RASSEGNA STAMPA

27 MAGGIO 2000
FRANCO VOLPI
Gioco di società per oscuri pensatori
Quelli che torturano il lettore
Prima che a scrivere imparate a pensare! Ecco la regola aurea che vien fatto di raccomandare a chiunque scriva di filosofia: se tieni il pensiero, le parole seguiranno da sé. Un'antica tradizione, risalente a Eraclito, ne contesta però la validità. Già tra i propri contemporanei il pensatore di Efeso era soprannominato "o skoteinÀos", "l'oscuro", per lo stile oracolare, per l'amore della contraddizione e del paradosso, accompagnato all'aristocratica convinzione che la filosofia sia una faccenda per pochi iniziati. Aristotele lo sbertuccia, rimproverandogli di non sapere quel che vuol dire. Ciò nonostante, la fama di Eraclito ha attraversato i secoli, avvalorando la convinzione che quanto più profondi sono i pensieri che si hanno tanto più oscure le parole che possono esprimerli. Perfino Kant, limpido nelle definizioni, si lascia prendere volentieri la penna da un periodare labirintico che sconcerta il lettore. Per non parlare di Hegel, "confuso ed oscuro sciupatore di carta, di tempo e di cervelli", come lo apostrofa Schopenhauer, per il quale lo stile viene invece quasi prima delle idee.
Da fustigare dunque tutti i filosofi che "scrivono come i polipi corallini costruiscono: un periodo si aggiunge all'altro, e si va avanti dove Dio vuole". Da imparare a memoria invece le fulgide frasi di maestri quali Platone, Cicerone, sant'Agostino, Descartes, Voltaire, Hume e quant'altri, che hanno mostrato come chiarezza di stile e profondità di pensiero possano convivere. L'antica querelle rivive oggi nella contrapposizione modaiola tra filosofi analitici e continentali: i primi rivendicano chiarezza di stile e di pensiero, rifacendosi alla tradizione filosofica anglosassone, ma anche a Frege e Wittgenstein; i continentali peccherebbero invece di nebulosità, affettazione retorica, fallacie linguistiche d'ogni sorta. Esempio per eccellenza di tutto ciò Heidegger, superato solo da Derrida. Al riguardo un analitico spiritoso ha inventato un grazioso party game for philosophers: chi comincia il gioco nomina un filosofo; il giocatore successivo deve nominarne uno più oscuro del primo, e così via. C'è una sola regola da osservare: chi nomina Derrida ha perduto.
Quanto all'Italia, sarebbe interessante tornare indietro a confrontare Croce e Gentile, la vena letteraria del primo con le vertiginose speculazioni dell'altro. Ma anche la scena odierna offre spunto per variazioni sul tema e per un rimescolamento delle carte: chi non riconoscerebbe al difficile Severino una clarté cartesienne? O al debolista Vattimo un eloquio fortemente comunicativo? Qualche imbarazzo nel caso di Cacciari: è oscuro, come vogliono i suoi critici, o non piuttosto costretto a essere difficile dai temi che affronta? Vale comunque questa piccola grande verità: lo scrittore che non tortura le proprie frasi finisce per torturare il lettore.
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