Omosessualità: per Freud non è né colpa né
malattia| Una raccolta di saggi su sesso e normalità
secondo la psicoanalisi. Una relazione con molti equivoci |
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| AA. VV., "L'omosessualità nella psicoanalisi", a
cura di F. Bassi e P. F. Galli, Einaudi, pagine 268, lire 30.000 | Qualche tempo fa, durante una svagata attività di zapping ,
sono incappata in un'intervista che trovo, nella sua banalità,
straordinariamente rappresentativa di questo momento culturale.
In un mercato romano l'intervistatore chiedeva a un fruttivendolo:
"Come reagirebbe se suo figlio tornasse a casa una sera
dicendole: "papà sono eterosessuale"( sic )". L'intervistato,
emozionato, riusciva a balbettare soltanto: "E già, so' dolori, che
sà da di'. So' disgrazie", mentre tutti intorno annuivano
compunti. L'equivoco è significativo: la confusione lessicale,
l'alone emotivo rivelano che si è attivata l'area del pregiudizio.
Nell'individuo lo stereotipo può corrispondere al pensiero
cosciente oppure allignare nell'inconscio. In ogni caso è difficile
estirparlo del tutto. Proprio per la sua resistenza alla verità,
all'evidenza, al giudizio morale, il pregiudizio è stato oggetto di
particolari studi psicoanalitici, soprattutto da parte della Scuola di
Francoforte che ne ha individuato la funzione difensiva
dell'identità individuale e collettiva, minacciata dalla prossimità
dell'alterità, come accade nel razzismo e nell'oppressione del-
l'omosessualità. Quel progetto è stato opportunamente ripreso da
Pier Francesco Galli e Fabiano Bassi nella nuova collana "Tracce
dalla Psicoanalisi" (Einaudi), di cui, dopo La psicoanalisi e
l'antisemitismo, esce in questi giorni, con evidente tempestività,
L'omosessualità nella psicoanalisi , costituita da nove saggi.
Erroneamente attribuita a Freud, la condanna dell'omosessualità
appartiene piuttosto alle generazioni seguenti e, in particolare, al
clima puritano e maccartista degli Stati Uniti. Freud infatti, sin dal
1935, rispondendo alla lettera di una mamma americana che gli
chiedeva una terapia per il figlio, aveva affermato che
l'omosessualità non è né una malattia né una colpa ma una
"variante della funzione sessuale". Il compito della psicoanalisi,
sostiene ora lo svizzero Morgenthaler, non è mai stato quello di
cambiare i comportamenti degli uomini, quanto di far loro
sviluppare la flessibilità nella valutazione delle proprie domande
interne. L'omosessualità non può più essere considerata una
forma immatura dello sviluppo sessuale perché ha un suo
itinerario, una sua storia. "Di fatto non c'è né l'etero-, né l'omo-,
né la bisessualità. C'è solo la sessualità, che attraverso le linee di
sviluppo più varie trova in ciascun individuo la sua specifica
forma di espressione".
Un tempo gli analisti condividevano una serie di valori e di
giudizi formulati da una società relativamente omogenea, per cui
le nevrosi apparivano evidentemente patologiche e le perversioni
ovviamente indesiderabili. Ma ora, osserva Mitchell, "lo stile di
vita delle persone, il loro comportamento sessuale e la
mutevolezza delle norme, vanno e vengono come mode durante il
giorno". E' diventato impossibile determinare il significato
interiore e la rilevanza delle esperienze limitandosi a osservare i
comportamenti. Essi non valgono di per sé ma per la funzione che
svolgono, per il soggetto che li compie. Sono validi se lo
realizzano. Purché si tenga presente, aggiungo io, il bene della
comunità oltre a quello dell'individuo. La psicoanalisi pertanto
non può essere chiamata, come spesso avviene, a formulare criteri
di normalità e di anormalità. Freud lo aveva implicitamente
dichiarato sin dal 1901 intitolando una delle sue maggiori opere
Psicopatologia della vita quotidiana , un ossimoro che riporta la
patologia nella normalità , nell'universale familiarità del
quotidiano, sottraendola così alla tentazione, rassicurante per sé e
minacciosa per gli altri, di proiettarla nell'altrove e nel diverso. |