RASSEGNA STAMPA

16 GIUGNO 2000
FRANCESCO TOMATIS
Marcel, l'anti-Sartre grazie alla fede
Prima traduzione integrale di "Essere e avere", il testo del 1935 successivo alla conversione
"La sofferenza del giusto è già nei salmi, in Isaia, Geremia, Giobbe"
A Jean-Paul Sartre che lo definì "esistenzialista cristiano" replicò che "non ci si annuncia cristiani, si cerca di esserlo". Gabriel Marcel (Parigi 1889-1973), "filosofo di soglia", come si autodefinì, intese incarnare la propria fede cristiana nel dubbio e nella ricerca filosofica, nel domandare e mostrare l'irrappresentabile mistero della vita umana, ad esempio, nelle sue numerosissime opere teatrali. Quando il 23 marzo 1929 Gabriel Marcel, di religione ebraica per tradizione famigliare, riceve il battesimo cattolico non sancisce quindi sacramentalmente un dato acquisito, ma nella piena maturità spirituale dei suoi quarant'anni accoglie la grazia che alimenterà incessantemente la sua stessa interrogazione filosofica. Prima e profonda testimonianza della ricerca filosofica di Marcel, immediatamente successiva alla matura e libera scelta di accogliere la fede cristiana, è Essere e avere, libro uscito nel 1935 e soltanto ora tradotto integralmente in italiano, a cura di Iolanda Poma, presso le Edizioni Scientifiche Italiane (pagine 292, lire 38.000). Il volume si compone infatti di un Diario metafisico scritto da Marcel fra il 1928 e il 1933 e di alcune conferenze tenute fra il 1930 e il 1934. Temi principali: la fede cristiana e l'irreligiosità contemporanea, l'esistenza e la trascendenza, la corporeità e l'anima, l'incarnazione e il mistero, l'essere e l'avere. L'avere riduce la realtà ad oggetto, a cosa da possedere o problema da risolvere, limitando l'uomo a soggettività convinta sino alla disperazione e al suicidio della propria autonomia. L'essere è invece inoggettivabile, impossedibile, trascendente. Ma l'essere appartiene all'uomo più che qualsiasi realtà arbitrariamente possedibile o più ancora che lui a se stesso, in quanto lo precede come il suo mistero più grande. All'essere si accede infatti attraverso le esperienze più profonde che una persona possa fare: la fedeltà e la fede, la speranza, l'amore. "L'amore, in quanto distinto dal desiderio, opposto al desiderio, in quanto subordinazione di sé a una realtà superiore - realtà che nel mio profondo è più me di me stesso - in quanto rottura della tensione che lega il medesimo all'altro, mi si presenta come ciò che si potrebbe chiamare il dato ontologico essenziale". Tuttavia "l'avere è di fatto una condizione indispensabile del progresso verso l'essere": "non avere niente significa non essere niente". Non si tratta quindi di contrapporre manicheisticamente l'essere all'avere come il bene al male. Piuttosto occorre comprenderne la differenza, fermo restando la priorità dell'essere rispetto all'avere. La differenza sta nell'esercizio di libertà a cui l'uomo è chiamato dall'essere stesso, dalla trascendenza misteriosa a cui può aprirsi, facendosi egli stesso creatore, oppure sottrarsi. L'ambiguità a cui è soggetta la libertà umana incarnata nel mondo dell'avere è la stessa a cui deve sottoporsi l'anima di fronte alla scelta di fede. La fede non è infatti una qualità riscontrabile in taluni soggetti, qualcosa di possedibile o meno da parte dell'uomo. La fede implica una sua continua attestazione, presuppone la fedeltà, il continuo e libero esercizio di fiducia in ciò che tuttavia ci trascende. La fede è "atto libero con il quale l'anima accetta o meno di riconoscere il principio superiore che in ogni istante la crea, la fa essere, per il quale essa si rende o meno permeabile a un'azione insieme intima e trascendente, fuori della quale essa è niente".
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