RASSEGNA STAMPA

14 GIUGNO 2000
RENZO CASSIGOLI
La violenza? Ha un volto umano?
Intervista al filosofo Sergio Givone
Nel libro "Eros e ethos" viene affrontato il complesso rapporto che lega la responsabilità al desiderio
Restare dalla parte di Giobbe contro l'ordine stabilito
La prima domanda che viene alla unente leggendo "Eros/ethos" (Einaudi, lire 26.000) è se con questo libro Sergio Givone, filosofo, saggista, autore di un romanzo filosofico di successo ("La favola delle cose ultime") non ci offra, fra le tante, una chiave possibile per leggere il Novecento, secolo di violente contrapposizioni. Proprio dalla inestricabile contraddizione fra eros ed ethos muove Sergio Givone per cercare la radice profonda della violenza, che non è solo intorno - scrive - a noi, nel mondo tecnologico in cui viviamo, ma è dentro di noi.
Se tutto è violenza, professor Givone, allora siamo in un vicolo cieco?
"La violenza! Non c'è cosa al mondo più inquietante. E' vero, la violenza è ovunque. E' nella natura, dove la vita degli uni si nutre della disperazione e della morte degli altri. Ma è anche nei grandi apparati economici e militari che governano l'esistenza di tutti, così come nelle istituzioni civili. E' nei gesti che ciascuno compie quotidianamente. Davvero viene voglia di dire: tutto è violenza. La violenza è una buia radice metafisica, è per noi un destino di cui siamo prigionieri. Condannati a ripetere all'infinito e fino alla fine il gesto dell'inizio: quello di chi abbatte la clava sul nemico"
L'uomo dunque non cambierà mai e la tecnica affina solo la sua violenza?
"Non credo che dalla nostra triste condizione si debba trarre la conseguenza che l'uomo non cambierà mai. Intanto bisognerebbe riflettere sul fatto che la violenza in quanto tale è principalmente cosa dell'uomo. Certo è un fenomeno di così vasta portata che tendiamo a identificarla con una realtà che ci trascende e di fronte a cui l'uomo può ben poco. E questo vale sia per l'idea arcaica di destino sia per l'idea tutta moderna di tecnicizzazione del mondo. In un caso e nell'altro si ha a che fare con forze con cui non resta, sembra, che subire. Ma non è forse vero che il carattere più proprio della violenza, il suo tratto più maligno e disumano per non dire demoniaco, lo incontriamo quando dietro i disastri e le sciagure "fatali" scopriamo un volto d'uomo? E che significa questo se non che l'uomo è responsabile anche di ciò che sembra appartenere all'ordine necessario e comunque non modificabile delle cose?"
L'etica della responsabilità, sempre un passo indietro dalle conquiste umane
"L'etica delle responsabilità è fondata sul paradosso per cui io devo farmi carico anche di ciò che nessun tribunale mi imputerebbe. Pensiamo alla devastazione del pianeta, lo sconvolgimento dei suoi delicati equilibri, la sempre più estesa e capillare aggressione al vivente.
Sono io forse in grado di fermare processi che neppure uomini più potenti di me possono controllare? Eppure io di ciò sono responsabile, anzi colpevole. Godo di quel progresso che è causa dì distruzione, ma non posso farne a meno. Lo voglio e guaì a chi me lo toglie. E questo vale anche per gli eterni mali che affliggono l'umanità: carestie, pestilenze, guerre. Insomma devo assumermi la responsabilità anche di ciò che apparentemente è al di là della mia sfera d'azione"
E' qui la contraddizione con eros?
"E' paradossale che quanto c'è di più lontano e, per così dire, di trascendente, vedi le strutture che ci dominano, è anche quanto c'è di più vicino. Dove, se non nel nostro cuore, scopriamo di dover rendere conto di tutto, anche di ciò di cui vorremmo lavarci le mani? E' questo il senso della celebre espressione di Sant'Agostino che io utilizzo come chiave del mio libro: "Deus intimior intimo meo". Dio mi è più intimo di quanto io non lo sia a me stesso.
Ma questo paradosso aiuta anche a capire il senso di quella che è una autentica contraddizione fra eros ed ethos. Da un lato ethos, e dunque responsabilità ma anche fedeltà e mantenimento della parola data; dall'altra invece eros, che è desiderio, abbandono alle pulsioni che hanno a che fare con la morale, è irresponsabilità gioiosa e libera da vincoli. Quale antitesi maggiore?"
Si potrebbe parlare di scissione schizofrenica..
"Parlerei piuttosto di dialettica, infatti si tratta non di una pura e semplice antitesi ma di una contraddizione fra due forme opposte di vita, per dirla con Kierkegaard. Eros rimuove ethos dal suo ambito e non sopporta altro imperativo se non quello di soddisfare il desiderio. Ma nel momento in cui eros si configura come trasgressione della legge morale, non può non evocarla e mettersi in rapporto con essa. Viceversa, ethos esclude eros, esclude i comportamenti puramente passionali, ma proprio la passione è il rimosso di ethos, il suo fondo oscuro.
E infatti che etica è mai quella che non conosce il dovere per il dovere, il sacrificio di sé, la convinzione che non ha bisogno di essere argomentata? Perciò si tratta di dialettica, di radicale coappartenza dei due termini che non possono essere dissociati senza che la nostra esperienza subisca qualche grave perdita.
Come, temo, oggi stia accadendo"
La trasgressione cambia i costumi e la morale si adatta.
"Guardiamoci intorno. L'erotismo di cui oggi ci si compiace come di una liberazione dai vecchi tabù, in realtà è una retorica del sesso emancipato dal senso di colpa. Non c'è più traccia della orgogliosa trasgressione libertina, tanto meno c'è la consapevolezza dei drammi di eros. Quanto all'etica si va imponendo sempre di più un convenzionalismo che confonde piano morale e piano giuridico. Sarà pure una bella cosa decidere democraticamente, e con una discussione pubblica, quali debbono essere le norme da seguire, ma siamo sicuri che sia affidabile un'etica che non parla più alla coscienza? Non c'è il rischio di negare al singolo di gridare il suo no, il pericolo di delegittimare la sua ribellione contro la società che lo mette al bando prima ancora di avere ascoltato le sue ragioni? Penso a Giobbe e ai molti sensati discorsi dei suoi amici per convincerlo ad accettare l'evidenza e il presunto ordine stabilito. Io vorrei poter restare dalla parte di Giobbe".
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