato della scoperta. Prendiamo,
per esempio, l'articolo e l'intervista in
questione. Boncinelli ha fornito contributi
di primo piano alla delucidazione del
funzionamento di alcuni geni che
presiedono allo sviluppo di talune parti del
cervello. L'importanza cruciale di questi
geni nella formazione di interi organi o di
parti di essi era stata dimostrata diversi
anni fa da tre scienziati, Lewis, Wieschaus
e Nusslein-Volhard che per questa
scoperta furono insigniti del premio Nobel
nel 1995. L'importante, interessantissimo,
contributo di Boncinelli e dei suoi
collaboratori è stato quello di dimostrare
che alcuni di questi geni svolgono un ruolo
essenziale nello sviluppo di parte del
cervello. Dimostrare che uno di questi
presiede alla formazione della corteccia
frontale costituisce un passo ulteriore di
notevole rilievo per comprendere come si
forma quella parte del cervello che
nell'uomo svolge un ruolo cruciale nei
processi cognitivi.
Ma qui sta il punto, perché proclamare che
è stato scoperto il gene dell'intelligenza
rischia di far scadere nel poco serio una
notizia scientifica interessante. Innanzitutto
perché l'affermazione, per quanto dettata da
necessità giornalistiche, non ha alcuna base
scientifica. Sfiderei anche il più acceso e
convinto genetista, a dimostare che la
nostra intelligenza poggia sul
funzionamento di un singolo gene. Questa
facoltà del cervello, che nella nostra specie
si è manifestata con particolare evidenza, è
sicuramente l'espressione coordinata di
numerosissimi geni e di altrettanti fattori
ambientali. I geni agiscono principalmente
nella formazione delle varie parti del
cervello durante lo sviluppo e sicuramente
presiedono anche alla formazione dei
circuiti principali che permettono, ad
esempio, la predisposizione al linguaggio
di cui è dotato l'essere umano. Ma la
"chiusura" di quei circuiti e l'affermarsi
progressivo di ciò che globalmente
definiamo intelligenza dipenderà
esclusivamente dalla miriade di stimoli
ambientali che ad ogni istante della nostra
vita giungono al cervello e ne modellano la
struttura più fine, in modo tale che è giusto
affermare che non vi è individuo eguale ad
un altro.
Ora, scoperte come quella in questione
sono di notevole rilievo e sicuramente
aggiungono un'importante informazione
nel campo delle neuroscienze. Ma quante
analoghe, clamorose scoperte, sono state
annunziate nell'ultimo anno e hanno avuto
un seguito corrispondente alle aspettative
suscitate dalla notizia iniziale? Ciò non
significa, ovviamente, che grandi progressi
non si vadano compiendo in tutti i settori
della biologia e della medicina, ma
semplicemente che sono sempre necessari
tempi lunghi e controlli molto seri, prima
di poter applicare una certa scoperta alla
cura del malato o concludere di aver
scoperto geni che presiedono a funzioni
così complesse come l'intelligenza.
Questi annunci sensazionalistici corrono il
rischio di ingenerare equivoci di vario
genere. Nel cittadino creano
inevitabilmente delle aspettative infondate.
Perché ricordando le notizie lette sui
giornali, sarà portato a considerare
incompetente il medico che lo informerà
sulla mancanza di rimedi nuovi per la sua
malattia e ad accusare della solita
malasanità cliniche e ospedali. Di qui
originano sovente migrazioni all'estero
molto spesso ingiustificate ed anche,
talvolta, richieste di aiuto a stregoni più o
meno patentati.
Il secondo aspetto negativo è più sottile e
riguarda il mondo della ricerca. Un numero
crescente di ricercatori compare in
pubblico per annunziare nuove scoperte
compiute nel proprio laboratorio.
Prescindendo da singoli casi e provando a
generalizzare il problema, la mia
impressione è che spesso ciò sia dettato da
necessità di finanziamenti, di avanzamenti
di carriera o da altre ragioni che potremmo
definire di tipo "politico". Tanto è
importante l'attività divulgativa seria, che
avvicina il cittadino alla scienza nelle sue
varie dimensioni - anche in quelle che
suscitano perplessità e timori - tanto
potrebbe divenire nefasto un
presenzialismo che porti il lettore ad
omologare il ricercatore ad un politico
bisognoso di voti. A ciascuno il suo
mestiere. |