L'immacolata fecondazione (La Tartaruga,
1994) era il titolo brillante di un libro di
Marisa Fiumanò, l'indagine di un'intelligente psicoanalista lacaniana sugli
aspetti inconsci della procreazione
assistita, diserotizzata appunto, priva di
quell'intreccio di desideri che da sempre è
la precondizione per la nascita di un
bambino. Affidandosi non più soltanto
all'esperienza clinica ma al lavoro che
svolge in un'équipe di medici nei servizi
pubblici milanesi, la Fiumanò torna su
questo singolare dilemma della modernità -
sulle rocambolesche innovazioni della
tecnologia che rendono la riproduzione
indipendente dalla sessualità. Immacolata,
è vero: non per merito dello Spirito Santo,
ma degli ultimi specialisti in camice bianco
dotati di un carisma eccezionale, venerati
sacerdoti di un nuovo culto, "maghi della
provetta".
A ognuna il suo bambino (Pratiche
Editrice, pagg. 220, lire 28.000) è un titolo
meno felice, senz'altro fuorviante, perché
sembra esaltare la maternità nel solito
modo stucchevolmente retorico. Si legge il
libro e si cambia idea. Intanto il titolo è un
verso estrapolato da una ninna nanna, un
ricordo d'infanzia dell'autrice, niente di più
e niente di meno. Quanto al libro - privo di
ogni certezza, ma ricco d' ipotesi, una più
interessante dell'altra - alla fine risulta
piuttosto severo con la dilagante passione
del materno, con la caparbietà delle donne
decise ad avere comunque il loro bambino,
con quell'accanimento a diventare madri a
tutti i costi, che in effetti un po' sospetto lo
è - e la psicoanalisi non è forse
un'estenuante cultura del sospetto?
Anche quando le alchimie della
fecondazione assistita diventano politica -
nutrita peraltro di pure astrazioni, di
concetti roboanti ma sfuggenti come la
Vita o la Natura - è giusto, "da laici", non
contentarsi delle semplificazioni, sapere
che le biotecnologie non alterano soltanto i
legami "di sangue", ma soprattutto i
rapporti simbolici sottesi alla procreazione
e alla nascita, i processi di strutturazione
dell' identità. Soprattutto di questo tratta il
libro della Fiumanò, che denuncia i metodi
spesso troppo sbrigativi di medici inclini
alla riparazione di corpi- macchina, del
tutto sordi alle ragioni soggettive
dell'infertilità, pure nel 50 per cento dei
casi "inspiegabili".
Senza enfasi, con le forme discrete
dell'amore, è un libro che - tra le pieghe -
tiene sempre conto dei bambini che
vengono al mondo in forme tanto inedite e
sperimentali, del loro diritto irrinunciabile
di elaborare - con la fantasia e poi con la
ragione - il "luogo delle origini". I segreti
di famiglia - che veramente segreti non
sono mai - diventano delle macchie oscure,
un buco nero dell'inconscio che può
produrre guasti "inspiegabili". E quindi:
mai avere paura della verità con i bambini,
che devono sapere quello che sanno gli
altri. Perché se un bambino dubita dei suoi
genitori, da adulto dubiterà di tutto.
Dottoressa Fiumanò, certe paure inconsce
funzionano da anticoncezionali infallibili?
"Sì, possono diventarlo... Non concepire
può essere la risposta di una particolare
donna al problema della femminilità... La
maternità non è un istinto, né un destino,
né una vocazione. Al nostro livello di
civilizzazione dovrebbe essere una
possibilità. Un eccesso di accanimento
dimentica la valenza del sintomo, che è
sempre il messaggio cifrato di una lingua
da decriptare".
E' per questo che preferisce parlare di
"domanda" del bambino, piuttosto che di
"desiderio"?
"La grande novità introdotta dalla
psicoanalisi consiste nella forbice che
introduce tra domanda e desiderio, a partire
dall'osservazione di corpi sofferenti che
parlano... Quando qualcuno, maschio o
femmina che sia, domanda qualcosa,
questo qualcosa non è affatto identico - e
talvolta è anche opposto - a ciò che si
desidera. Spesso quello che si crede di
volere è in conflitto con quello che
davvero si vuole".
Il sintomo dell'infecondità a cosa può
equivalere?
"A una sequenza inconscia di domande del
genere: sono uomo o donna? sono o no
capace di generare? che cosa significa
generare? procreando cedo il mio posto a
qualcun altro? sottoscrivo così il mio
certificato di morte? Sono i più
fondamentali fantasmi dell'inconscio che si
affollano e - per le ragioni soggettive più
diverse - "fanno grumo", bloccando anche
la più caparbia volontà di avere un figlio.
Nell'infecondità - non parlo di sterilità, che
è di pura competenza medica - qualcosa
resiste alla volontà di procreare, c'è un
ostacolo inconscio che non può essere
sottovalutato o rimosso. Anzi, penso che
forzare un'infecondità - in tutto o in parte
psicogena - non è di buon auspicio né per i
genitori né per il bambino futuro: il nodo
patogeno dovrebbe essere sciolto prima
dell'intervento medico".
L'infertilità sembra un problema
soprattutto maschile, eppure il suo sguardo
è rivolto soprattutto alle donne. Perché?
"Perché sono le donne a farne il motivo di
una domanda d'analisi, non gli uomini".
Che cosa lamentano queste pazienti?
"Lamentano una confusione tra lo status di
donna e quello di madre, un senso
d'insufficienza, d' incapacità,
d'inadeguatezza, il timore di essere escluse
dal mondo femminile. Oggi l'infecondità
può esprimere la difficoltà d'identificarsi
con il proprio sesso ma, se pone
esplicitamente la questione della maternità,
rinvia a ben altro: al mistero della nascita e
della morte, all'enigma del sesso e del
desiderio, allo stesso declino della
referenza paterna nella nostra cultura, a un
opaco sentimento di colpevolezza degli
uomini, mettendo in campo una quantità
enorme di nodi affettivi, esistenziali e
culturali".
Ma perché, a un certo punto della vita,
moltissime donne si accaniscono a
diventare madri?
"Certamente ci sono fasi, nella vita di una
donna, in cui la sofferenza per una
gravidanza mancata può farsi più acuta.
Quando l'età avanza, quando la bella
immagine di sé che rinvia lo specchio
s'incrina, quando insomma si sta
attraversando una crisi narcisistica, allora il
bambino è invocato per evitare il lutto che
si annuncia... Molte donne desiderano una
gravidanza soprattutto per non sentirsi
escluse e diverse dalle altre, dal reale del
corpo cercano un imprimatur simbolico.
Ho chiamato "passione del materno" questa
spinta di carattere fortemente pulsionale
che fa precipitare le donne alla ricerca di un
"sentire" il farsi della vita all'interno del
proprio corpo. Cultura e fantasmi
soggettivi s'intrecciano nella domanda di
maternità, ma quando alla volontà di
procreare fa ostacolo un sintomo come
l'infecondità siamo di fronte a un conflitto
di desideri nella donna stessa e tra lei e
l'esterno".
C'è un aspetto del suo libro,
apparentemente irritante. E' quando lega la
questione dell' infecondità all'uso della
contraccezione... Davvero poter decidere
ha un effetto sterilizzante?
"Ma sì, è un'opinione comune che - grazie
al controllo delle nascite - la gravidanza
possa instaurarsi a piacimento ed essere
indotta o interrotta quando si vuole. Come
se il concepimento fosse una questione
puramente meccanica che "deve" verificarsi
in assenza d'impedimenti conosciuti.
Sappiamo invece che il desiderio e la
soggettività pesano, eccome, nell'incontro
tra un uomo e una donna... Quando non si
poteva decidere se avere o no un bambino,
prima dei contraccettivi, le infecondità
erano più rare. Senza che si potesse
decidere il "come" e il "quando", i bambini
prima o poi "venivano"... Sarà anche
irritante, ma la maternità come progetto
produce l'effetto sterilizzante che è sotto
gli occhi di tutti. Alla pretesa di controllare
il corpo risponde il sintomo con la sua
opacità e la sua persistenza".
L'infecondità come eccesso di
decisionalità: radicalizzando il suo
discorso, si dovrebbe dire che i bambini
nascono comunque al di fuori della
volontà?
"Io dico, giusto per essere chiari:
contraccettivi e aborto, sacrosante
conquiste sociali delle donne, hanno
prodotto come contraccolpo soggettivo la
proliferazione di un sintomo e soprattutto
la vergogna di esserne affette. Il processo
di civilizzazione ha comportato un prezzo
per le donne, un supplemento di disagio
psichico. L'infecondità è temuta in maniera
così forte che spesso le donne sono indotte
a un' autodiagnosi precoce nel tentativo di
annullare uno stigma di esclusione...".
E dunque?
"E dunque sì, radicalizzando questo
discorso, dovremmo avere il coraggio di
dire chiaramente che non si decide mai di
avere un figlio, che i bambini "vengono" in
risposta a un ordine di desideri e fantasie di
cui sappiamo ben poco. Del resto, nel fare
l'amore, si perde sempre qualcosa ed è la
possibilità di perdersi che rende possibile
farlo, rischiando sempre il caso e tutto ciò
che sfugge di sé e dell'Altro". |