I comandamenti di una morale della vita che dimentica la
storia | Le tecnologie avanzate della medicina contemporanea ci dicono che cosa possiamo fare, ma non quello
che dobbiamo fare, perché l'etica è anche questione di scelte sulle priorità relazionali e sociali da
perseguire e delle conseguenti responsabilità che esse comportano. Una lettura critica del volume
"Ripensare la vita" del bioeticista e animalista Peter Singer edito da Il Saggiatore |
| " Così come la si pratica oggi, la bioetica non è legata a nessun modo particolare di far
filosofia, giacché la sola condizione che deve rispettare è quella di adottare un approccio
che faccia leva sul ragionamento e sull'argomentazione, limitando al minimo i preconcetti.
Questo approccio è così libero da essere aperto a tutti, tranne forse ai pochi marxisti
vecchio stampo, ammesso che ne esistano ancora, così intransigenti da sottrarsi ad ogni
discussione etica, e ai pensatori religiosi decisi ad evitare ogni argomentazione razionale e
a derivare le proprie conclusioni etiche dalle credenze della loro religione di appartenenza".
Così Peter Singer presenta il suo Ripensare la vita (trad. it. di S. Nini, Il Saggiatore, pp.
239, L. . 29.000) nella prefazione all'edizione italiana del libro. La prefazione ci sembra
tutto sommato "mirata", intesa com'è, a ben vedere, a segnalare un certo ritardo della
nostra cultura speculativa a misurarsi con i problemi scaturiti dai progressi della
biomedicina e dall'evoluzione del costume.
Singer, nativo di Melbourne, Australia, bioeticista e animalista di fama mondiale, dall'anno
scorso docente di filosofia morale nella prestigiosa università americana di Princeton, è,
come avrebbe detto Shakespeare, un "uomo d'onore". Dunque, quanto sostiene andrebbe
preso sul serio. Solo che, detto con franchezza, lo studioso australiano non ci facilita le
cose. In primo luogo, non crediamo sia ragionevole, e neppure lecito, voler impedire a un
teologo di dedurre conclusioni di indole generale dalla propria confessione e cercare di
entrare in discussione con gli atei sul significato generale della vita e della morte.
Certamente, risposte tagliate sull'assoluto sono pericolose perché veicolano il
fondamentalismo, ma è anche vero che sovente il teologo dà voce a domande "prime" che
comunque milioni di uomini e di donne continuano da sempre a porsi. Ha senso allora
cacciare via dalla porta la teologia, quando essa è comunque destinata a rientrare da una
finestra lasciata aperta da malati terminali, da donne alle prese con il difficile problema
dell'aborto, da genitori disperati di bambini affetti da guasti cerebrali irreversibili o
comunque destinati a un futuro drammatico?
In secondo luogo, non comprendiamo a quali marxisti Singer si riferisca e sospettiamo, per
esser noi stessi marxisti di vecchio stampo, che egli scambi per intransigenza un
appassionato impegno morale e civile che dura ormai da 150 anni. Potremmo ingoiare
l'amarezza che, ancora una volta, ci viene dall'essere implicitamente accusati di
oscurantismo ed evitare di farci, proprio noi, paladini dei diritti della religione, se con
questo atteggiamento Singer non preparasse a se stesso e alla bioetica una trappola
pericolosa consistente nel confondere l'etica - una disciplina che aiuta a trovare, di volta
in volta, risposte tagliate sul bisogno - con la morale, vale a dire con lo sforzo di mettere
a punto principî e norme senza cui le soluzioni provvisorie restano quelle che sono, per
l'appunto provvisorie, e assumono, per medici e pubblico, il carattere di vere e proprie
imposizioni, piuttosto che di imperativi della condotta, in una parola costrizioni e non
doveri.
I materiali con i quali Singer costruisce, forse senza rendersene conto, la sua trappola, si
riassumono in: a) l'assoluta irrilevanza del "biografico"; b) il fraintendimento di contenuti
cruciali di momenti alti della filosofia occidentale e della stessa scienza.
Il primo caso esaminato da Singer è quello di Trisha Marshall. Trisha, una ragazza
americana di 28 anni, la notte del 19 aprile 1993, a North Oackland (San Francisco),
irrompe nell'abitazione di un disabile sessantenne e lo minaccia con una mannaia da
macellaio. Il malcapitato reagisce e le spara colpendola alla testa. La ragazza viene
ricoverata nel reparto di terapia intensiva della Highland General Hospital. Il suo stato,
prontamente diagnosticato, è quello di morte cerebrale. E' mantenuta in vita con le
strategie terapeutiche del caso, giacché, pur essendo il suo cervello "spento", le funzioni
vitali si mantengono intatte. La donna è incinta da 17 settimane. Come osserva Singer
"per tre mesi e mezzo il cuore della Marshall continuò a battere, mentre il respiratore
spingeva aria nei suoi polmoni e un tubo inserito attraverso il naso portava sostanze
nutritive nello stomaco. Le infermiere provvedevano a muoverle gli arti perché non si
irrigidissero, a cambiare posizione alla malata per impedire la formazione di piaghe da
decubito e a tenerla pulita. Il 3 agosto nacque con parto cesareo un bambino un po'
prematuro ma sano... Il bambino trascorse tre settimane e mezza in un'unità di cure
intensive, poi fu dimesso. Dove sarebbe potuto andare? La famiglia della madre chiese che
le venisse affidato. Lo stesso fece il ragazzo della Marshall. Sul problema della custodia
del bambino incominciò così una lunga disputa che finì quando le analisi ematologiche
dimostrarono che il giovane non era il padre".
Ricostruendo la storia di Trisha, Singer pone sul tappeto diverse questioni: avevano
ragione i cittadini di Oackland ad essere irritati perché il mantenimento in vita della
giovane, finalizzato alla nascita del bambino, e la complessità delle operazioni associate al
parto e alla sopravvivenza del feto avevano comportato per l'ospedale una spesa
complessiva di 400.000 dollari? Una somma, sostenevano i più, che avrebbe potuto essere
meglio impiegata per le tossicodipendenze, l'approvigionamento di farmaci e strumenti
indispensabili per l'attività sanitaria, i trapianti di organi? A queste domande Singer
risponde così: le tecnologie avanzate della medicina contemporanea ci dicono che cosa
possiamo fare, ma dobbiamo fare quel che possiamo fare? No, perché l'etica non investe
quel che si può fare, ma quel che si deve fare. Le cose stanno così perché l'etica è
questione di scelte e di responsabilità. Bene, Singer, uomo d'onore , ha perfettamente
ragione. Ma la scelta non implica la necessità di ancorarsi a un preciso referente? Quale
era questo referente? A nostro parere, una toccante storia d'amore tra due ragazzi
dell'inferno metropolitano: Trisha e il suo compagno. Il fatto stesso che il ragazzo non
fosse il padre "naturale" del bambino innalza il valore morale della storia: la genitorialità
non è solo un fatto naturale, è anche e soprattutto l'esito di un coinvolgimento di affetti e
di sfide, in una parola, un momento insopprimibile non già della vita in sé, ma del
biografico, in cui quel che veramente conta non è la natura, ma l'insieme delle relazioni
umane, la storia. Il ragazzo di Trisha si muoveva all'interno di una biografia, la sua e quella
della giovane, in cui subentrava il momento alto dei doveri associati all'amore tra un uomo
e una donna. Il medico di Trisha, che definì il bambino "molto carino", e che, con i colleghi
aveva cooperato alla sopravvivenza fisica della ragazza, aveva fatto quello che, a nostro
parere, a Singer è sfuggito: usato la tecnica come strategia lungimirante della scienza
medica al servizio della morale.
In questa prospettiva si ribaltano le preoccupazioni costi-benefici. Non ci si deve chiedere
perché un ospedale spenda centinaia di milioni di lire - che non ha - distogliendo da altre
le emergenze, le sempre insufficienti risorse finanziarie. Occorre piuttosto chiedersi
perché, in generale, un ospedale, anche nel paese più ricco del mondo, non disponga dei
fondi necessari. La cronica povertà delle istituzioni sanitarie non rinvia, forse,
inevitabilmente, a una visione critica della società postmoderna in cui il primato
dell'equazione costi-benefici nasconde costantemente la realtà: la realtà di un contesto
umano appiattito all'insieme di utenti di un astratto, il denaro? Siamo solo poveri
vetero-marxisti perché abbiamo ancora la forza di denunciare questo stato di cose?
In questo appiattimento si inserisce la valutazione che Singer, nella seconda parte del
libro, fa del pensiero di taluni giganti della filosofia occidentale, da Tommaso d'Aquino -cui,
di recente, la cultura scientifica occidentale ha riconosciuto il merito di aver gettato le
basi della tradizione biologica francese - a Descartes e soprattutto a Kant.
Contrariamente a quello che dice Singer, la filosofia kantiana non si propone affatto di
"porre l'uomo al centro dell'universo" ma, piuttosto, cerca di dedurre dalle potenzialità
conoscitive proprie della coscienza umana le responsabilità cogenti che essa ha nei
confronti della natura nel suo complesso e del mondo degli animali in particolare. Crede
davvero Singer che l'animalismo, di cui è campione, sarebbe mai potuto decollare se
l'uomo, animal sapiens per definizione di Kant, non traesse da questa differenza - peraltro
innegabile - il dovere di far transitare l'intera natura, animali compresi, dal mondo delle
forze brute al regno della convivenza pacifica universale? Che cosa è la ragione kantiana
se non la promessa che il mondo vivente, nato dal caso, possa essere ricostruito secondo
necessità? Lo stesso Darwin, che Singer celebra come il primo che abbia ricondotto l'uomo
alla sua affiliazione con gli animali, sarebbe davvero riuscito a farlo se, studiando il
comportamento degli animali, non avesse trasferito la storia dei conflitti sociali umani, la
"lotta per la vita", nell'indagine sul mondo vivente nel suo complesso.
A poco a poco si chiarisce l'indole della trappola in cui Singer finisce per ingabbiare la sua
indagine sulle grandi questioni della bioetica contemporanea. Una trappola costituita
dall'irrilevanza della biografia e della storia e dal singolare errore di non vedere nella
ragione - ragione che non ha nulla a che fare con un calcolo ragionieristico - un luogo
dove nasce la responsabilità, cioè l'essenza della morale. Smarrendo lo spessore di questa
tematica, Singer enuncia una nuova serie di comandamenti che trarrebbero legittimazione
dal ripensamento di che cosa sono vita e morte nell'era dei grandi mutamenti apportati dai
progressi delle scienze bio-mediche. Ma questi comandamenti, proprio perché non tengono
conto del primato del dovere sull'opportuno, finiscono con il volgersi in prescrizioni di una
bioetica risolta in non altro che in una delle tante normative veicolate dal capitalismo.
Così, a dispetto dell'autore, si perdono molte osservazioni fini e scientificamente pregevoli
di cui pur abbonda Ripensare la vita . Non siamo certamente sicuri che le intenzioni di
Singer fossero quelle di subordinare la bioetica al primato dell'economico. Temiamo
tuttavia che l'intera argomentazione, poco attenta alle mediazioni speculative, che pur
sarebbero state necessarie, corra il rischio di trasmettere e legittimare un messaggio
sinistro. |