| Una Lettera alla modernità | In che cosa consiste il fascino, o meglio
ancora l'attrazione, che Paolo di Tarso ha
esercitato sul pensiero del Novecento?
Solo negli ultimi tempi sono apparsi vari
libri dedicati al suo pensiero. Alain Badiou
ha dedicato un saggio sui rapporti di Paolo
con l'universalismo (edito da Cronopio,
pagg. 171, lire 25.000), E. P. Sanders
(edizioni il Melangolo, pagg. 140, lire
22.000) ne ha ricostruito la vita (di cui a
dire il vero si sa pochissimo, non ci è nota
la sua data di nascita, era un
contemporaneo di Gesù e la sua morte
avvenuta a Roma è collocata tra il 62 e il
64) e la missione che egli compie verso i
non credenti; Joseph A. Fitzmyer ci ha
consegnato uno sterminato commento alla
Lettera ai Romani, il testo più denso e
drammatico di Paolo ( Piemme, pagg. 928,
lire 120.000). Testo, qualcuno ricorderà,
apparso recentemente in una nuova
proposta editoriale da Einaudi, con una
prefazione di Sebastiano Vassalli che
produsse molte polemiche, anche in seno
alla casa editrice e di cui allora Repubblica
diede ampio conto. Nel novero delle cose
importanti uscite va naturalmente ricordato
il seminario che Jacob Taubes tenne sul
suo pensiero (Adelphi, La teologia politica
di San Paolo, pagg. 240, lire 48.000).
Ad arricchire questa fiorente letteratura
attorno ai testi paolini uscirà a giorni il
nuovo libro di Giorgio Agamben Il tempo
che resta, (Bollati Boringhieri, pagg. 177,
lire 35.000), un vertiginoso commento alla
Lettera ai Romani che muta in profondità
l'immagine di Paolo, così come la
tradizione - soprattutto cattolica - ce lo ha
consegnato.
Insomma Paolo non sarebbe, come gran
parte delle interpretazioni accreditano, il
fondatore di una nuova religione, ma
piuttosto un esegeta straordinario del clima
messianico nel quale si trovò a vivere e a
operare. Più che un "normalizzatore",
Paolo fu un "eversore", un originale e
anche enigmatico tassello di quella
modernità che molto più tardi avrebbe fatto
il suo ingresso nella storia europea. Da qui
passeranno la lettura-traduzione di Lutero,
un certo messianesimo di Marx,
l'interpretazione di Max Weber, quella
fondamentale di Karl Barth e quella
fortemente politicizzata di Schmitt.
| Professor Agamben lei si aggiunge alla
lunga schiera di interpreti di Paolo, ma lo
fa, come dire?, entrando dalla porta più
stretta. Prende le prime parole della Lettera
ai Romani, le ritraduce, e le consegna a un
nuovo commento. "Paolo servo di Gesù
messia, chiamato apostolo, separato per il
vangelo di Dio". Che cosa hanno di
speciale queste poche parole? |
"La scommessa è stata di ricapitolare
attraverso il commento a queste poche
parole tutto il vertiginoso messaggio della
Lettera ai Romani. Un testo, come lei ha
notato, che è stato infinitamente letto nel
corso della storia della nostra cultura. Ma
la mia convinzione è che non è vero che un
testo può essere letto all'infinito, e quindi,
perché no?, nuovamente anche da noi.
Penso piuttosto che tra il testo di Paolo e il
presente che viviamo ci sia quello che
Benjamin chiama un appuntamento
segreto".
| Un incontro fatale e inderogabile, è a
questo che pensa? |
"Penso, come accennavo, all'idea
benjaminiana che per ogni testo c'è un
particolare momento nel tempo in cui quel
testo diventa leggibile".
| Perché lei ritiene che l'ora della leggibilità
sia oggi e non piuttosto ieri o magari
domani? Cos'è che dal presente ci sollecita
ad aprire La Lettera ai Romani? |
"Intanto c'è un cambiamento di prospettiva
che è già cominciato da parecchi anni fra
quei teologi cristiani che hanno
abbandonato l'idea tradizionale che per
leggere Paolo il riferimento alla letteratura
ebraica e all'ebraismo non fossero
importanti. E quindi pensare che Paolo
fosse il distruttore della legge ebraica".
| In questa prospettiva cose fondamentali
sono state dette da Jacob Taubes... |
"E' vero, ed è sommamente significativo
che studiosi ebrei come Taubes abbiano
provato a guardarlo con i propri occhi. Il
punto da cui sono partito è stato quello di
provare a leggere Paolo non più come il
fondatore di una nuova religione, cioè il
cristianesimo, ma come il rappresentante
più esigente e radicale del messianesimo
ebraico".
| Non è un caso, lei fa notare, che nelle varie
traduzioni della Lettera ai Romani la
parola Messia sia andata perduta... |
"Averla persa ha comportato fra l'altro
eludere alcune domande: che cos'è la vita
messianica? Qual è la struttura del tempo
messianico? Sono le domande che si pone
Paolo, ma anche le nostre".
| Sul versante ebraico c'è l'idea che il Messia
sia soprattutto attesa... |
"E' un'idea che vediamo agire
perfettamente in Scholem, l'amico di
Benjamin, per il quale il messianico è una
sorta di infinito differimento, qualcosa che
non trova mai compimento. Si tratta di
un'idea tradizionale che ho provato a
sfatare".
"Cercando di capire che cosa Paolo intende
per tempo messianico. E per farlo
occorreva distinguere innanzitutto il tempo
messianico dal tempo apocalittico, il
tempo di ora dal tempo teso verso il
futuro. Se dovessi riassumere in una
formula questa distinzione direi che il
messianico non è, come si è sempre inteso,
la fine del tempo, ma il tempo della fine".
| Lei dunque distingue nettamente i concetti
di messianico e apocalittico. Ma un lettore
che non fosse dentro queste sfumature che
senso dovrebbe dare a questa operazione di
rilettura? |
"Non lo so, ma un lettore di Benjamin e di
Paolo non può non notare nella distinzione
una forte tensione verso il passato
piuttosto che verso il futuro".
| Viene da chiederle in che rapporto si pone
con la tradizione? |
"Si tratta di ripensarla interamente,
trovando un nuovo rapporto con ciò che
abbiamo dimenticato e che tuttavia è
indimenticabile".
| Sembra un paradosso, o un gioco di parole. |
"E' qualcosa di diverso. Occorre capire che
l'infinito scialo di ciò che ogni giorno
dimentichiamo, come ciò che si è
dimenticato nei secoli, non è inerte ma
agisce su di noi. E' una sotterranea
presenza con la quale siamo in relazione e
che può aspirare al rango di coscienza
storica o memoria".
| Coscienza anche politica? Glielo chiedo
perché in fondo tutta la lettura della Lettera
sembra aprirsi a una diversa idea della
politica. |
"A me è sembrato fecondo che la critica
che Paolo fa della legge alla fine non sia
una semplice negazione dei principi
giuridici, ma un modo nuovo di ripensare
il rapporto tra la legge e la fede".
"Perché è chiaro che se l'ordine del diritto
perde ogni relazione con l'altra istanza che
le è vicina - e che nel mondo del prediritto
le era unita - allora la legge stessa finisce
con l'irrigidirsi in un sistema di pura
normatività. L'ipertrofia cui oggi noi
assistiamo e che pretende di normare tutto,
è il segno di una perdita di senso della
legge. Paolo non nega la legge, ne critica
semmai la separazione dalla fede. Ritrovare
un contatto fra queste due sfere è per me
l'unica possibilità interessante di poter oggi
ripensare la politica".
| Chi ha dato una forte connotazione politica
a Paolo è stato Carl Schmitt. |
"Ma in un senso che a me lascia
francamente perplesso. Lui interpreta un
passo della Lettera ai Tessalonicesi dove si
parla del katékhon, cioè della forza che
ritarda la venuta dell'anticristo, e identifica
questa forza con l'Impero, con lo Stato. Ma
Paolo non contrappone l'assenza della
legge - diciamo l'anticristo - al potere
statuale. Al contrario, fa messianicamente
coincidere le due cose. Per cui la
contestazione del potere statuale nasce
dalla sua illegittimità".
| Il commento che lei fa della Lettera ai
Romani presuppone la presenza di
Benjamin. Perché? |
"Il punto fondamentale per me è stato
provare filologicamente che il nano gobbo
nascosto sotto la scacchiera di cui parla
Benjamin nella prima tesi sulla filosofia
della storia, è senza ombra di dubbio
Paolo. Di questa cosa si accorse Scholem,
ma la cautela con cui accennò alla cosa
lascia immaginare un certo dissidio fra i
due dovuto alla pericolosità della
posizione benjaminiana".
"Sì, è come se, anche attraverso Paolo,
Benjamin percepisse una novità radicale
nel modo di poter concepire la storia,
qualcosa che non poteva essere gradita a
Scholem ma neanche agli amici di New
York, cioè ad Adorno e Horkheimer". |