Il capitale si vendica con gli interessiProfitti alle stelle e critica al suo minimo storico L'urgenza di azione politica di fronte
a un capitalismo in piena espansione che convive con un crescente degrado Parla Luc Boltanski autore, insieme a E've Chiapello, di "Le nouvelle exprit du capitalisme" |
| Ormai persino la parola capitalismo è quasi in disuso. Al suo posto è adoperato il
termine "i mercati" al plurale, neanche più al singolare: "la tal misura è stata bene accolta
dai mercati". Non parliamo poi della critica al capitalismo. E' quindi già di per sé
un'anomalia il libro di Luc Boltanski ed E've Chiapello, un testo di sociologia di 700
pagine che s'intitola Le nouvel exprit du capitalisme (Gallimard), che Anna Maria
Merlo ha recensito su queste pagine. Tanto più poi, se l'argomento dichiarato del libro
"sono i cambiamenti ideologici che hanno accompagnato le trasformazioni recenti del
capitalismo" (ideologia è un altro termine screditato). Politicamente, è il saggio di cui
in Francia si è parlato di più quest'anno. Ecco perché vado alla Maison des Sciences de
l'Homme, boulevard Raspail, a intervistare Luc Boltanski. E anche per rivedere, dopo 23
anni, la persona che era mio assistente nel corso di dottorato di Bourdieu. Rispetto a
Bourdieu, il suo itinerario si è separato. Ma ritrovo gli stessi baffetti, solo più grigi,
stessi occhiali, stessa gentilezza, stesso tic nell'intercalare continuo "se vuoi...".
| Tu e Chiapello scrivete che, nel libro, il vostro "intento non è stato puramente
sociologico, rivolto alla conoscenza, ma era orientato anche verso un rilancio
dell'azione politica". Cosa intendete? |
Il rilancio di un insieme di forme di critica accompagnate da una riflessione sul modo in
cui vogliamo vivere. Se vuoi, per noi la politica è decidere in comune quel che si vuole e
quel non si vuole. Altrimenti non ci saremmo sorbiti 200 libri di management. Il libro
nasce dal disagio di un capitalismo in piena espansione e profondamente ristrutturato
che coesiste con un crescente degrado sociale ed economico nella vita di un numero
sempre maggiore di persone. Da molti punti di vista, oggi viviamo in una situazione
inversa rispetto a quella degli anni '70. A quell'epoca il capitalismo subiva un calo della
crescita e del tasso di profitto, mentre i salari crescevano. Invece la critica del
capitalismo era al suo apice (pensa al '68) e metteva insieme una critica sociale di
stampo marxista assai classico e rivendicazioni molto diverse, attinenti alla creatività, al
piacere, al potere dell'immaginazione, alla liberazione che toccava tutte le dimensioni
dell'esistenza. Oggi invece i profitti sono alle stelle, la critica al minimo storico. Lo
smarrimento ideologico è uno dei tratti che segnano di più gli ultimi decenni, ed è
dovuto al fatto che le sole armi critiche disponibili erano state elaborate per denunciare
il genere di società che ha raggiunto il suo apogeo negli anni '60 e '70, cioè proprio
prima che si delineasse la grande trasformazione.
Queste armi sono oggi inutilizzabili. Così le istanze politiche, in mancanza di una nuova
analisi critica, non hanno avuto altra alternativa che scegliere tra due posizioni
altrettanto insoddisfacenti: da un lato l'utopia di un ritorno a un passato idealizzato (con
le sue nazionalizzazioni, la sua economia poco internazionalizzata, il suo progetto di
solidarietà sociale, la sua pianificazione di stato, i suoi sindacati influenti), e dall'altro,
il collateralismo entusiasta delle trasformazioni tecnologiche, economiche e sociali
(che aprono il paese al mondo, realizzano una società più liberale e tollerante,
moltiplicano le possibilità di autorealizzazione...). Nessuna di queste due posizioni
permette di resistere davvero ai danni provocati dalle nuove forme delle attività
economiche, la prima perché è cieca a quel che rende il neocapitalismo seducente per
un gran numero di persone e perché sottovaluta la rottura operata, la seconda perché
minimizza gli effetti distruttori. Il nostro obiettivo sarebbe quello di rispondere a una
domanda crescente di pensiero critico suscettibile di dare forma all'inquietudine sociale
diffusa e di fornire, al minimo, degli strumenti di intelligibilità, e al meglio,
un'orientazione verso l'azione, cioè, in questo caso, una speranza.
| Come definiresti questa trasformazione nello spirito del capitalismo? |
C'è sempre stata una relazione dialettica tra il capitalismo e le critiche al capitalismo
(l'anticapitalismo è vecchio quanto il capitalismo). Il punto decisivo è ciò che causa
indignazione. Ora, i motivi d'indignazione sono di due tipi, non sempre conciliabili tra
di loro. Da un lato il capitalismo come fonte di miseria, sfruttamento, fonte di
opportunismo, egoismo. La critica che nasce da queste indignazioni è di tipo sociale.
Dall'altro lato, il capitalismo come fonte di oppressione opposto alla libertà e creatività
degli esseri umani, come fonte di disincanto e inautenticità. Questa critica trova le sue
radici nell'invenzione ottocentesca della vita bohémienne. Per questo la chiamo critica
artista. In alcune fasi storiche le differenti tradizioni critiche possono allearsi: gli
intellettuali dei Temps modernes volevano conciliare l'operaismo e il moralismo del
Pcf con il libertinaggio aristocratico dell'avanguardia artistica; anche nel '68 sono
confluite. Al contrario, in altri casi, possono divergere, entrare in tensione, opporsi
violentemente. Ognuna delle due critiche possiede un versante modernista e uno
antimodernista. Mentre la critica dell'individualismo capitalista può degenerare verso
derive fasciste (come in molti intellettuali degli anni '30), la critica dell'oppressione
può comportare l'accettazione supina del liberalismo, come è avvenuto negli anni '80
quando molti intellettuali venuti dall'ultrasinistra, per aver fatto del totalitarismo il loro
unico nemico, non hanno saputo o voluto riconoscere la riconquista capitalista del
mondo. Ora, nel dopoguerra il capitalismo aveva risposto alla prima critica, alla critica
sociale, con il compromesso e con il welfare: era il secondo spirito del capitalismo. Ma
così si era esposto alla seconda critica, della spersonalizzazione, dell'autoritarismo,
tanto che negli anni '60 uno dei bersagli sarà il "capitalismo monopolista di stato". Negli
ultimi trent'anni invece il capitalismo ha digerito e metabolizzato la seconda critica, la
critica libertaria e antiautoritaria, antistatalista. Di fronte a questa nuova versione - il
terzo spirito del capitalismo -, la vecchia critica è disarmata.
| Non è un po' hegeliano tutto ciò, come se il capitalismo fosse lo spirito del mondo, con
la critica al capitalismo che funziona da antitesi, con la nuova sintesi e con la dialettica
che si ripropone a un livello superiore? |
Solo che non è finalizzato. E' vero che il capitalismo Chiappello e io lo
sostanzializziamo un po'. Gli diamo una capacità di resistere, di imparare, di
metabolizzare. Ma abbiamo fatto così per partito preso politico. Alla fine degli anni '70
e negli anni '80 con il disgregarsi del blocco sovietico e anche con quel che succedeva
in Iran, è stata abbandonata la possibilità delle grandi narrazioni. La sociologia degli anni
'80 e '90 non ha più teoria del cambiamento, non ha più "grandi racconti" e si concentra
sulle "pragmatiche di situazione". Il vuoto lasciato negli anni '80 dal marxismo e dalla
sociologia classica è stato riempito con la filosofia analitica anglosassone. Ma ci si è
accorti subito che era un esercizio per vecchie signore e vecchi signori in un collegio
inglese. E ci si annoia subito. C'è un ritorno alla filosofia della storia non fosse altro
che per sfuggire alla noia. Così la nostra preoccupazione è stata di reintrodurre un
modello di cambiamento in sociologia. Forse avremmo potuto ottenerlo senza fare del
capitalismo un soggetto hegeliano. Ma noi non vediamo una spirale di progresso come
fa Hegel, vediamo uno spostamento continuo del terreno del conflitto: sono in
disaccordo con Negri quando in Empire dice che in fondo bisogna accettare quanto
avviene nel nuovo stadio del capitalismo in quanto ulteriore passo in avanti nel cammino
della liberazione.
| Tu dici che a lungo termine al capitalismo manca una legittimità morale. Capisco quando
dici che ci vogliono delle ragioni perché ci si impegni nel capitalismo, per giocare il
suo gioco, ma queste ragioni non sono necessariamente morali. |
No, quello che dico è che le persone non possono essere tenute al lavoro con la sola
forza, o con la sola fame. C'è comunque un nodo, un rapporto, per quanto ambiguo, tra
libertà e capitalismo. Non ci può essere capitalismo senza un'ideologia che giustifichi
"l'arruolarsi" delle persone nel capitalismo, cioè quello che noi chiamiamo uno spirito
del capitalismo. Il punto è che, per sua natura, il capitalismo è un processo insaziabile
che deve motivare persone che però sono saziabili e quindi devono trarre
giustificazioni per partecipare in un processo insaziabile. Ma queste giustificazioni non
sono necessariamente morali. Quello che scriviamo sull'eccitazione non riguarda la
morale: è vivere il proprio tempo, è liberazione. Poi ci sono ragioni di sicurezza. E'
anche un problema di età. A 20 anni, per impegnarsi nel capitalismo l'eccitazione conta
più della sicurezza. Ma il capitalismo deve dare qualcosa in termini di sicurezza. E poi,
la natura della risposta in termini di giustizia dipende in gran parte dalla critica. Se gli
sfruttati, gli infelici, coloro che non riescono restano silenziosi ed esclusi, allora non
c'è necessità per il capitalismo di rispondere in termini di giustizia. Ma l'ipotesi che noi
facciamo è che quando si supera un certo livello di sfruttamento, allora c'è un ritorno
della critica. E a quel punto, salvo a regnare con la sola forza, allora bisogna reintrodurre
giustificazioni, e non solo verbali.
| Barthes diceva che il mito consiste nel trasformare in naturale ciò che invece è prodotto
dalla storia: a un momento dato i bianchi dominano i neri e allora il mito diventa che i
bianchi sono superiori ai neri "per natura". Mai come oggi la legge del mercato, la legge
della domanda e dell'offerta, è stata considerata una legge di natura, mai come oggi vige
il mito del capitalismo. |
Il libro è scritto contro questo mito. D'altro canto, sono contrario a ridurre il
capitalismo al solo mercato, perché secondo me l'organizzazione dell'impresa ha
un'autonomia rispetto al mercato. Quello che fanno Williamson e la maggior parte dei
grandi economisti è ricondurre l'organizzazione dentro il mercato, mentre secondo me
c'è un'autonomia.
| A distinguere tra capitalismo e mercato, c'è chi si schiera contro il mercato per non
essere contro il capitalismo, e chi si schiera contro il capitalismo per non essere contro
il mercato. Per esempio Polany non attacca mai il capitalismo, si scaglia sempre contro
il "mercato autoregolato". Braudel invece pensa che il mercato sia il migliore dei mondi
possibili, mentre è critico col capitalismo. Tu da che parte ti schieri? |
Se ci fosse un dialogo tra loro, Braudel rimprovererebbe a Polany di aver creduto che il
capitalismo è per il mercato, mentre lui ha mostrato che non è così. Per parte mia, mi
situo tra i due; io sono molto polanysta, credo che un mercato fuori controllo è
terribilmente distruttore, ma credo che un capitalismo senza neanche le forme del
mercato da rispettare è il peggio del peggio. Non sono per un'assenza completa del
mercato, non so cosa voglia dire. Un capitalismo che prèdica il mercato e però agisce
con tutti i mezzi della forza, è quanto di peggio ci sia. Rosanvallon diceva che il solo
campo in cui il capitalismo ha davvero rispettato il mercato è il mercato del lavoro. In
fondo, io sono più contro il capitalismo che contro il mercato, se questa distinzione ha
un senso.
| Dedichi molto spazio al connessionismo. I positivisti hanno sempre paragonato la
società alla macchina più avanzata dell'epoca. Nel '600 la società era un orologio;
nell'800 un treno e c'era la locomotiva del progresso. Negli anni '80 la società era
complessa, cioè paragonata a un computer. Ora, con il connessionismo, la società è una
rete perché paragonata a Internet? Non c'è sotto una metafora positivista? |
No, sarebbe positivista dire che il mondo è diventato davvero una rete. Noi non ci
pronunciamo su questo punto e nemmeno se il mondo è più rete oggi di quanto fosse
ieri. Per noi quel che è pertinente è che il modello della rete è divenuto normativo. E,
diventando normativo, esercita effetti sul mondo legittimando i processi di
deistituzionalizzazione. Il nostro oggetto è il modo in cui la rete è stata usata per
descrivere in modo normativo un nuovo stato del capitalismo.
| Alla fine del libro voi scrivete che "la critica, per essere credibile, deve implicare un
sacrificio. E' poco credibile e soggetta a denuncia una critica che non costa nulla, o che
apporta profitti (non solo monetari, ma anche di notorietà mediatica, di premi,
scientifici, di posizioni istituzionali)". A te cosa è costata la tua critica del capitalismo? |
Il problema è proprio che non c'è stato costo. Mi aspettavo forti critiche
dall'ultrasinistra, "un libraccio riformista, eccetera". Invece la mia inquietudine è proprio
che il libro ha ricevuto una buona accoglienza dall'estrema sinistra, dai trozkisti, dal Pcf,
passando per La croix, i socialisti, fino ai limiti del centrodestra: è molto inquietante.
Credo che oggi però il vero dibattito furibondo, capace di scatenare passioni, si è
spostato dal terreno economico-sociale alle questioni biopolitiche e genetiche. Una mia
collega è entrata nel dibattito sulle convivenze omosessuali. Si è fatta insultare a male
parole. A livello economico sociale, puoi avere discussioni, pro o contro, ma non hai
passioni. Non ho sentito nessuno dire che Seattle è una porcata. Somiglia all'Inghilterra
vittoriana, a Dickens: oggi riaffiorano molte critiche al capitalismo e alle sue
diseguaglianze, ma queste critiche non impediscono in nulla il suo sviluppo, sono
recepite ma rimangono senza effetto. Nulla. Invece, la minima cosa che dici nel campo
biopolitico ti attira guai. |