Torniamo a studiare il libro
della natura| Scienziati, teologi e filosofi a confronto sul mistero
delle leggi fondamentali dell'universo |
| "Chi ha infuso la vita nelle equazioni?Chi vi ha
"soffiato il fuoco" ?", si chiede Stephen Hawking. Gli fa eco Paul
Davies: "Da dove vengono le leggi della natura?" Le domande,
poste da due fra i maggiori fisici viventi, indicano che il dialogo
tra scienza e fede è giunto su un terreno avanzato: le leggi della
natura. "Queste leggi - scrive Davies - riflettono proprietà
esistenti nella natura. Se non potessimo contare sul fatto che le
regolarità sono reali, la scienza si ridurrebbe a una sciarada senza
senso". Segnali concreti di apertura che s'incrociano, tra il fronte
del pensiero scientifico e quello della teologia. "Abbiamo molto
da dire all'uomo di scienza", afferma Giuseppe Tanzella-Nitti,
docente di Teologia fondamentale al Pontificio ateneo della Santa
Croce. "Secondo l'enciclica Fides et ratio, gli scienziati possono
appoggiarsi fiduciosi su un ordine naturale delle cose, che è
intelligibile e razionale". Contro lo gnosticismo del passato e
quello del presente, che tendono a considerare la natura come un
sottoprodotto della Creazione, il pensiero teologico esclude ogni
dualismo tra corpo e spirito, osserva Lino Conti, docente di Storia
del pensiero scientifico all'università di Perugia. E cita un testo
dimenticato, ma fondamentale in alcune sue parti: la Theologia
naturalis del catalano Raimondo Sebunde, il quale affermava: il
libro della natura, "digito Dei scriptum", contiene la
dimostrazione scientifica dell'esistenza del Creatore.
Con questa impostazione, il seminario di studi a Villa Campitelli
(Frascati) nel quadro degli incontri interdisciplinari avviati dalla
Cei e dalla Pontificia Università Lateranense, ha reso ancora più
"forte e innovativo" il dialogo tra teologi da un lato e fisici,
astronomi, informatici, filosofi , dall'altro. "Sono lontani i tempi
della contrapposizione anche virulenta: ora le nostre idee
dell'uomo e del cosmo non sono più alternative", constata
Giuseppe Lorizio, professore di Teologia fondamentale alla
Lateranense.
Il "libro della natura" permette un contatto strategico tra scienza e
teologia. Perché, spiega Conti, "occuparsi del libro della natura
vuol dire occuparsi della scienza dei fatti e delle opere di Dio.
Nella natura Dio si manifesta, è leggibile". E ha dato grande
impulso alla ricerca scientifica questo "libro della natura", che è
all'origine una metafora biblica, poi ripresa dalla patristica e
rilanciata dal movimento francescano. San Bonaventura dirà: la
lettura del libro della natura ci fa risalire a Dio, "la natura è come
una scala".
Dio è stato immaginato come un Dio musicista (da Pitagora e da
Keplero), come un Dio architetto (da Newton) oppure orologiaio
(da Voltaire); per Paul Davies è la mente dell'universo, il suo
"codice cosmico", nota Tanzella-Nitti. La tradizione
ebraico-cristiana delle leggi di natura ha certamente aiutato il
pensiero scientifico a consolidarsi. Ma oggi che la scienza
sperimenta nuove vie di ricerca, occorre una teologia delle leggi
della natura che dia ancora più affidamento agli scienziati. "Le
leggi della natura esprimono la "fedeltà di Dio, la verità della sua
alleanza con l'uomo"", sottolinea Tanzella-Nitti. E non c'è
determinismo da parte di Dio, "per chi sa cogliere la sua
simultanea trascendenza e immanenza". Tra i contributi al
seminario, da segnalare quello del professor Marco Somalvico,
sull'intelligenza artificiale. E di Monica Ugaglia sulla scuola
scientifica gesuitica: oltre a introdurre il primo corso stabile di
matematica in Italia, ebbe innegabili influssi sul pensiero
galileiano. Proprio Galileo scriveva che Dio è "unico Autore del
Libro della Scrittura e del Libro della Natura". |