Gioco di società per oscuri
pensatori| Quelli che torturano il lettore |
| Prima che a scrivere imparate a pensare!
Ecco la regola aurea che vien fatto di
raccomandare a chiunque scriva di
filosofia: se tieni il pensiero, le parole
seguiranno da sé. Un'antica tradizione,
risalente a Eraclito, ne contesta però la
validità. Già tra i propri contemporanei il
pensatore di Efeso era soprannominato "o
skoteinÀos", "l'oscuro", per lo stile
oracolare, per l'amore della contraddizione
e del paradosso, accompagnato
all'aristocratica convinzione che la
filosofia sia una faccenda per pochi
iniziati. Aristotele lo sbertuccia,
rimproverandogli di non sapere quel che
vuol dire. Ciò nonostante, la fama di
Eraclito ha attraversato i secoli,
avvalorando la convinzione che quanto più
profondi sono i pensieri che si hanno tanto
più oscure le parole che possono
esprimerli. Perfino Kant, limpido nelle
definizioni, si lascia prendere volentieri la
penna da un periodare labirintico che
sconcerta il lettore. Per non parlare di
Hegel, "confuso ed oscuro sciupatore di
carta, di tempo e di cervelli", come lo
apostrofa Schopenhauer, per il quale lo
stile viene invece quasi prima delle idee.
Da fustigare dunque tutti i filosofi che
"scrivono come i polipi corallini
costruiscono: un periodo si aggiunge
all'altro, e si va avanti dove Dio vuole". Da
imparare a memoria invece le fulgide frasi
di maestri quali Platone, Cicerone,
sant'Agostino, Descartes, Voltaire, Hume e
quant'altri, che hanno mostrato come
chiarezza di stile e profondità di pensiero
possano convivere.
L'antica querelle rivive oggi nella
contrapposizione modaiola tra filosofi
analitici e continentali: i primi rivendicano
chiarezza di stile e di pensiero, rifacendosi
alla tradizione filosofica anglosassone, ma
anche a Frege e Wittgenstein; i continentali
peccherebbero invece di nebulosità,
affettazione retorica, fallacie linguistiche
d'ogni sorta. Esempio per eccellenza di
tutto ciò Heidegger, superato solo da
Derrida. Al riguardo un analitico spiritoso
ha inventato un grazioso party game for
philosophers: chi comincia il gioco nomina
un filosofo; il giocatore successivo deve
nominarne uno più oscuro del primo, e
così via. C'è una sola regola da osservare:
chi nomina Derrida ha perduto.
Quanto all'Italia, sarebbe interessante
tornare indietro a confrontare Croce e
Gentile, la vena letteraria del primo con le
vertiginose speculazioni dell'altro. Ma
anche la scena odierna offre spunto per
variazioni sul tema e per un
rimescolamento delle carte: chi non
riconoscerebbe al difficile Severino una
clarté cartesienne? O al debolista Vattimo
un eloquio fortemente comunicativo?
Qualche imbarazzo nel caso di Cacciari: è
oscuro, come vogliono i suoi critici, o non
piuttosto costretto a essere difficile dai
temi che affronta? Vale comunque questa
piccola grande verità: lo scrittore che non
tortura le proprie frasi finisce per torturare
il lettore. |