| Forte: "Attenuarlo, senza
rimuoverlo" | L'appello di chi è pro-eutanasia si fonda sulla presunta "inutilità"
del dolore in chi ha ormai un'esistenza da malato terminale o da
"vegetale". È davvero inutile il dolore? Oppure ha un valore
fondato su ragioni che non sono solo quelle della fede? Lo
chiediamo a un teologo, affinché ci dica se nella modernità il
dolore è diventato totalmente incomprensibile. Per Bruno Forte
l'epoca moderna si caratterizza proprio "per la sua rimozione del
dolore". E precisa: "Rimozione nel senso romantico di un dolore
tanto esaltato e celebrato da diventare estetico, e quindi fino a
perdere la sua forza tragica già denunciata da Kierkegaard; sia nel
senso di un dolore che, come nel sistema di Hegel, diventa momento del processo, che verrà superato nella gioia finale".
Questo impulso a rimuovere il dolore sembra una banalizzazione
dello stoicismo. "Piuttosto - replica Forte - è una
radicalizzazione, nel senso che lo stoicismo manteneva in fondo
una sua tragicità perché era un'etica del finito, un'etica che pur
vanificando il dolore lo sopportava all'interno di una dignità e di
uno spessore drammatico, mentre la modernità ideologica lo
rimuove perché nel suo progetto la vittoria della ragione su tutto
non può non consumarsi. Ciò significa anche che a livello della
persona il dolore è visto solo come negatività e quando è
ineliminabile è concepito soltanto come momento alienante
dell'esistenza. Questo contrasta profondamente con la tradizione
biblica, dove il dolore ha la dignità in quanto fatto proprio dal Dio
vivente: sia nel senso della tradizione ebraica, dove Dio si
compromette con la storia del mondo per amore dell'uomo fino a
soffrire per il suo popolo, sia nel culmine dell'abbandono di
Cristo sulla croce, dove Dio fa suo il dolore".
La passione di Dio è uno degli argomenti vertiginosi della
teologia del Novecento, da Moltmann a von Balthasar. "Che Dio
abbia fatto suo il dolore, ha detto una volta Gadamer, è quanto di
più alto la mente umana ha mai concepito e questo gli è stato
donato. Quale luce getta sul dolore il dolore di Dio, il dolore in
Dio? Esso - continua Forte - non è soltanto un momento del
processo, ma l'espressione di un valore infinito, quello dell'amore.
Il dare la vita per gli altri, il soffrire per gli altri: il trasformare la
sofferenza in comunione..."
Molti, d'altra parte, si chiedono fino a che punto dobbiamo
medicalizzare il dolore. Il ministro Veronesi, per esempio, pensa
che si debba estendere l'uso di calmanti come la morfina nelle
terapie sui malati più gravi. "In generale si tratta di una strategia
giusta che afferma un valore e va distinta dalla rimozione
ideologica del dolore - spiega Forte -. È un valore porre la persona
nelle condizioni di sopportabilità del dolore che le consentano di
possederlo e di vivere con dignità la sofferenza. Naturalmente,
senza alienare nella persona la possibilità di viverla anche come
offerta. Il farmaco non dev'essere una forma di svuotamento della
responsabilità etica della persona".
Da Dostoevskij a Camus, la domanda più radicale nasce davanti al
dolore innocente. Un problema che ha anche una dimensione
teologica. "Certo, è una domanda su Dio che resta aperta. Però
Dostoevskij stesso affronta la questione proponendo un doppio
sillogismo: se Dio c'è, il dolore è insopportabile, siccome il
dolore è insopportabile allora Dio c'è; ma anche: se c'è il dolore
non può esserci Dio, il dolore c'è dunque non può esserci Dio.
Sono entrambi sostenibili questi sillogismi, quindi come si esce da
questo paradosso? Se ne esce, come dice Dostoevskij, cambiando
l'idea di Dio, non vedendo in Dio soltanto l'altra parte passiva e
indifferente, apatica davanti al dolore del mondo. I valori in gioco
per il credente sono l'immagine di Dio, crocifisso e che fa suo per
amore il dolore del mondo; ma anche per il non credente pensoso,
ciò che dà dignità al dolore è il senso profondo di solidarietà con
l'umanità sofferente e anche la discrezione davanti al mistero
ultimo". |