| La repubblica della moltitudine | Possiamo immaginare la libertà come "non dominio"? Ovvero come condizione e/o una
attività nella quale non vige la perenne alternativa fra un positivo (la libertà costruita
dall'agire e riconosciuta comune) e un negativo (la libertà come limite della pretesa
individuale)? Possiamo, dunque, considerare la libertà come una condizione assoluta di
"non interferenza" dell'altro sul soggetto, ma in modo di assumere l'assenza di dominio
come motore trascendentale di una costituzione sociale e politica libera? Secondo
Philip Pettit (Il repubblicanesimo. Una teoria della libertà e del governo, Feltrinelli,
pp. 384, L. . 60.000) la risposta a questi interrogativi è affermativa. Di conseguenza,
quel che Pettit chiama "repubblicanesimo" si presenta come la forma di governo che è
capace di "garantire la libertà comune, attraverso il non dominio sugli individui", e cioè
di sviluppare una democrazia della legge ma aperta alla contestazione, insomma
un'organizzazione delle libertà oltre il liberalismo.
Per comprendere adeguatamente le alternative proposte da Pettit (e le sue conclusioni),
occorre chiarire, da un lato, la distinzione di libertà positiva e negativa; dall'altro, il
concetto di "repubblicanesimo". La prima distinzione relativa al concetto di libertà, è
antica quanto lo è la riflessione filosofica occidentale. Non che all'egoismo o all'amore,
all'avarizia o alla generosità sia concessa, nella tradizione, pari dignità; ma la soluzione
della loro relazione (o del loro conflitto) è possibile, secondo questi autori, solo
trascendendola, guardandola dal di fuori, e dal di fuori producendo su di essa una
decisione. Così è avvenuto per la soluzione a favore del polo individualista, sulla quale
si sono organizzati lo spirito del capitalismo e la concezione occidentale della
democrazia. Non molto diversamente è andata con il socialismo. La scelta sarebbe
dunque sempre la decisione di una "egemonia".
Pettit rifiuta questa conclusione che è stata, per tutto il Novecento, affatto consueta. A
giusto titolo ritiene filistea l'elucubrazione di Isaiah Berlin (e di tutti i "liberisti" nella
guerra fredda) sul tema delle "due" libertà; e criminale l'opposta scelta di tanti teorici
socialisti. Allarga il sospetto e impone cautela anche nella valutazione dei "comunitari" -
corrente (com'è noto) fortemente riformista (o francamente socialdemocratica) nella
discussione costituzionale anglosassone degli ultimi decenni. Ne viene dunque la
proposta del "repubblicanesimo" come soluzione e sintesi di questi dilemmi.
C'è subito da dire che quand'anche si apprezzi la soluzione del problema, la posizione di
Pettit è dubbia. Non si capisce bene che cosa sia qui quest'idea di "repubblica", se uno
"schema della ragione" (à la Kant) in vista di un noumenico regno di fini, oppure una
sorta di aristotelica normativa dell'agire comune che scopre il fondamento ontologico
dell'ordine sociale. Probabilmente non si tratta di ricorrere né all'una né all'altra fonte
(diversamente da quel che avveniva nei suoi lavori degli anni '80, qui le referenze
teoriche di Pettit divengono assai vaghe). E' vero comunque che qui si cerca la chiave
per trasformare costituzioni fondate sul governo, in sistemi di autoregolazione. Per
farla breve: Pettit ci propone qui la sua versione di "terza via", a mezzo fra liberalismo e
democrazia, fra libertà negativa e positiva. Tale sarebbe la definizione di
"repubblicanismo".
Repubblicanismo non è tuttavia una categoria nuova nella storia del pensiero politico.
Rilanciata dagli studi di Pocock, essa può esser così riassunta. "Esiste una certa idea di
libertà che sorge all'acme della rinascenza italiana, da nuove passioni e da nuove
esperienze del sapere e del lavoro; Machiavelli interpreta politicamente questa idea di
libertà; essa, seguendo le tumultuose vicende del tempo, trasmigra dall'Italia all'Europa,
dal continente all'Inghilterra, ed anima un secolo di guerre civili per la democrazia.
Infine, questa idea traversa l'oceano, nell'esodo assume ancor più forza, ed è sui grandi
territori americani che Firenze risplenderà nuovamente". La libertà costituzionale
americana definisce così come rivoluzionaria la propria genesi, fiorentino il proprio
progetto.
Questa tesi ha rinnovato, oltre che la storia del costituzionalismo americano, il
paradigma degli studi sulla filosofia politica della modernità. Resta da spiegare che cosa
sia la libertà repubblicana! V'è stato chi l'ha interpretata come soggetto di una potenza
costituente che investe, con le moltitudini, un arco sempre più ampio di governo del
comune: vi è chi, come Skinner, riduce questa potenza dentro la continuità della
tradizione del diritto romano, alla sua capacità di uniformare giuridicamente le
innovazioni della modernità. Vi è dunque chi pensa questa libertà come costituente del
comune; v'è chi la trattiene nel diritto di proprietà e di eredità. A confronto con questo
dibattito, non è assai modesta la concezione del repubblicanesimo che Pettit ci
propone? Il "non dominio" è probabilmente incapace di reggere la straordinaria (quanto
tragica) vicenda del farsi della democrazia in Occidente. Mentre mi chino (non
convinto) davanti all'ipotesi di Skinner, alla forza conservatrice del diritto romano
(passata ed attuale) come matrice di ordinamenti anche repubblicani; mentre insisto su
una tradizione radicalmente materialista e rivoluzionaria del repubblicanesimo, su quella
cioè degli Albigesi e dei Ciompi, dei contadini tedeschi e degli anabattisti olandesi, dei
levellers e dei repubblicani radicali americani, fino ai giacobini ed ai bolscevichi, ai
comunisti dello Yenan ed agli Iww. Bene, non riesco davvero a comprendere che cosa
voglia mettere Pettit (cosa che sia appetibile, masticabile) nella sua categoria del
repubblicanesimo. Quello che ci propone, mi sembra, è esangue.
Rinviando ad una discussione più approfondita sui temi fin qui toccati, ci sia tuttavia
permesso di introdurre qualche riflessione di tutt'altro genere. La prefazione a questo
libro è di Marco Geuna: un'introduzione esemplare, ci informa di tutto quello che può
interessare un lettore sia sull'opera di Pettit, sia sul concetto di repubblicanesimo nella
letteratura anglosassone, sia sulle piste di ricerca aperte. Quello che paradossalmente
manca, in quest'ottimo lavoro (scritto da un italiano per un lettore italiano), è l'interesse
per (non dico la bibliografia, ma) quel reseau (italiano) di concetti che meglio può far
intendere "repubblicanesimo" ad un lettore di qui. E' fuori di dubbio, infatti, che quel
grande impatto con il "repubblicanismo" sulla cultura americana si regge su un
precedente flirt con la cultura italiana, con la Firenze passata e presente. Per gli
americani (padroni del mondo), dietro alla categoria "repubblicanismo" c'è Firenze. E
poiché gli americani son gente seria quando fan mestieri filologici e progettazione
politica, dietro la loro infatuazione repubblicana, c'è lo scavo di una letteratura che va ai
classici della Rinascenza, e poi, recentemente, a Croce e Gentile, a Volpe e Garin, a
Sestan e Vivanti, a von Albertini e Berengo; per non parlare di Gramsci, di Chabod e di
Romeo, e persino di Bobbio e Matteucci, di Barcellona e di
Pozzo di Gotto. Ma di tutto
ciò l'introduttore italico non parla.
Vorrei ripetermi. L'introduzione di Marco Geuna al libro di Pettit mi sembra per molti
versi esemplare. Non è contro questa che polemizzo; è contro l'incredibile oblio o
malversazione ideologica (ormai entrati nel costume) del patrimonio concettuale della
filosofia, della storia, delle tradizioni e delle lotte italiane; di qui, da questo oblio, ci
vengono comunicati come nuovi (americani ed imperiali) concetti, nomi, categorie,
sottilità e patrimoni che stan dentro dialetti italici. Tutti lo sanno e tutti furbescamente
ammiccano: tutti - in una sorta di orgia sadomasochista, tipicamente italica -
partecipano. Ricordate Moretti, il cineasta (non il filologo), quando (con l'estemporanea
mediazione della canzone di Lara) proponeva di tradurre l'italiano del gobbo Gramsci
nell'americano del superganzo Jfk? |