RASSEGNA STAMPA

2 GIUGNO 2000
PIETRO PRINI
Agostino, sgambetto alla polis
Il vescovo d'Ippona ha apportato una rivoluzione nella visione della storia rispetto ai Greci
Un pensiero che esalta il singolo e la comunità
Un concetto esemplificato oggi nel volontariato
Il cristianesimo ha inaugurato un nuovo comportamento della ragione verso la verità maturandolo nella tradizione biblica del giudaismo, così da differenziarla sia dal modo di pensare della metafisica classica, sia da quello dell'immanentismo moderni. In che cosa è consistita questa novità? Il paradosso del cristianesimo è che la Verità - nella sua divina assolutezza, anche se non nella sua compiutezza - si è rivelata nella storia dell'uomo. Lì bisogna cercarla, nella continuità della sua presenza attraverso quella "comunità dei singoli" che l'hanno ricevuta e tramandata ed alla quale Cristo, che l'ha istituita, ha promesso l'assistenza dello Spirito. Lì, dunque, nella storia, e non fuori della storia in un mondo sovraintelligibile o nella solitudine di una interiorità autonoma del pensiero. La teologia cristiana non ha potuto evitare di affrontare, fin dalle proprie origini, il problema della storia per il fatto che la Parola di Dio si è rivelata appunto in un momento della storia. Kierkegaard, la cui teologia sta alla base delle moderne filosofie dell'esistenza, l'ha imposto al pensiero contemporaneo con l'espressione diventata celebre del "problema di Lessing", di cui egli parla nella più filosofica delle sue opere, le Briciole di filosofia (1844). "Ci può essere un punto di partenza storico per una coscienza eterna? ...Si può fondare una beatitudine eterna sopra un sapere storico?" Ma a comprenderne per il primo tutta la forza paradossale ed innovativa nel pensiero è stato certamente sant'Agostino. Con le due più celebri delle sue opere, i dodici libri delle Confessioni, cominciate nel 397 e finite nel 400, e i ventidue libri della Città di Dio, scritti dal 412 al 426-27, egli ha inaugurato due maniere d'intendere la storia, assolutamente nuove e cristiane: la storia come storia dell'anima o autobiografia e la storia come storia del mondo, che ha al suo centro la venuta del Figlio di Dio sulla terra e come senso centrale "la guida o l'educazione del popolo da parte di Dio". Tanto l'autobiografia, quanto la storia escatologica del mondo erano ignote ai Greci, che pur avevano inventato con Tucidide e Plutarco la biografia, come storia dei grandi che avevano saputo dare una linea unitaria di senso alle vicende della propria vita, bìos, distinguendola dalla ripetitività dei gesti di quella soltanto animale, zoé. Ma le Confessioni sono un'opera ammirevole anche letterariamente, assolutamente prima nel suo genere. In esse, il problema del libero arbitrio, sconosciuto agli antichi, compare per la prima volta nella discussione filosofica. Come possiamo dare un senso alla nostra vita, essendo dentro di essa e durante il suo stesso corso? L'autobiografia è semplicemente (ma quanto difficilmente!) il cercare di dare una risposta a questa domanda che fonda il pensare filosofico. Agostino si è visto aggravate le proprie difficoltà, a mio avviso, per il residuo inconsapevole della sua lunga pratica manichea (nove anni della sua giovinezza). In realtà, lo libera, in quel suo domandare filosofico intorno a se stesso, la fede, l'interiorità del suo colloquio con Dio, "mia speranza fin dalla mia giovinezza". Si badi bene: la verità non sta semplicemente nell'interiorità, secondo la proposizione tante volte ripetuta come agostiniana per eccellenza, "in interiore homine habitat veritas". Essa sta "in Dio che è per la nostra mente il bene supremo", come Agostino rettifica ("avrei detto meglio") quella tesi famosa nelle Ritrattazioni (I, 1,4), scritte verso la fine della sua vita. "Ma io camminavo fra le tenebre e su terreno sdrucciolevole; ti cercavo fuori di me e non ti trovavo; perché tu sei il Dio del mio cuore" (Confessioni VI, 1,1). Rifiutando il postulato etico terrificante di Pelagio che la perfezione, essendo possibile, è obbligatoria, la fede genuina lo conduce a pensare che "nessuno deve sentirsi sicuro in questa vita, perché essa è tutta una prova" (X,32,48). Ma non si stanca di dire umilmente: "Ti scongiuro, Dio, di rivelarmi tutto me stesso" (X,37,62). Questa interiorità teologica dell'autobiografia è un vero e proprio modo di pensare che ha consentito ad Agostino di affermare nel De predestinazione sanctorum(II,5): "Quoniam fides, si non cogitetur, nulla est", che è una verità di fondo troppo spesso ignorata da molti fideisti rapidi e di facile contentatura. Il "pensare la fede" ha per Agostino il suo fondamento in questa proposizione centrale: che Cristo, l'evento escatologico da cui ha avuto inizio una rivoluzione radicale nella storia, è la rivelazione del senso della storia del mondo nella storia dell'anima.
Riconosco che non è facile rendersi conto della verità di queste ultime parole. L'autobiografia delle Confessioni, scoprendo il mondo dell'interiorità, non oltrepassa l'ambito degli "incontri", della fedeltà e dei tradimenti, il mondo dell'incontro con Dio nella comunità dei fratelli. Ma al di là sta il terreno delle società che si radicano nelle differenze dei loro linguaggi, dei loro costumi, dei loro interessi e delle norme stesse della loro vita etica e civile, così come i conflitti dei gruppi, delle classi, delle etnie, delle razze e delle religioni. Pensare che l'individuo possa decidere di se stesso - o che la grazia di Dio possa essere partecipata dalle sola decisione del singolo -, prescindendo dagli infiniti problemi che nascono dalla intrinseca solidarietà che lega il suo modo di sentire, di giudicare e di volere al mondo reale in cui vive, è certamente un pensare fuori dalla storia reale degli uomini.
Agostino nella Città di Dio - non senza l'ingombro di gravi fabulazioni e di mitologemi etnico-culturali, come le idee terrificanti della predestinazione e della "massa damnata" - ha in qualche modo preannunciato questa che è forse la scoperta più importante della nostra antropologia: l'indissociabilità del destino individuale da quello comunitario, e perfino da quello planetario.
Il "volontariato" etico-religioso degli operatori o soccorritori senza frontiera è forse l'espressione più alta del pensiero cristiano liberato dalle intimidazioni del terrorismo spirituale. Questa liberazione appariva già embrionalmente nell'afflato universalistico della società dei credenti che era già presente nel contesto del discorso agostiniano della Città di Dio. "Questa città celeste, durante tutto il tempo che essa vive in esilio su questa terra, recluta (evocat) cittadini in tutte le nazioni, raccoglie la propria società di pellegrini di ogni lingua, senza preoccuparsi della diversità nei costumi, nelle leggi e nelle situazioni per le quali la pace si realizza e si mantiene sulla terra" (XIX, 17). Con un salto coraggioso sopra il modo di pensare del suo tempo, Agostino attestava nella sua fede il pensiero di una storia del mondo in movimento, dove la conservazione dell'evento della Parola di Dio si proiettava in una dinamica dell'universale.
Agostino ha incominciato a pensare la fede. Tocca ai credenti di oggi, nell'età della scienza, portare avanti quel grandioso inizio, attraverso il rigore critico di una nuova immagine del mondo e dell'uomo - che è frutto paziente, ipotetico e probabile di questa nuova età - così da liberarne il "Credo" da quelle interpretazioni fabulatorie che vi si sono incrostate nel corso delle diverse età culturali e ne hanno impedito quei chiarimenti essenziali e profondamente eidetici e simbolici, che la Parola di Dio esige senza riserve.
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vedi anche
Filosofia (e) politica