RASSEGNA STAMPA

23 MAGGIO 2000
RENZO CASSIGOLI
Identità perdute nel Tempo senza Progresso
IL FILOSOFO PAOLO ROSSI PARLA DEL SUO ULTIMO LIBRO
Il tempo è un tema ricorrente nel lavoro e nei libri di Paolo Rossi, docente di Storia della Filosofia all'Università di Firenze, autore di studi fondamentali su Francis Bacon e Giambattista Vico. Fin da "I segni del tempo", pubblicato nel 1979; a "Il passato, la memoria, l'oblio", con cui ha vinto il Viareggio nel 1992; a "Naufragi senza spettatore" del 1995, fino all'ultimo "Un altro presente" Paolo Rossi si è sempre interrogato su ciò che sta assillando 1'~tà in questo passaggio epocale nel quale sembra annullarsi il rapporto tra l'individuo, li tempo e lo spazio.Da storico della filosofia lo fa avvertendoci " ... che nessuno degli esponenti della cosiddetta Rivoluzione Scientifica ha mai ritenuto che la liberazione dell'uomo potesse essere affidata alla scienza e alla tecnica in quanto tali: la restaurazione del potere umano sulla natura, l'avanzamento del sapere hanno valore solo se realizzati in un più ampio contesto che concerne - insieme e contemporaneamente - la religione, la morale, la politica".
Il tema del tempo sarà affrontato a Firenze in due occasioni: un convegno internazionale del Gabinetto Vieusseux fissato per il 2001 e che avrà un primo incontro propedeutico il 6 giugno prossimo; e "Leggere per non dimenticare", il ciclo di incontri con autori curato da Anna Benedetti che, per la saggistica sarà aperto proprio dall'ultimo libro di Paolo Rossi, cui seguiranno, tra gli altri: Remo Bodei con "Il sogno cent'anni dopo", Sergio Givone, "Eros e ethos"; Luigi Meneghetto con "'Le carte".
Professor Rossi, "Un altro presente" ha a che fare con il tempo e la storia?
"Il titolo "Un altro presente" è una frase di Giulio Preti e coglie un punto essenziale che nel libro mette al centro del lavoro degli storici la disponibilità ad uscire da ciò che ci è conosciuto e familiare. Se faccio la storia della elezione di un papa devo parlare delle scelte a cui quei cardinali si trovarono dinanzi nel momento in cui, non sapendo chi sarebbe stato eletto, discutevano, ognuno volendo eleggere qualcuno. Questo è il "presente" che devo ricostruire, non quello facile perché oggi so che le cose sono andate in un certo modo. Se faccio la storia della scienza non metto in fìla le scoperte di Keplero o di Newton, ma racconto le vie per le quali sono arrivati alle loro scoperte, che non sono state né facili, né pacifiche, né ovvie. Devo raccontare la confusione, i nodi intricati da sciogliere per cui quella via non era l'unica ma una delle tante possibili. Questo vuol dire "un altro presente"".
Perciò mette l'accento sulla differenza fra progresso e avanzamento?
"Certo. Insomma, per spiegare davvero in cosa consiste una filosofia del progresso dovremmo chiarire che c'è un avanzamento e una crescita "in positivo" (c'è anche una crescita dei tumori) e che fino ad un certo momento si è pensato che questa fosse una specie di legge della Storia. Tanto che, da un certo punto di vista il marxismo è anche una teoria di progresso in quanto ci sarebbero nella Storia leggi, tappe che io posso far succedere l'una all'altra, e non a caso ma in quell'ordine.
Tutto questo nella cultura europea si affaccia alla fine del '700.Prima nessuno pensa che la Storia sia retta da un principio interno che conduce verso il meglio. La parola "avanzamento" è usata in modo molto problematico. Dice Bacone: si passano Si passano le Colonne d'Ercole e si comincia a navigare. Vorrei fosse chiaro che a quel punto nessuno crede al progresso come legge interna di sviluppo della Storia. Tutti coloro che parlano di avanzamento, di crescita, di speranza, pensano ad una avventura che può finire bene o male. Sotto le Colonne d'Ercole è scritto: "Molti passeranno e la Scienza crescerà", ma questa è la profezia di Daniele non la concezione tardo positivistica del ballo excelsior".
L'umanità dovrà passare attraverso la rivoluzione della Scienza e la Rivoluzione Francese...
"Quest'idea della filosofia della Storia si è formata alla fine del '700 con Saint-Simon, Turgot, Condorcet. E' in questo mondo che nasce l'idea di progresso, una specie di mito che entrerà in crisi con la prima guerra mondiale. Ma in quell'Europa non c'è solo la Tour Eiffel, il traforo del Frejus o il ballo Excelsior, ci sono anche il darvinismo, Zola e Stevenson, con il suo "Dottor Jekill e mister Hyde".
Non è vero che tutti credono in questa crescita felice. Gramsci ha polemizzato tutta la vita con chi credeva che il socialismo sarebbe venuto da solo. Benedetto Croce diceva che, essendo la storia disseminata di baratri, di cadute, di ritorni, con il fascismo si faceva un passo indietro per saltare meglio. Poi in Europa tutto si è sfaldato e nessuno oggi crede più che nella Storia ci siano leggi verso il meglio".
La differenza, insomma, è fra chi sì affida al rischio e chi alla fede
"E' proprio così. Penso a Bacone, che è stato interpretato conte un teorico del progresso, il filosofo dell'età industriale. Al contrario, per parlare del positivo nella Storia, Bacone usa l'espressione: "le ragioni che debbono preservarci dalla disperazione". Forse oggi possiamo elencare le ragioni che possono preservarci dalla disperazione ma non le sentiamo come certezze. E' facile disperarsi dopo il Novecento e la spaventosa divisione fra Nord e Sud del mondo. Proprio le ragioni per sperare sono l'incognita, non ci sono più i positivisti sicuri, non c'è Marx e tanto meno Engels".
Progresso e avanzamento. Nella lezione sulla 'rapidità' Calvino ricorda Sagredo tessere a Salviati l'elogio dell'alfabeto, invenzione sublime fra tutte che consente di superare il tempo e lo spazio. Nulla di nuovo sotto il sole.
"L'alfabeto ci ha dato la possibilità di scavalcare il tempo. Nella cultura orale il tempo si vince colmando uno per uno tutti i vuoti; nella cultura scritta l'ultimo della catena può leggere il testo scritto dal primo, e quel testo gli è contemporaneo. In qualche modo, l'alfabeto fu allora quello che oggi è per noi il computer: una novità che ha cambiato il modo di concepire il tempo".
Ci fà superare l'angoscia del non poter con-essere a lungo con chi si ama
"Certo. Il tempo nella letteratura ha a che fare con la memoria; ha a che fare con il modo con cui gli autori si muovono all'interno della categoria tempo, e variamente la manipolano. E non solo in letteratura, pensiamo al cinema".
E' l'angoscia della morte? E' l'incapacità per la nostra mente, finita, di capire il concetto dì infinito che è legato al tempo?
"C'è la paura della morte, ma l'angoscia vera è di essere dimenticati, di essere stati per nulla. Un tema che si collega alla memoria e dà un senso ai sepolcri, alle lapidi, ai monumenti che dovunque ci invitano a ricordare. Così le foto, i libri e tutto quanto è strutturato e connesso con la nostra vita fa parte del tentativo, non di uscire dal tempo, ma di sperate che le cose o le persone scomparse, in qualche modo, restino tra noi. Racconta un antropologo culturale che i membri dì una tribù pensano che una persona muoia due volte: con la scomparsa naturale e quando scompare l'ultimo che la conosceva. Ecco ciò che da angoscia e per questo si costruiscono argini che sono una parte rilevantissima di ciò che chiamiamo "cultura". La memoria ha a che fare con l'identità, con chi siamo. Lo dice bene Proust raccontando il risveglio: il senso di sicurezza nel ritrovarsi in un contesto familiare, che non ci sconcerta. Tutto do è legato alla memoria, è legato al fatto che io sono ancorato: una identità che non riguarda solo individui, ma i popoli".
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