RASSEGNA STAMPA

2 LUGLIO 2000
MAURIZIO CECCHETTI
Forte: "Attenuarlo, senza rimuoverlo"
L'appello di chi è pro-eutanasia si fonda sulla presunta "inutilità" del dolore in chi ha ormai un'esistenza da malato terminale o da "vegetale". È davvero inutile il dolore? Oppure ha un valore fondato su ragioni che non sono solo quelle della fede? Lo chiediamo a un teologo, affinché ci dica se nella modernità il dolore è diventato totalmente incomprensibile. Per Bruno Forte l'epoca moderna si caratterizza proprio "per la sua rimozione del dolore". E precisa: "Rimozione nel senso romantico di un dolore tanto esaltato e celebrato da diventare estetico, e quindi fino a perdere la sua forza tragica già denunciata da Kierkegaard; sia nel senso di un dolore che, come nel sistema di Hegel, diventa momento del processo, che verrà superato nella gioia finale". Questo impulso a rimuovere il dolore sembra una banalizzazione dello stoicismo. "Piuttosto - replica Forte - è una radicalizzazione, nel senso che lo stoicismo manteneva in fondo una sua tragicità perché era un'etica del finito, un'etica che pur vanificando il dolore lo sopportava all'interno di una dignità e di uno spessore drammatico, mentre la modernità ideologica lo rimuove perché nel suo progetto la vittoria della ragione su tutto non può non consumarsi. Ciò significa anche che a livello della persona il dolore è visto solo come negatività e quando è ineliminabile è concepito soltanto come momento alienante dell'esistenza. Questo contrasta profondamente con la tradizione biblica, dove il dolore ha la dignità in quanto fatto proprio dal Dio vivente: sia nel senso della tradizione ebraica, dove Dio si compromette con la storia del mondo per amore dell'uomo fino a soffrire per il suo popolo, sia nel culmine dell'abbandono di Cristo sulla croce, dove Dio fa suo il dolore". La passione di Dio è uno degli argomenti vertiginosi della teologia del Novecento, da Moltmann a von Balthasar. "Che Dio abbia fatto suo il dolore, ha detto una volta Gadamer, è quanto di più alto la mente umana ha mai concepito e questo gli è stato donato. Quale luce getta sul dolore il dolore di Dio, il dolore in Dio? Esso - continua Forte - non è soltanto un momento del processo, ma l'espressione di un valore infinito, quello dell'amore.
Il dare la vita per gli altri, il soffrire per gli altri: il trasformare la sofferenza in comunione..." Molti, d'altra parte, si chiedono fino a che punto dobbiamo medicalizzare il dolore. Il ministro Veronesi, per esempio, pensa che si debba estendere l'uso di calmanti come la morfina nelle terapie sui malati più gravi. "In generale si tratta di una strategia giusta che afferma un valore e va distinta dalla rimozione ideologica del dolore - spiega Forte -. È un valore porre la persona nelle condizioni di sopportabilità del dolore che le consentano di possederlo e di vivere con dignità la sofferenza. Naturalmente, senza alienare nella persona la possibilità di viverla anche come offerta. Il farmaco non dev'essere una forma di svuotamento della responsabilità etica della persona". Da Dostoevskij a Camus, la domanda più radicale nasce davanti al dolore innocente. Un problema che ha anche una dimensione teologica. "Certo, è una domanda su Dio che resta aperta. Però Dostoevskij stesso affronta la questione proponendo un doppio sillogismo: se Dio c'è, il dolore è insopportabile, siccome il dolore è insopportabile allora Dio c'è; ma anche: se c'è il dolore non può esserci Dio, il dolore c'è dunque non può esserci Dio.
Sono entrambi sostenibili questi sillogismi, quindi come si esce da questo paradosso? Se ne esce, come dice Dostoevskij, cambiando l'idea di Dio, non vedendo in Dio soltanto l'altra parte passiva e indifferente, apatica davanti al dolore del mondo. I valori in gioco per il credente sono l'immagine di Dio, crocifisso e che fa suo per amore il dolore del mondo; ma anche per il non credente pensoso, ciò che dà dignità al dolore è il senso profondo di solidarietà con l'umanità sofferente e anche la discrezione davanti al mistero ultimo".
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