| Aids, l'eretico conquista l'Africa | È incomprensibile come uno tra i più autorevoli virologi
molecolari statunitensi, membro della National
Academy of Science e professore di biologia
molecolare e cellulare alla prestigiosa University of
California (Berkeley), possa "scegliere" a un certo
punto di passare per una persona ottusa e in
malafede. Perché Peter Duesberg non è il professor
Di Bella. E quando nel 1987 decise di attaccare la
spiegazione virale dell'Aids, i suoi primi lavori uscirono
sulle più quotate riviste internazionali. Oggi è
considerato un eretico, al punto che la comunità
scientifica internazionale arriva a redigere una
dichiarazione contro le sue tesi, e si lamenta di non
trovare più spazio sulle riviste dove prima normalmente
pubblicava.
Comunque, il problema non è se Duesberg venga o
meno imbavagliato, questione su cui si sono subito
precipitati i sociologi della scienza a caccia di casi
che avvallino le loro idee sulla costruzione sociale delle
teorie scientifiche: ha avuto spazio nelle più importanti
riviste scientifiche per circa 10 anni, e quando Nature
decise di non ospitare più suoi interventi lo fece
perché egli si ostinava a ragionare in modo dogmatico
e senza portare nuove prove di quello che sosteneva.
Né la questione rilevante può essere se sia o meno un
eretico: anche perché è inaccettabile il ragionamento
di moda tra gli epistemologi "deboli" che poiché alcuni
scienziati giudicati nel passato "eretici" hanno avuto
ragione, allora tutti quelli che hanno idee "eretiche"
devono essere presi sul serio.
Duesberg dice diverse cose ovvie, che nessun virologo
ed epidemiologo gli contesta, e in particolare che il
virus Hiv non è la causa necessaria dell'Aids, né
tantomeno quella sufficiente, e che l'ipotesi che Hiv sia
la causa dell'Aids non soddisfa i postulati di Koch. Ma
le conclusioni a cui arriva, cioè che Hiv non ha nulla a
che vedere con l'Aids, che in Africa non c'è Aids e
che questa è una malattia causata nei paesi sviluppati
dall'assunzione ricreativa di droghe e dagli stessi
farmaci usati per curare l'Aids, sono sbagliate. Oltre
che socialmente pericolose nel momento in cui entrano
in risonanza con diffusi pregiudizi morali e politici.
Il nocciolo epistemologico del ragionamento di
Duesberg ha dunque a che fare con i postulati di
Koch, nel senso che egli rifiuta di considerare le prove
epidemiologiche e patogenetiche come prove,
rimanendo in tal senso legato a una concezione
dogmatica e antistorica dei postulati. Il che spiega
perché nella lettera con cui Robin Weiss invitava la
comunità scientifica a sottoscrive la Dichiarazione di
Durban contro la tesi che l'Aids non è causato dal virus
Hiv, si dice che non è necessario appartenere al
settore della ricerca su Aids e Hiv per comprendere la
rilevanza del problema, ma basta anche "capire i
postulati di Koch".
Enunciati in diverse versioni tra il 1840 e il 1884, i
postulati che hanno preso il nome da Robert Koch
dicono che per dimostrare che un determinato
microbo è la causa di una malattia infettiva lo si deve
trovare in tutti i pazienti ammalati di quella malattia, la
sua distribuzione nei tessuti deve essere correlata ai
sintomi clinici, deve poter essere isolato da altri
prodotti della malattia, coltivato al di fuori dell'ospite e,
nella forma purificata, deve riprodurre (trasmettere) la
malattia in condizioni sperimentali (cioè in animali da
laboratorio). Ora, lo stesso Koch nel 1890 riconobbe
che questi erano dei criteri ideali, che potevano in
parte non essere soddisfatti. Alla fine del secolo
scorso, per esempio, non si riusciva a infettare animali
con
le colture pure degli agenti della febbre tifoide, della
difterite, e del colera, mentre era impossibile coltivare
l'agente causale della malaria. Si conoscevano inoltre
le infezioni asintomatiche.
Soprattutto, Koch mise a punto i postulati lavorando
con infezioni microbiche, dato che i virus non si
sapeva neppure cosa fossero.
Per cui a partire dagli anni Trenta i postulati sono stati
via via aggiornati alla luce degli sviluppi tecnici e
concettuali della microbiologia per introdurre dei criteri
di causalità validi per le malattie virali, come la
presenza nel siero di anticorpi contro il patogeno,
ovvero l'associazione costante del presunto patogeno
con la malattia specifica e quindi con la
caratterizzazione attraverso indagini epidemiologiche
della distribuzione dell'infezione e della malattia.
Ora, a parte le prove empiriche, è già di per sé il modo
in cui Duesberg assume i postulati di Koch a invalidare
il suo ragionamento. Egli sostiene infatti che il virus
HIV non soddisfa i postulati di Koch in quanto non
sempre è possibile isolarlo nei soggetti malati di Aids e
non ci sono prove sperimentali che dimostrino che
l'infezione con il virus porta all'Aids. Ma in questo modo
egli nega appunto valore di prova a indicatori
immunologici
ed epidemiologici che sono stati largamente accettati
come criteri causali per la loro efficacia in relazione
ad altre malattie virali. Peraltro, sono numerosi i casi
documentati di infezioni accidentali con il virus seguiti
dallo sviluppo della sindrome: ed è veramente
incredibile come Duesberg possa ostinarsi a negare
questo dato. Inoltre sono stati caratterizzati diversi
aspetti della patogenesi dell'Aids che mostrano il
coinvolgimento del virus nella deplezione dei linfociti
T-helper, nonché il modo di progredire lento
dell'infezione. Tutti quelli che Duesberg definisce "miti"
riguardanti l'eziologia virale dell'Aids sono delle
manipolazioni di problemi biologici ed epidemiologici
concreti, che in parte sono già stati risolti e in parte
rimandano a dinamiche biologiche ed epidemiologiche
ancora sconosciute che caratterizzano le interazioni
tra virus e ospite.
L'ipotesi di Duesberg sull'eziologia dell'Aids, che
sarebbe dovuto all'abuso di sostanze stupefacenti, è
talmente generica che forse risponde più a pregiudizi
ideologici o a idiosincrasie personali che ha una tesi
scientifica. Il punto di vista di Duesberg riecheggia le
teorie miasmatiche sull'origine delle malattie infettive: e
si può sempre trovare qualche rapporto tra fattori
ambientali o comportamentali non specifici e
un'epidemia, dato che gli agenti infettivi per
trasmettersi devono utilizzare qualche veicolo la cui
efficacia può variare in rapporto a condizioni
ambientali e stili di comportamento. Ed è
verosimilmente proprio al fatto di imputare a fattori
comportamentali l'origine dell'Aids, restringendone la
diffusione al mondo sviluppato, che si deve il successo
delle tesi di Duesberg in ambienti politicamente o
moralmente prevenuti sulla questione dell'Aids.
Dall'articolo di Bangone si evince quali possono essere
i ragionamenti che hanno indotto Thabo Mbeki a
prendere una posizione che contraddice quello che
pensano gli scienziati africani.
Per quanto riguarda il mondo sviluppato il fatto di
indicare l'assunzione di droghe e l'omosessualità come
le vere cause dell'Aids, riflette probabilmente alcune
motivazioni di natura moralistica che stanno dietro
l'azione di Duesberg. Così Carlo Augusto Viano, a
proposito del libro di Duesberg, ha potuto sostenere
che "la tesi che l'Aids fosse un virus" (sic!) si è
affermata perché faceva comodo agli omosessuali, i
quali hanno poi preteso investimenti per un vaccino
che assolva le loro perversioni. |