RASSEGNA STAMPA

11 GIUGNO 2000
DARIO ANTISERI
Vattimo Domande per una filosofia edificante
Gianni Vattimo, "Vocazione e responsabilità del filosofo", a cura di Franca D'Agostini, il melangolo, Genova 2000, pagg. 140 L.20.000.
C'è molto da fare per i filosofi. I filosofi, insomma, hanno funzioni da svolgere; e il loro compito non può venire assorbito dal lavoro degli scienziati o dalle proposte dei letterati e degli artisti. "Il primo punto che mi sembra importante chiarire è che non credo alla funzione sussidiaria della filosofia, e neppure a qualche legame privilegiato tra la filosofia e le scienze (naturali, esatte, o dello spirito)". Questo scrive Gianni Vattimo proprio all'inizio di Vocazione e responsabilità del filosofo - saggio ben introdotto da Franca D'Agostini. E se la storia della filosofia può essere scienza in quanto insieme di ipotesi che trovano conferma o smentita nei testi dei filosofi o nella letteratura secondaria, la filosofia non è scienza. Non può essere, soprattutto dopo Kant, scienza dell'essere in quanto essere; ma non funziona nemmeno l'idea kantiana di una ragione universale e stabile. E, allora, qual è mai lo specifico compito della pratica filosofica? La risposta di Vattimo è che "la filosofia è più un discorso edificante che un discorso dimostrativo, è più orientata all'edificazione dell'umanità che allo sviluppo del sapere e al progresso della conoscenza". In questo senso "la verità vi farà liberi" dovrebbe diventare "è vero ciò che mi libera", e non "mi libera ciò che è vero". E qui è da trovare una delle ragioni per cui Vattimo si sente autorizzato, proprio dall'idea stessa che egli ha della filosofia, a fare 1"'opinionista".
La pratica filosofica è definita da una tradizione testuale in cui è stata elaborata una terminologia e dove non sono stati discussi e si discutono tutto un insieme di problemi. Certo, anche la filosofia ha a che fare con esperienze, ma non produce verità "oggettive" come quelle controllabili e falsificabili dalla scienza. L'esperienza della filosofia "è già talmente soggettivamente e culturalmente mediata che è impossibile parlarne in termini.di "conquista oggettiva"". Per Vattimo "la verità non è una questione di dimostrazione scientifica, ma di persuasione, nel senso che gli argomenti filosofici sono argomenti ad homines": "la verità di cui si tratta è persuasione, in rapporto a - e insieme a - una collettività ( ... ); si tratta essenzialmente di proposte di interpretare le nostre situazioni comuni secondo una certa linea e a partire da presupposti condivisi". La verità non è un'adeguazione alla realtà, non è 'rispecchiamento" della realtà. Il concetto di "adeguato" sta - precisa Vattimo - per "soddisfacente" in un certo momento della discussione, vuoi dire "persuasivo", ma con riserva di fondo, o di libertà. Siamo sempre parti di epoche e pertanto lavoriamo in, questo "interno" che è la storia. Da qui il senso di finitezza e di creaturalità: altri tras@mettono a ognuno di noi quel patrimonio di cui disponiamo e con cui dobbiamo fare i conti, magari contestandolo, magari andando a vedere se in siffatta prospettiva di evoluzionismo filosofico non vi sia, per esempio, "qualche storia dei deboli e dei dimenticati da recuperare". Ed è così, allora, che "la storia dell'essere non è la storia di una necessità, ma è la vicenda che ínsegna a diffidare della dogmatica, e di ciò che è presentato come una necessitá".
Ora, però, questo, mi permetto di far notare a Vattimo, si dà non in nome di una vaga e inafferrabile storia dell'Essere, ma esattamente in nome di argomentazioni che, di volta in volta, all'interno della nostra tradizione filosofica occidentale, appaiono le migliori da un punto di vista razionale. Certo c'è, oggi, un punto di convergenza del dibattito filosofico, vale a dire che "non si dà una fondazione unica, ultima, normativa". Solo che questa convergenza non è frutto di narrazioni o di riflessioni interiori che si sono accumulate qùa e là o della consapevolezza che esistono tradizioni "altre". L'idea della filosofia come sapere fondazionale è crollata sotto il peso di forti argomentazioni (che nella riflessione sulla matematica, in epistemologia, in filosofia del diritto o della storia o in quella del linguaggio) ne hanno capovolto i progetti iniziali. Vattimo sostiene, per esempio, - e giustamente - che "l'unica filosofia della storia che possiamo professare è la filosofia della storia della fine delle filosofie della storia". Sennonché siffatta consapevolezza non scaturisce dal fatto che ci siamo accorti di culture "altre" che incorporavano e incorporano differenti sensi della storia; essa è, piuttosto, l'esito di argomentazioni razionali riguardanti l'imprevedibilità del futuro (come la necessaria insorgenza delle conseguenze inintenzionali delle azioni umane intenzionali, l'impossibilità della costruzione di un autopredittore scientifico, eccetera). Lo stesso vale per l'idea di verità. Questa non si è offuscata perché si è preso atto di diverse verità-apertura, vale a dire di diversi orizzonti linguistici "epocalmente qualificati", ma per ragioni logiche, epistemologiche ed ermeneutiche. E poi: se pensare equivale a risalire all'apertura epocale, storico-linguistica, entro cui le cose (anche gli oggetti della scienza, che conosciamo sempre entro "paradigmi" storicamente determinati, come insegna Kuhn) ci divengono accessibili, non c'è forse un criterio di scelta tra queste verità-apertura, che, sempre e in ogni caso, pretendono di offrirci interpretazioni adeguate delle cose? In effetti, chi di noi tra i veri-confomi resi possibili da differenti verità come apertura non sceglierebbe quei veri-conformi che, pur sempre smentibili, sono però capaci di mantenere le loro promesse, sono cioè in grado di descrivere, spiegare e prevedere-trasformare aspetti o pezzi di mondo? Ovvero dovremo approvare come teoria vera quella che ci impone di fare la danza della pioggia? E ancora qualche interrogativo: ci sono davvero differenze di fondo, dal punto di vista metodologico, tra scienze della natura e scienze umane? Più in particolare: quale differenze trova Vattimo tra l'idea popperiana per cui il metodo scientifico si risolverebbe in problemi-teorie-critiche e l'idea gadameriana del circolo ermeneutico Non è forse vero che l'ermeneutica - intesa come interpretazione dei testi - lavora con una procedura del tutto analoga a quella del fisico? Non mi pare indovinata l'altra idea di Vattimo per cui ogni riflessione filosofica sulla scienze non può essere logica della scienza, quanto piuttosto una riflessione storica sugli effetti che questo genere di attività culturale ha prodotto nel trastormare l'esistenza. Non credo proprio che la filosofia della scienza debba ridursi a sociologia della scienza. E l'epistemologia non è che imponga regole allo scienziato, vuol invece capire come lo scienziato lavora, per poi trarne magari conseguenze per i propri problemi. Né, d'altro canto, pare fondata la convinzione di Vattimo secondo cui "la falsificazione popperiana è piuttosto un argomento ad homine che un argomento oggettivo". La realtà è che il processo di falsificazione di una teoria (tramite "fatti" concepiti come "costrutti") è l'unico procedimento in base al quale possíamo dichiarare oggettiva, cioè controllabile, una teoria.
Il pensiero debole è in consonanza con i risultati più validi e scaltriti della filosofia contemporanea. E tra i suoi c'è sicuramente lo smascheramento di quella che Hayek ha chiamato la "presunzione fatale", frutto,dell'"abuso della ragione". Ma, in ogni caso, quello che Vattimo, a mio avviso, non può motivatamente sostenere è la messa a margine della filosofia come discorso dimostrativo. Se una filosofia non mira allo sviluppo del sapere e al progresso delle conoscenze, magari con dimostrazioni di impossibilità, su che cosa baserà il suo potere edificante?
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