Agostino, sgambetto alla polisIl vescovo d'Ippona ha apportato una rivoluzione nella
visione della storia rispetto ai Greci Un pensiero che esalta il singolo e la comunità Un concetto esemplificato oggi nel volontariato |
| Il cristianesimo ha inaugurato un nuovo comportamento della
ragione verso la verità maturandolo nella tradizione biblica del
giudaismo, così da differenziarla sia dal modo di pensare della
metafisica classica, sia da quello dell'immanentismo moderni. In
che cosa è consistita questa novità? Il paradosso del cristianesimo
è che la Verità - nella sua divina assolutezza, anche se non nella
sua compiutezza - si è rivelata nella storia dell'uomo.
Lì bisogna cercarla, nella continuità della sua presenza attraverso
quella "comunità dei singoli" che l'hanno ricevuta e tramandata
ed alla quale Cristo, che l'ha istituita, ha promesso l'assistenza
dello Spirito. Lì, dunque, nella storia, e non fuori della storia in un
mondo sovraintelligibile o nella solitudine di una interiorità
autonoma del pensiero. La teologia cristiana non ha potuto evitare
di affrontare, fin dalle proprie origini, il problema della storia per
il fatto che la Parola di Dio si è rivelata appunto in un momento
della storia. Kierkegaard, la cui teologia sta alla base delle
moderne filosofie dell'esistenza, l'ha imposto al pensiero
contemporaneo con l'espressione diventata celebre del "problema
di Lessing", di cui egli parla nella più filosofica delle sue opere, le
Briciole di filosofia (1844). "Ci può essere un punto di partenza
storico per una coscienza eterna? ...Si può fondare una beatitudine
eterna sopra un sapere storico?" Ma a comprenderne per il primo
tutta la forza paradossale ed innovativa nel pensiero è stato
certamente sant'Agostino. Con le due più celebri delle sue opere, i
dodici libri delle Confessioni, cominciate nel 397 e finite nel 400,
e i ventidue libri della Città di Dio, scritti dal 412 al 426-27, egli
ha inaugurato due maniere d'intendere la storia, assolutamente
nuove e cristiane: la storia come storia dell'anima o autobiografia
e la storia come storia del mondo, che ha al suo centro la venuta
del Figlio di Dio sulla terra e come senso centrale "la guida o
l'educazione del popolo da parte di Dio". Tanto l'autobiografia,
quanto la storia escatologica del mondo erano ignote ai Greci, che
pur avevano inventato con Tucidide e Plutarco la biografia, come
storia dei grandi che avevano saputo dare una linea unitaria di
senso alle vicende della propria vita, bìos, distinguendola dalla
ripetitività dei gesti di quella soltanto animale, zoé.
Ma le Confessioni sono un'opera ammirevole anche
letterariamente, assolutamente prima nel suo genere. In esse, il
problema del libero arbitrio, sconosciuto agli antichi, compare per
la prima volta nella discussione filosofica. Come possiamo dare
un senso alla nostra vita, essendo dentro di essa e durante il suo
stesso corso? L'autobiografia è semplicemente (ma quanto
difficilmente!) il cercare di dare una risposta a questa domanda
che fonda il pensare filosofico. Agostino si è visto aggravate le
proprie difficoltà, a mio avviso, per il residuo inconsapevole della
sua lunga pratica manichea (nove anni della sua giovinezza). In
realtà, lo libera, in quel suo domandare filosofico intorno a se
stesso, la fede, l'interiorità del suo colloquio con Dio, "mia
speranza fin dalla mia giovinezza". Si badi bene: la verità non sta
semplicemente nell'interiorità, secondo la proposizione tante volte
ripetuta come agostiniana per eccellenza, "in interiore homine
habitat veritas". Essa sta "in Dio che è per la nostra mente il bene
supremo", come Agostino rettifica ("avrei detto meglio") quella
tesi famosa nelle Ritrattazioni (I, 1,4), scritte verso la fine della
sua vita. "Ma io camminavo fra le tenebre e su terreno
sdrucciolevole; ti cercavo fuori di me e non ti trovavo; perché tu
sei il Dio del mio cuore" (Confessioni VI, 1,1).
Rifiutando il postulato etico terrificante di Pelagio che la
perfezione, essendo possibile, è obbligatoria, la fede genuina lo
conduce a pensare che "nessuno deve sentirsi sicuro in questa vita,
perché essa è tutta una prova" (X,32,48). Ma non si stanca di dire
umilmente: "Ti scongiuro, Dio, di rivelarmi tutto me stesso"
(X,37,62). Questa interiorità teologica dell'autobiografia è un
vero e proprio modo di pensare che ha consentito ad Agostino di
affermare nel De predestinazione sanctorum(II,5): "Quoniam
fides, si non cogitetur, nulla est", che è una verità di fondo troppo
spesso ignorata da molti fideisti rapidi e di facile contentatura.
Il "pensare la fede" ha per Agostino il suo fondamento in questa
proposizione centrale: che Cristo, l'evento escatologico da cui ha
avuto inizio una rivoluzione radicale nella storia, è la rivelazione
del senso della storia del mondo nella storia dell'anima.
Riconosco che non è facile rendersi conto della verità di queste
ultime parole. L'autobiografia delle Confessioni, scoprendo il
mondo dell'interiorità, non oltrepassa l'ambito degli "incontri",
della fedeltà e dei tradimenti, il mondo dell'incontro con Dio nella
comunità dei fratelli. Ma al di là sta il terreno delle società che si
radicano nelle differenze dei loro linguaggi, dei loro costumi, dei
loro interessi e delle norme stesse della loro vita etica e civile,
così come i conflitti dei gruppi, delle classi, delle etnie, delle razze
e delle religioni. Pensare che l'individuo possa decidere di se
stesso - o che la grazia di Dio possa essere partecipata dalle sola
decisione del singolo -, prescindendo dagli infiniti problemi che
nascono dalla intrinseca solidarietà che lega il suo modo di
sentire, di giudicare e di volere al mondo reale in cui vive, è
certamente un pensare fuori dalla storia reale degli uomini.
Agostino nella Città di Dio - non senza l'ingombro di gravi
fabulazioni e di mitologemi etnico-culturali, come le idee
terrificanti della predestinazione e della "massa damnata" - ha in
qualche modo preannunciato questa che è forse la scoperta più
importante della nostra antropologia: l'indissociabilità del destino
individuale da quello comunitario, e perfino da quello planetario.
Il "volontariato" etico-religioso degli operatori o soccorritori
senza frontiera è forse l'espressione più alta del pensiero cristiano
liberato dalle intimidazioni del terrorismo spirituale. Questa
liberazione appariva già embrionalmente nell'afflato
universalistico della società dei credenti che era già presente nel
contesto del discorso agostiniano della Città di Dio. "Questa città
celeste, durante tutto il tempo che essa vive in esilio su questa
terra, recluta (evocat) cittadini in tutte le nazioni, raccoglie la
propria società di pellegrini di ogni lingua, senza preoccuparsi
della diversità nei costumi, nelle leggi e nelle situazioni per le
quali la pace si realizza e si mantiene sulla terra" (XIX, 17).
Con un salto coraggioso sopra il modo di pensare del suo tempo,
Agostino attestava nella sua fede il pensiero di una storia del
mondo in movimento, dove la conservazione dell'evento della
Parola di Dio si proiettava in una dinamica dell'universale.
Agostino ha incominciato a pensare la fede. Tocca ai credenti di
oggi, nell'età della scienza, portare avanti quel grandioso inizio,
attraverso il rigore critico di una nuova immagine del mondo e
dell'uomo - che è frutto paziente, ipotetico e probabile di questa
nuova età - così da liberarne il "Credo" da quelle interpretazioni
fabulatorie che vi si sono incrostate nel corso delle diverse età
culturali e ne hanno impedito quei chiarimenti essenziali e
profondamente eidetici e simbolici, che la Parola di Dio esige
senza riserve. |