RASSEGNA STAMPA

4 GIUGNO 2000
LUCIANO MECACCI
La psiche sotto il tappeto
A giorni in libreria "Il caso Marylin M. e altri disastri della psicoanalisi
Una serie di storie che testimoniano i fallimenti della scienza fondata da Freud
Alessandro Pagnini
Non bisogna credere che tutto è vero, ma che tutto è "necessario", ammonisce Kafka nel Processo. E' lo stesso sconcertante monito che sembra scritto nell'intrigo di trame dello splendido film Magnolia di Anderson. Uno sguardo che vuol esser neutro, affacciato su una strada dove accadono cose in un'unità di tempo, senza una mano che le disponga, senza un'intelligenza che dispensi un senso. E tutto però appare non solo connesso, ma necessario, dall'infanzia alla morte, racchiuso in un cerchio di coazioni, di colpe, di tradimenti, di egoismi, di perdoni difficili, dove tutta la pietà è nel gesto di un dio improbabile (ma se non altro ironico) che fa piovere rane.Mi sono permesso questo richiamo al cinema, non solo perché la psicoanalisi a Hollywood è stato un tema ricco di spunti al di là del gossip, come mostra Luciano Mecacci parlando di Marilyn, ma perché ho percepito come "cinematografico" lo stesso modo in cui Mecacci presenta questi "disastri" della psicoanalisi. Nel volume, che uscirà nei prossimi giorni per l'editore Laterza, Il caso Marylin M. e altri disastri della psicoanalisi (pagg. 208, L. 24.000), del quale anticipiamo un brano, Mecacci ricostruisce con il massimo della sobrietà e della icastícità "visiva" intrecci di situazioni, non sempre vicine nel tempo, accomunate dal referente che è lo psicoanalista; sia esso l'inquietante Greenson che appare figura chiave nella misteriosa morte di Marilyn, o la Klein che "educa" i figli analizzandoli, o Jung coi suoi triangoli di letto e di lettino, o Lacan che contraffà i casi, o lo stesso padre Freud, che questa volta appare più che altro dedito a nascondere sotto il tappeto lo sporco suo e dei suoi adeptí. Mecacci osserva tutto come lo osserverebbe una macchina da presa, disincantatamente, senza pregiudizio o moralismo, con toni mai enfatici e solo documentari, ogni tanto soffermandosi su qualche scorcio raro o su un primo piano interessante, perché la Marilyu, Gershwin, l'uomo dei Lupi non sono pazienti qualunque. Il suo armamentario critico è, volutamente costituito solo di buon senso e delle domande che chiunque di noi, non coatto a un atteggiamento iperinterpretativo di tipo analitico, si porrebbe. Si limita solo a suggerirci un collante agli episodi che vede (che, anche in questo caso, conferisce al tutto un senso di necessità senza verità): intorno a analisti e pazienti aleggia una costellazione, un "cyberspazio analitico, una sorta di intelligenza emotiva collettiva che guida i destini dei singoli e scrive la storia della psicoanalisi.
Sì, perché la storia della psicoanalisi, il suo divenire professione e istituzione di un certo tipo, il suo centrarsi su alcune teorie (quella del transfert e del controtransfert, o la stessa concezione di una "verità analitica") è scritta cancellando fallimenti, occultando passioni indicibili, esorcizzando suicidi e manipolando esiti terapeutici. In ogni caso, intrecciando indissolubilmente il personale e il teorico, un privato spesso morboso e patologico e la cura, la biografia e la scienza.
Ma nel rilevare le ombre della psicoanalisi, nel concludere sulla sua autoreferenzialità viziosa, Mecacci non ha toni trionfali; non c'è vittoria per nessuno tra le macerie di una conoscenza fallita. Solo lo sconforto di dover ricominciare quasi tutto daccapo, e questa volta sperabilmente con più "verità storica".
La debilità mentale di Marylin si incrociò con quasi tutte le forme di terapia: il trattamento analitico ortodosso (la cura attraverso le parole e il transfert, alla Freud), gli psicofarmaci in dosi massicce, la camicia di forza e l'internamento in manicomio. In altri termini, se non bastavano le parole, si ricorreva ai farmaci, e se anche questi si rivelavano insufficienti a sedare l'amore di Marilyn, era pronta la camicia di forza.
Marilyn fu curata da cinque psicoanalisti: M.H. Hohenberg, A. Freud, M. Kris, R.S. Greenson e M. Wexler. Negli anni in cui Marilyn s'avviava alla carriera di attrice, la psicoanalisi era di moda a Hollywood. Sicché attori, attrici, registi, produttori erano in analisi presso psicoanalisti famosi che risiedevano nelle zone più ricche di Los Angeles. Terminate le sedute con la Kris, Marilyn prendeva l'ascensore e si spostava nell'appartamento al piano di sopra. L'attendeva il suo insegnante di recitazione, Lee Strasberg, il quale non mancava dì sottoporla nuovamente a stressanti esercizi di identificazione emotiva con personaggi infantili che le ricordassero il suo triste passato (fai una bambina affamata, ora fai un'orfana triste e sola eccetera). Non c'è da stupirsi se Marilyn ricorresse agli psicofarmaci dopo quelle estenuanti sedute in cui, prima da paziente e poi da attrice, veniva riportata a un'infanzia alla quale lei aveva voluto sfuggire con la fama e il denaro. Quello di Marilyn Monroe è un caso esemplare: innanzitutto, compendia molte caratteristiche dello sviluppo storico della psicoanalisi; poi, perché mette in evidenza molti tratti critici e controversi della pratica terapeutica psicoanalitica. In primo luogo, la rete di rapporti tra paziente e analista non solo invischia queste due figure - sconfinando a volte nella relazione sessuale - ma riguarda anche altre persone (parenti, amici e altri psicoanalisti), che si legano tra loro in una "costellazione" di affetti e interessi. La costellazione Marilyn M. è un complesso intricato di persone e relazioni. Marilyn fu analizzata dalla Kris, che a sua volta era stata analizzata da Anna Freud, e Anna Freud analizzò anche Marilyn. Anna era stata analizzata da suo padre Sigmund, che era stato l'analista anche della Kris oltre che di O. Fenichel e W. Stekel. Fenichel fu, in seguito, l'analista di R. Loewenstein e R. Greenson (l'ultimo psicoanalista di Marilyn e il primo a scoprirne il cadavere), che era stato in analisi anche da Stekel. Marilyn sposò A. Miller, in analisi da Loewenstein, ed ebbe una relazione con F. Sinatra, in analisi da Greenson. La relazione con John F. Kennedy riporta alla Kris, che avrebbe avuto come paziente Jacqueline, moglie del presidente. E ancora: la governante di Marilyn era stata sposata, secondo Wolfe (D.H. Wolfe, Marilyn Monroe: storia di un omicidio, Sperling & Kupfer, Milano 1999) con J.M. Murray, che aveva analizzato Anton Kris, il figlio di Marianne ed Ernst Kris. Oltre agli amori, nella costellazione scrutiamo anche i rapporti professionali: Elizabeth Greenschpoon, la sorella dello psicoanalista, sposò M. Rudin, e Milton era avvocato e agente di Sinatra e di Marilyn, cioè due pazienti del cognato Ralph Greenson, due pazienti tra loro legati da rapporti sessuali.
La costellazione va al di là dei singoli elementi: è una Gestalt, una forma, una struttura che si riorganizza man mano che si inseriscono nuovi elementi. Gli affetti e le cognizioni scorrono lungo i rami di questa rete, costituiscono lo sfondo entro il quale si muove la vita psichica individuale di Marilyn come di altri personaggi. Su ogni personaggio si può centrare una costellazione. Ma è solo un'astrazione di comodo, una modalità di accesso alla vita di ciascuno dei personaggi. Di fatto è la rete, la costellazione che dirige. La costellazione è un "cyberspazio analitico", una "intelligenza emotiva collettiva" che dall'alto governa le vite di ciascuno. Però anche dal basso la costellazione riceve riaggiustamenti e riorganizzazioni, quando qualcuno degli elementi in gioco supera una certa soglia e mette in crisi il sistema. Così la morte di Marilyn, il derivato di questo intreccio, riaggiusta tutto il sistema, si ripercuote sulle costellazioni centrate sugli altri personaggi.
Osserviamo la foto scattata sullo yacht Manitou quattro giorni dopo il funerale dell'attrice. Ritrae un gruppo: il presidente J..K.F, il cognato Peter Lawford e la sorella Patricia Kennedy (grande amica di Marilyn), infine Pat Newcomb (quest'ultima curava le relazioni pubbliche di Marilyn, era stata da Marilyn il pomeriggio del 4 agosto, poco prima che lei morisse, e s'era poi disperata a vederne il cadavere). Ebbene, a guardare quella sfilza di denti bianchi sorridenti, quei personaggi in posa mentre sventola la bandiera degli Stati Uniti, si comprende bene come fossero cambiate le costellazioni di ciascuno di essi dopo la scomparsa di Marilyn. E se osserviamo, ancora, la faccia di Greenson durante il funerale dell'attrice e si pensa alla sua depressione successiva, è altrettanto chiaro come la stessa morte di Marilyn avesse modificato, seppure in altra direzione, la costellazione Greenson.
Il caso Marilyn M. porta agli estremi un altro aspetto importante del trattamento psicoanalitico. Ogni caso non solo è una storia, ma una storia di storie, è una spirale di interpretazioni e rivisitazioni. Si può esser certi che, sul caso Marilyn M., occorrerà tornare. Nuove informazioni rimetteranno in discussione le interpretazioni precedenti. Non c'è mai certezza. Un caso è ricostruzione, interpretazioni. Non è un dato oggettivo, riscontrabile, verificabile. Esso è invece il frutto di un continuo rimescolamento di notizie, omissioni e imprecisioni. Alla fine diventa una storia che, man mano che viene narrata e tramandata, si trasforma e si modifica. Così un caso clinico in psicoanalisi non è solo un romanzo di per sé, come spesso si dice un romanzo proprio la storia di tutto ciò che è accaduto intorno a quel caso: la vita dell'analista non è distaccata dal caso del paziente, vi entra e s'intreccia in modo strutturale; ciò che viene riferito e pubblicato è diverso da ciò che sì sa privatamente; poi gli aspetti privati saltano fuori e ciò che si sa pubblicamente si mescola con quello che si sa privatamente in una nuova versione del romanzo globale. Alla fine, come siano andate veramente le cose non lo saprà mai nessuno. Ma non è la verità che viene inseguita dalla psicoanalisi. Ciò cui essa mira è una interpretazione, una narrazione plausibile di come potrebbero essere andate le cose e, allo stesso tempo, una narrazione affascinante come un giallo o un thriller.
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