| Conoscere, l'evoluzione della "pappa di neuroni" |
| Enrico Bellone, "I corpi e le cose", Bruno Mondadori, pagine 146, lire 20000 | L'uomo, diceva il fisico Victor Weisskopf, è l'occhio attraverso cui l'universo sta imparando a osservare se stesso. Questa non è, solo, una bella frase scritta da un grande scienziato. E non è solo una frase che cerca di consolare (in maniera, peraltro, intelligente) la specie vivente che ha perso di più, in questi ultimi secoli d'esplorazione scientifica del mondo: avendo l'uomo perduto, addirittura, quella centralità cosmica e quella diversità strutturale rispetto al resto del creato che si era autoassegnato. La frase di Weisskopf è, anche, un piccolo saggio di teoria, naturalistica, della conoscenza. Perché, a ben vedere, contiene due asserzioni niente affatto banali. La prima asserzione riguarda l'ente che conosce, l'uomo. La seconda riguarda l'atto stesso del conoscere. Ebbene, nella frase di Victor Weisskopf entrambi, il conoscente e la conoscenza, sono prodotti di un processo evolutivo dell'oggetto conosciuto, della materia cosmica.
A conclusioni analoghe a quelle di Weisskopf giunge anche Enrico Bellone, storico della fisica e direttore di "Le Scienze", edizione italiana dello "Scientific American", che a un modello, naturalistico, della conoscenza ha dedicato un libro, "I corpi e le cose", appena uscito per i tipi della Bruno Mondadori. Un libro denso, ma agile e piacevole. Che conviene leggere per almeno due motivi.
Il primo è che rappresenta un esempio (un ottimo esempio) dì navigazione tra diverse discipline (dalle neuroscienze, alla biologia evolutiva fino alla filosofia) e di, conseguente, sintesi culturale. Con questo libro Bellone, che diriga il "Centro Interdipartimentale di Ricerca in Storia e Filosofia delle Scienze" presso l'università di Padova, fornisce, quindi, una risposta, di alto livello, a quella che si va imponendo come una vera e propria esigenza, sia della comunità scientifica che della società nel suo complesso, i cui rapporti rischiano di bloccarsi davanti alla barriera elevata da specialismi sempre più tecnici e sempre più scarsamente interconnessi.
Il secondo, buon motivo per leggere il libro di Enrico Bellone sta, ovviamente, nei suoi contenuti. L'uomo, sostiene Bellone, è una specie tra le specie, frutto dell'evoluzione darwiniana. Che, come si sa, è evoluzione efficace, ma cieca, priva di finalità. Priva di un qualsiasi "Progetto". Questa affermazione sembrerebbe pacifica, a 140 anni e più dalla pubblicazione dell'"Origine delle Specie" di Charles Darwin. Ma lo è molto di meno quando ci riferiamo all'uomo non solo come essere costituito di carne e ossa, ma anche di mente e coscienza. A molti, ancora oggi, risulta difficile accettare che la mente e la coscienza siano il frutto dell'evoluzione (cieca) della materia e non siano caratteristiche "speciali" dell'uomo. Negate e inaccessibili ad altre specie viventi. Negate e inaccessibili al resto del creato.
Se l'uomo, con la sua mente e con la sua coscienza, è "tutto" frutto dell'evoluzione (cieca) della materia, allora anche il suo bisogno di conoscere, la sua attitudine alla conoscenza non sono altro che prodotti dell'evoluzione adattiva di quella "pappa di neuroni" che è il cervello animale. Prodotti evolutivi condivisi, almeno in parte, da altre specie viventi.
Ma anche le conoscenze sul mondo prodotte dalla mente dell'uomo non sono la lettura "autentica" della realtà, bensì una griglia adattiva di interpretazione del mondo. Una interpretazione economica, che ci consente di ottenere il massimo dei vantaggi in termini di sopravvivenza con il minimo sforzo.
Anche la forma che riteniamo più nobile o alta di conoscenza, anche le teorie, sempre più raffinate, con cui interpretiamo il mondo, sostiene infine Enrico Bellone, non sono quasi mai il frutto di un'intenzione dell'uomo (dell'uomo cosciente), ma sono prodotti evolutivi che nascono e si sviluppano e producono risultati spesso senza rispondere ad alcun progetto e senza quasi mai prevedere gli effetti che generano.
La storia della scienza ha prodotto la progressiva "detronizzazione" dell'uomo. Copernico lo ha scalzato dal centro dell'universo fisico. Darwin dal centro dell'universo biologico. Nella proposta di Bellone, anche l'ultima specificità umana, quella culturale, sembra evaporare fino a svanire. Ma riconoscersi come l'occhio, materiale, attraverso cui l'universo impara a osservare se stesso offre comunque un ruolo esaltante alla specie che ci ha rimesso di più in 400 anni di sviluppo scientifico della conoscenza. |