C'erano una volta i fanatici dell'Apocalisse e poi vennero i capi carismaticiNorman Cohn, Eugen Weber, Giorgio Agamben: le origini del pensiero messianico e utopico rivisitate all'alba del Duemila Dalla tradizione giudaico-cristiana alle eresie gnostiche, millenariste e anabattiste fino alle moderne società totalitarie del Novecento |
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| Norman Cohn, "I fanatici dell'Apocalisse", Edizioni di Comunità, pagine 389, lire 46.000 | Alba del Duemila ed è tutto un fiorire di studi su messianismo, apocalissi e utopia. Perché il tema rinasce? Per uno strano combinato disposto. Da un lato s'affaccia il terzo millennio, con corteo di suggestioni new-age di ogni sorta. Dall'altro il millennio si apre sulla catastrofe delle esperienze utopiche novecentesche: fascismo e comunismo in primo luogo. Perciò, ragionare di utopia ha valore di consuntivo e ammonimento. Non siamo in pieno "disordine mondiale", costellato di fondamentalismi e angosce sulla sopravvivenza del pianeta? Non è quindi casuale la comparsa, quasi contemporanea, di tre libri: "I fanatici dell'apocalissi", di Norman Cohn, grande studioso oxfordiano; "La fine dell'innocenza. Utopia, totalitarismo, comunismo" (Marsilio) di Pierluigi Battista, inviato de "La Stampa"; "Le apocalissi. Profezie, culti e millenarismi attraverso i secoli" (Garzanti) di Eugen Weber, saggista formatosi a Cambridge, che vive in California. E in più arriva il nuovo libro di Giorgio Agamben, filosofo di ascendenza heideggeriana e studioso di Benjamin: "Il tempo che resta" (Bollati-Boringhieri) commento alla "Lettera ai Romani" di S. Paolo
Del secondo volume segnalato abbiamo già parlato, sulle pagine di questo giornale. La tesi di Battista è che l'Utopia, termine inventato nel 1516 da Tommaso Moro, è alla base - perché "forma mentis" - delle esperienze totalitarie. Del comunismo in primo luogo. Frutto di mentalità antimoderna, volta a controllare secolarizzazione e individualismo. Il limite della diagnosi sta però nel suo non saper cogliere le tragedie della modernità: esclusione, pauperismo, colonialismo, guerre imperialistiche. Fattori che spiegano l'attecchire della suggestione utopica, ben prima del comunismo come movimento internazionale, il quale del resto non sempre generò regressione (come mostra il caso del Pci). E poi tutta la modernità è intrisa di utopie: religiose, scientifiche, artistiche, architettoniche. A cominciare dalla Riforma protestante, dall'economia politica liberale, e dalle Rivoluzioni inglese, francese e americana. Perciò, per capire meglio l'utopia nei suoi intrecci con la storia e le sue crisi - occorre andare al libro di Norman Cohn, la cui prima edizione è del 1957.Lì c'è un criterio di metodo importante. E cioè: sono le grandi crisi del mondo occidentale ad attivare episodicamente la "mentalità" apocalittica, finalistica e giudeo-cristiana. Vero inconscio di Utopia. Vale per gli gnostici dei primi secoli cristiani, e per i movimenti ereticali legati al primo implodere del feudalesimo. Come per il corteo di eresie sprigionate
Dalla rivolta di Lutero: da Giovanni di Leyda a Thomas Müntzer.
Per Cohn la sconnessione dei legami sociali - grande peste, eclisse dell'impero, guerre civili negli stati nazionali con ascesa di nuove classi proprietarie - libera pulsioni salvifíche di massa negli "esclusi". Pulsioni sorrette da un "immaginario" antico: il profetismo biblico e cristiano. Che arriva a travasarsi in ideologie anticristiane, etniche o illuministiche. E basta scorrere l'affascinante e dettagliato "Le apocalissi" di Eugen Weber, per avere la conferma narrativa della tesi di Cohn. Quanto al nucleo primitivo della "pulsione apocalittica", matrice del millenarismo di Tommaso da Fiore, ci aiuta a coglierlo anche il commento di Giorgio Agamben a S. Paolo. Utile a riscoprire le vibrazioni messianiche di Paolo di Tarso. Il quale però - al contrario di quel che dice Agamben che vede in Paolo un eversore - "normalizza" quelle vibrazioni. Scindendo per l'appunto "tempo messianico" e "tempo apocalittico". E spostando in avanti, e all'infinito, l'Apocalissi. Contro quei cristiani radicali che vedevano imminente il ritorno di Cristo, e l'instaurazione del suo regno.
Per Paolo, il Messia era già venuto, e aveva inaugurato il tempo indefinito dell'Avvento. Sicché poi toccherà ad Agostino e ai Concilii, dare il colpo decisivo alle eresie gnostiche. Persuase che già nel presente si giocasse la partita decisiva fra bene e male, e che già l'uomo fosse ormai tutto divino. Senza dover aspettare altre apocalissi. Sta di fatto altresì che il nucleo antico dell'"attesa" e dell'avvento imminente - normalizzato e "differito" dalla Chiesa - opera nel profondo della storia occidentale. Anzi, è quel nucleo, come spiegò Karl Löwith, a imbastire il "Senso" stesso della storia con le sue promesse e la sua "ragione" misteriosa. Ecco allora riaffiorare quel "Senso", che ricomincia dalla nascita di Cristo, nelle moderne e tarde "crisi di sistema" dell'Europa cristiana. Nelle sette studiate da Max Weber, pure alla base della mistica economica del capitalismo. E nel trapianto del protestantesimo calvinista nel Nuovo Mondo. Nell'ideologia dei pionieri. Strato arcaico e puritano che permea ancora tanti aspetti dell'America "liberale". Dal mito del successo, alla legge del taglione, al politically-correct, al fondamentalismo dei telepredicatori.
Quanto a Marx, non era esente da profetismo. Figlio di ebrei convertiti, era un Paolo di Tarso proletario. Che pure intercettò nella storia movimenti reali con la sua scienza economica. Tuttavia col novecento, accade qualcosa di inedito. Crollano l'ideologia cristiana del progresso e la fiducia riformista. E il mondo implode con le guerre. Dalle ceneri delle antiche fedi laicizzate nascono capi carismatici e fabbricatosi di miti. E' uno strano passaggio: dal nichilismo al profetismo politico. E accanto ai profeti c'è un alleato incontrollabile: la Tecnica. |