Marcel, l'anti-Sartre grazie
alla fedePrima traduzione integrale di "Essere e avere", il
testo del 1935 successivo alla conversione "La sofferenza del giusto è già nei salmi, in Isaia, Geremia,
Giobbe" |
| A Jean-Paul Sartre che lo definì "esistenzialista cristiano" replicò
che "non ci si annuncia cristiani, si cerca di esserlo". Gabriel
Marcel (Parigi 1889-1973), "filosofo di soglia", come si
autodefinì, intese incarnare la propria fede cristiana nel dubbio e
nella ricerca filosofica, nel domandare e mostrare
l'irrappresentabile mistero della vita umana, ad esempio, nelle sue
numerosissime opere teatrali. Quando il 23 marzo 1929 Gabriel
Marcel, di religione ebraica per tradizione famigliare, riceve il
battesimo cattolico non sancisce quindi sacramentalmente un dato
acquisito, ma nella piena maturità spirituale dei suoi quarant'anni
accoglie la grazia che alimenterà incessantemente la sua stessa
interrogazione filosofica.
Prima e profonda testimonianza della ricerca filosofica di Marcel,
immediatamente successiva alla matura e libera scelta di
accogliere la fede cristiana, è Essere e avere, libro uscito nel 1935
e soltanto ora tradotto integralmente in italiano, a cura di Iolanda Poma, presso le Edizioni Scientifiche Italiane (pagine 292, lire
38.000). Il volume si compone infatti di un Diario metafisico
scritto da Marcel fra il 1928 e il 1933 e di alcune conferenze
tenute fra il 1930 e il 1934. Temi principali: la fede cristiana e
l'irreligiosità contemporanea, l'esistenza e la trascendenza, la
corporeità e l'anima, l'incarnazione e il mistero, l'essere e l'avere.
L'avere riduce la realtà ad oggetto, a cosa da possedere o problema
da risolvere, limitando l'uomo a soggettività convinta sino alla
disperazione e al suicidio della propria autonomia. L'essere è
invece inoggettivabile, impossedibile, trascendente. Ma l'essere
appartiene all'uomo più che qualsiasi realtà arbitrariamente
possedibile o più ancora che lui a se stesso, in quanto lo precede
come il suo mistero più grande. All'essere si accede infatti
attraverso le esperienze più profonde che una persona possa fare:
la fedeltà e la fede, la speranza, l'amore. "L'amore, in quanto
distinto dal desiderio, opposto al desiderio, in quanto
subordinazione di sé a una realtà superiore - realtà che nel mio
profondo è più me di me stesso - in quanto rottura della tensione
che lega il medesimo all'altro, mi si presenta come ciò che si
potrebbe chiamare il dato ontologico essenziale".
Tuttavia "l'avere è di fatto una condizione indispensabile del
progresso verso l'essere": "non avere niente significa non essere
niente". Non si tratta quindi di contrapporre manicheisticamente
l'essere all'avere come il bene al male. Piuttosto occorre
comprenderne la differenza, fermo restando la priorità dell'essere
rispetto all'avere. La differenza sta nell'esercizio di libertà a cui
l'uomo è chiamato dall'essere stesso, dalla trascendenza misteriosa
a cui può aprirsi, facendosi egli stesso creatore, oppure sottrarsi.
L'ambiguità a cui è soggetta la libertà umana incarnata nel mondo
dell'avere è la stessa a cui deve sottoporsi l'anima di fronte alla
scelta di fede. La fede non è infatti una qualità riscontrabile in
taluni soggetti, qualcosa di possedibile o meno da parte
dell'uomo. La fede implica una sua continua attestazione,
presuppone la fedeltà, il continuo e libero esercizio di fiducia in
ciò che tuttavia ci trascende. La fede è "atto libero con il quale
l'anima accetta o meno di riconoscere il principio superiore che in
ogni istante la crea, la fa essere, per il quale essa si rende o meno
permeabile a un'azione insieme intima e trascendente, fuori della
quale essa è niente". |