Ragioni sul vivere e sul morire| Un itinerario equilibrato
tra i più recenti libri laici e cattolici |
| La bioetica ha un ruolo complesso, che consiste nel mediare, basandosi sulla sola autorità della ragione, tra progresso scientifico-tecnologico da un lato e i valori umani dall'altro. Nello svolgere questo compito, essa si contrappone naturalmente alla religione, in cui si riconosce là medesima resistenza alla scienza e alla tecnica, filtrata attraverso l'autorità di testi e tradizioni tramandati. Proprio per questa ragione, la bioetica è sempre in bilico tra una tentazione permissivista e un'altra luddista e tanto più funziona quanto più si mantiene distante dall'una e dall'altra.
Questo delicato equilibrio è pienamente raggiunto da Luisella Battaglia in Dimensioni della bioetica (Edizioni Name, Genova 1999, pagg. 290, L. 34.000). Battaglia, membro del Comitato nazionale di bioetica e direttrice dell'Istituto italiano di bioetica, presenta la bioetica come una "filosofia del ragionevole".Correttamente, chiarisce fin dall'inizio che questa filosofia del ragionevole va alla ricerca dei limiti morali per la scienza e che tali limiti non sono rintracciabili all'interno della stessa scienza. Al tempo stesso, essi non dipendono da una meccanica applicazione di teoremi etici alla ricerca scientifica. Piuttosto, una bioetica come filosofia del ragionevole è basata sulla capacità discorsiva e sulla forza della giustificazione attraverso gli argomenti. Solo in questo modo si può cercare una risposta ai problemi suscitati dalle scienze della vita.
Giustificazione e ragionevolezza insieme implicano, per la filosofia, un tentativo di mescolare impegno analitico e sforzo ermeneutico, in modo che i principi di autonomia, integrità della persona e tolleranza siano compresenti all'interno di contesti dotati di senso. Questo apprezzabile programma di ricerca si rivela particolarmente felice in uno dei capitoli più originali del libro, il quarto, dedicato a "Bioetica e pensiero della differenza".In questo capitolo, Battaglia presenta un'ampia letteratura femminista in bioetica, spaziando dall'ecofemminismo alle questioni poste dalla riproduzione artificiale per finire al concetto di etica della cura. Nell'ambito di questo capitolo, l'autrice ha anche il merito di presentare con intelligenza e simpatia le tesi contrarie al progresso scientifico e tecnologico visto come un'appendice rinnovata del patriarcalismo, al tempo stesso prendendo però le distanze da ogni tentazione essenzialista femminista. Se qualche obiezione si dovesse muovere al volume nel suo complesso, volume che tra l'altro è
scritto in maniera particolarmente felice, questa consiste nel sottolineare un eccesso di eclettismo, che tende a ricomporre diverse tradizioni filosofiche nell'ottica di un'alquanto misteriosa nozione di complessità, da cui dipenderebbe tra l'altro una migliore determinazione della qualità della vita.
Pure nell'orizzonte bioetico, ma in maniera più vicina alla clinica, si può inscrivere Genetica e medicina prenatale (Esi, Napoli 1999, pagg. 284, L. 46.000) di
Adriano Bompiani, medico ginecologo, già presidente del Comitato nazionale
di bioetica e ministro per gli Affari sociali (1992-93). Il libro, cui hanno collaborato G. Neri e G. Noia, tratta di un tema attualissimo, i rapporti tra medicina prenatale e genetica, ed è corredato di una pregevole informazione empirica e giuridica. Partendo da una complessa integrazione tra etica, diritto e scienza, Bompiani, che è un cattolico militante, si schiera contro la cosiddetta medicina dei desideri, condannando l'ansia genitoriale per il "bimbo perfetto" e dichiarandosi contro la selezione del sesso. Ma lo fa sempre con quell'equilibrio che è tipico della sua personalità e della sua cultura. In particolare, sulla diagnostica prenatale, è chiarissimo nel condannare ogni oscurantismo che tende a confondere l'atto diagnostico con la decisione abortiva. In altre parole, sapere che un feto è gravemente malformato non implica che si debba abortire. Anche il ruolo del medico è da lui visto in armonia con i principi di una società liberale. Il medico - dice Bompiani - non deve avere un ruolo direttivo ma deve informare il paziente, cui spetta la decisione definitiva. Detto da un autorevole esponente del mondo cattolico, ciò è importante perché vuol dire che il medico antiabortista non deve impedire al paziente di abortire. Qualche critica può essere fatta alla visione ontologica dell'autore, che, da non filosofo, non si pone dubbi sulla natura ultima dell'ontologia.
Una segnalazione, infine, per tre volumi particolarmente interessanti nello stesso ambito. Il primo è Bioetiche in dialogo, una preziosa antologia che raccoglie testi di autori vari, curata da Paolo Cattorini, Emilio D'Orazio e Valerio Pocar (Edizioni Zadig, Milano 2000, pagg. 258, L. 25.000). Il libro prende spunto da un convegno organizzato dal Centro Studi Politeia e dalla Consulta di bioetica (nel 1996) per discutere un "Manifesto di bioetica laica", pubblicato dal Sole-24 Ore (si veda: http://www.symbolic.it/bertolin/manifest.htm). Lo scopo è quello di sottolineare il carattere pluralista del dibattito bioetico contemporaneo e la necessità di giustificare argomentativamente le proprie posizioni.
Un'altra preziosa antologia è quella recentissima intitolata Nascita cura e morte (sottotitolo: "Lezioni di bioetica", Edizioni Università La Sapienza), curata da Giovanni Berlinguer e Bruno Morcavallo. L'antologia presenta testi derivanti da relazioni tenute presso il Corso di perfezionamento in bioetica, che si tiene annualmente sotto la direzione di Giovanni Berlinguer dal 1994-95 presso l'Università La Sapienza di Roma. Questo corso, cui ho avuto il privilegio di partecipare più volte, ha il merito precipuo di mescolare opportunamente giovani studiosi di discipline scientifiche e umanistiche (questi ultimi coordinati dal professor Eugenio Lecaldano, direttore del corso per l'anno 1999-2000). Il volume presenta un'ampia offerta di testi sulla bioetica toccando anche temi non abituali come "La bioetica nel cinema".
Ultimo, ma solo in ordine di elenco, è Il consenso informato di Stephen Wear (Edizioni Apeiron, Bologna 1999), che si avvale, di una pregevole prefazione alle lezioni italiane di uno dei più competenti autori su questi temi,
Raffaele Prodomo. Il consenso informato può essere considerato come l'assetto medico-legale che traduce in questo ambito di vita i principi formali della liberaldemocrazia. Il libro di Wear presenta, in maniera intelligente ed esaustiva, il problema giuridico del consenso informato alla luce dell'ethos che esso esprime e sullo sfondo della tradizione medica. |