RASSEGNA STAMPA

14 LUGLIO 2000
PIETRO CALISSANO
Il clamore intorno a una scoperta scientifica
Non esiste un gene per l'intelligenza
Alcuni giorni orsono su giornali prestigiosi è stata riportata una notizia dal titolo pressoché eguale: "Scoperto il gene dell'intelligenza". La notizia si riferisce ad una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Neuroscience a firma del professor Boncinelli e dei suoi collaboratori. A corredo di questo annuncio si legge un commento dello stesso scienziato nel quale vengono illustrate, con il garbo e lo stile che gli sono propri, gli aspetti scientifici ed applicativi di questo ulteriore avanzamento nel campo delle neuroscienze. Prendendo spunto dalla notizia alla quale si riferiscono gli articoli in questione vorrei proporre, tuttavia, qualche riflessione.
In questi ultimi anni si è assistito in Italia ad un crescendo di notizie scientificamente clamorose che riportavano con toni trionfalistici scoperte per la cura del cancro, delle più devastanti malattie che colpiscono cervello ed altri organi e culminate nell'annuncio del sequenziamento del genoma umano.
Valutando con occhio di ricercatore e discutendo con colleghi esperti in materia, si traeva spesso la conclusione che il tono di questi annunci non coincideva con il reale significato della scoperta. Prendiamo, per esempio, l'articolo e l'intervista in questione. Boncinelli ha fornito contributi di primo piano alla delucidazione del funzionamento di alcuni geni che presiedono allo sviluppo di talune parti del cervello. L'importanza cruciale di questi geni nella formazione di interi organi o di parti di essi era stata dimostrata diversi anni fa da tre scienziati, Lewis, Wieschaus e Nusslein-Volhard che per questa scoperta furono insigniti del premio Nobel nel 1995. L'importante, interessantissimo, contributo di Boncinelli e dei suoi collaboratori è stato quello di dimostrare che alcuni di questi geni svolgono un ruolo essenziale nello sviluppo di parte del cervello. Dimostrare che uno di questi presiede alla formazione della corteccia frontale costituisce un passo ulteriore di notevole rilievo per comprendere come si forma quella parte del cervello che nell'uomo svolge un ruolo cruciale nei processi cognitivi. Ma qui sta il punto, perché proclamare che è stato scoperto il gene dell'intelligenza rischia di far scadere nel poco serio una notizia scientifica interessante. Innanzitutto perché l'affermazione, per quanto dettata da necessità giornalistiche, non ha alcuna base scientifica. Sfiderei anche il più acceso e convinto genetista, a dimostare che la nostra intelligenza poggia sul funzionamento di un singolo gene. Questa facoltà del cervello, che nella nostra specie si è manifestata con particolare evidenza, è sicuramente l'espressione coordinata di numerosissimi geni e di altrettanti fattori ambientali. I geni agiscono principalmente nella formazione delle varie parti del cervello durante lo sviluppo e sicuramente presiedono anche alla formazione dei circuiti principali che permettono, ad esempio, la predisposizione al linguaggio di cui è dotato l'essere umano. Ma la "chiusura" di quei circuiti e l'affermarsi progressivo di ciò che globalmente definiamo intelligenza dipenderà esclusivamente dalla miriade di stimoli ambientali che ad ogni istante della nostra vita giungono al cervello e ne modellano la struttura più fine, in modo tale che è giusto affermare che non vi è individuo eguale ad un altro. Ora, scoperte come quella in questione sono di notevole rilievo e sicuramente aggiungono un'importante informazione nel campo delle neuroscienze. Ma quante analoghe, clamorose scoperte, sono state annunziate nell'ultimo anno e hanno avuto un seguito corrispondente alle aspettative suscitate dalla notizia iniziale? Ciò non significa, ovviamente, che grandi progressi non si vadano compiendo in tutti i settori della biologia e della medicina, ma semplicemente che sono sempre necessari tempi lunghi e controlli molto seri, prima di poter applicare una certa scoperta alla cura del malato o concludere di aver scoperto geni che presiedono a funzioni così complesse come l'intelligenza.
Questi annunci sensazionalistici corrono il rischio di ingenerare equivoci di vario genere. Nel cittadino creano inevitabilmente delle aspettative infondate.
Perché ricordando le notizie lette sui giornali, sarà portato a considerare incompetente il medico che lo informerà sulla mancanza di rimedi nuovi per la sua malattia e ad accusare della solita malasanità cliniche e ospedali. Di qui originano sovente migrazioni all'estero molto spesso ingiustificate ed anche, talvolta, richieste di aiuto a stregoni più o meno patentati.
Il secondo aspetto negativo è più sottile e riguarda il mondo della ricerca. Un numero crescente di ricercatori compare in pubblico per annunziare nuove scoperte compiute nel proprio laboratorio.
Prescindendo da singoli casi e provando a generalizzare il problema, la mia impressione è che spesso ciò sia dettato da necessità di finanziamenti, di avanzamenti di carriera o da altre ragioni che potremmo definire di tipo "politico". Tanto è importante l'attività divulgativa seria, che avvicina il cittadino alla scienza nelle sue varie dimensioni - anche in quelle che suscitano perplessità e timori - tanto potrebbe divenire nefasto un presenzialismo che porti il lettore ad omologare il ricercatore ad un politico bisognoso di voti. A ciascuno il suo mestiere.
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vedi anche
Scienze Cognitive