RASSEGNA STAMPA

8 LUGLIO 2000
AUGUSTO ILLUMINATI
La filosofia degli autori dimenticati
Da Louis Althusser a Jean-François Lyotard, due volumi per comprendere traiettore e approdi della riflessione filosofica francese
Niente di male che la diffusione della filosofia segua le mode. Peccato che, mentre queste (vestiti, acconciature, canzoni) si costruiscono a loro modo una storia rivisitando periodicamente per decenni le esperienze passate (i roaring '30, i faboulous '60 e da ultimo i '70), i divulgatori filosofici trascurino i successi passati e corrano sempre ciecamente dietro all'ultimo libro. Ben vengano dunque riprese di riflessione su autori che hanno occupato il proscenio negli anni '70 e '80 e poi sono andati incontro a un'eclissi immotivata quanto la fortuna dei loro successori. Già questo giornale è ritornato, in occasioni di recenti pubblicazioni, sul significato e il peso dell'opera di Michel Foucault, e vorremmo ora segnalare altri due filoni del pensiero francese, molto diversi ma del pari e fugacemente egemonici sulla cultura italiana.
Maria Turchetto (turchetto@interfree.it) ha fondato un'"Associazione Louis Althusser" e avviato, in collaborazione con le edizioni Unicopli, una collana di libri di e su questo autore, che si apre con Filosofia e filosofia spontanea degli scienziati - Corso di filosofia per operatori scientifici (pp. 187, L. . 25.000). Si tratta di cinque lezioni (l'ultima finora inedita in Italia) tenute nel 1967-1968 presso l'École Normale Supérieure e accompagnate dal testo di Jacques Monod cui fa riferimento la quarta. In esse si sviluppa l'idea che esista una filosofia spontanea degli scienziati, caratterizzata da due parti: 1) un elemento di origine intrascientifica, cioè una convinzione materialista emergente dalla pratica immediata e consistente nella credenza dell'esistenza reale dell'oggetto e dell'oggettività della conoscenza ad esso relativa nonché nella giustezza delle procedure investigative; 2) un elemento extrascientifico, esterno alla pratica e sostanzialmente idealista, che sostituisce in linea di tendenza l'esperienza all'oggetto, il modello alla teoria, le tecniche di validazione al metodo scientifico.
Questo secondo elemento tende a prevalere, anche negli scienziati più onesti, conferendo una tonalità idealista a tutta la scienza. Esempi, l'empiriocriticismo classico di Ernst Mach e più recentemente la riflessione di Monod, mentre la proposta operativa consiste nell'intervento dall'esterno di una filosofia che rispetti e sostenga la causa dell'elemento 1, rafforzando la buona causa materialista contro i ripensamenti dovuti alla pressione dell'ambiente circostante, delle idee (spiritualiste) della classi dominanti, la cui tipica forma è l'accoppiata di empirismo e umanesimo. Del resto la filosofia nasce e si modifica soltanto in relazione all'esistenza e ai cambiamenti delle scienze in senso stretto (non semplici pratiche tecniche), ma pretende di farsi "filosofia della scienza" e di fabbricare una "teoria della conoscenza", esibendo così il suo lato ideologico. La critica del meccanismo base idealista - l'invarianza della formula (Soggetto=Oggetto)=Verità nelle due varianti empirista e formalista - si accompagna alla consapevolezza, tutta spinoziana, della non eliminabilità, ma della semplice riconoscibilità e controllabilità del momento ideologico, dato che i processi di produzione delle conoscenze sono surdeterminati da un contesto sociale conflittuale. Il filosofo materialista saprà agire l'ideologia senza esserne agito, sfruttarla per veleggiare controvento, secondo la ricca metafora per cui la verità non è disvelamento, ma velo nel duplice senso di velamento e vela.
Omaggio al pensiero di Jean-François Lyotard (più citato che letto e ancor meno ricordato dagli ingrati nipotini postmoderni) è invece Pensiero al presente, curato da Federica Sossi per l'editore Cronopio (Napoli 1999, pp. 271, L. . 28.000), con un'intervista del 1991 a Lyotard, una conversazione dello stesso con Pierre Vidal-Naquet sull'Algeria (1989) e i contributi presentati nel marzo 1999 al Collège International de Philosophie a un anno dalla morte del filosofo cofondatore dell'istituzione (Miguel Abensour, Alain Badiou, Jacques Derrida, Clemens-Carl Härle, Jean-Claude Milner, Jean-Luc Nancy), integrati con saggi italiani di Maurizio Ferraris, Elio Franzini, Federica Sossi e Glenda Garelli.
I due aspetti più interessanti del pensiero di Lyotard che vengono messi in luce sono la componente politica - dalla militanza in Socialisme ou barbarie, fino al 1964, e in Pouvoir ouvrier, fino al 1966, dalla battaglia sull'affare Audin alla formulazione dei concetti di intrattabile e di dissidio (différend) - e il decisivo rapporto con Kant e soprattutto con le categorie di senso comune e giudizio riflettente nella terza Critica (saggi di Nancy, Sossi e Garelli) dove viene parimenti in questione la costituzione assai problematica della comunità.
Abensour coglie nell'intrattabile ciò che resiste (e con cui si resiste) a una pratica di trasformazione normalizzatrice, preservando la possibile recrudescenza di un'indomabile negatività, il non comunicabile, l'atopico che rilutta alla sintesi e, anche quando sparisce dall'orizzonte con la fine della centralità rivoluzionaria del proletariato, resta un polo antagonista, un principio di disordine o più modestamente una sua traccia anarchica.
Badiou, che si era schierato su posizioni maoiste ben diverse, marca con grande rispetto le differenze, domandandosi qual è il luogo della fedeltà all'intrattabile: la politica (che ormai è uno dei nomi dell'essere che non c'è nella notturna deriva in cui ci troviamo)? il molteplice, che permea la potenza del mattino al di là dell'uniformità di quella notte che è il capitale, il nome notturno dell'essere che c'è? il pensiero, al cui ordine (e non a quello del potere) appartiene oggi la vera politica? Per Milner, infine, l'irriducibilità del dissidio, che è il nome del mondo e dell'anima in quanto segnati da una logica di incommensurabilità, apre la strada a una politica di secessione che sfrutta per la resistenza le possibilità teoriche del molteplice e del paganesimo politeista contro il monoteismo del lavoro e del moderno. Confluisce qui il filone kantiano, laddove Sossi registra l'accostamento ma anche il sottile scarto fra la comunità inoperosa di Nancy e quella inoggettivabile e inintelligente promessa dal sensus communis della Critica del giudizio e rilanciata da Lyotard: entrambi gli autori si confrontano con Heidegger e il suo silenzio sugli Ebrei, ma il primo è attento all'Essere, il secondo piuttosto agli Ebrei, alle piccole variazioni narrative del molteplice.
La "colpa" di Heidegger non è soltanto di estetizzare un residuo di metafisica, ma di autorizzare una sopravalutazione dell'etica cortocircuitata in estetica, dell'essere schiacciato sul ricordare. L'anonimato di Auschwitz porta a termine la fine benjaminana della narrazione, perché disperde il concatenamente legittimante delle frasi, l'obbligazione rammemorante del destinatario, svuota il "noi", la comunità e la memoria - l'altra faccia dell'evacuazione postmoderna del progetto. Su queste rovine si erge una resistenza quasi infantile, il racconto della morte delle grandi narrazioni nel "postmoderno spiegato ai bambini".
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