L'etica ai tempi del trionfo del mercato.
Appassionare, far piangere e ridere con un
discorso su politica e morale piuttosto che
sull'amore, la famiglia o la religione, è la
coraggiosa scommessa del Socrate di
Vincenzo Cerami in scena al Piccolo di
Milano. Lo spettacolo è ricco di seduzioni.
Bella l'idea di Ronconi, perfette le musiche
di Nicola Piovani e la scenografia del
modaiolo Quirino Conti, immensa la
bravura di Gigi Proietti, che debutta al
Piccolo a sessant'anni da attore tragico,
come meritava da una vita. Ma la sorpresa
è la risposta del pubblico a un testo
contemporaneo. Perché il Socrate di
Vincenzo Cerami, pur fedele ai dialoghi di
Platone e senza mai cadere nel vezzo
dell'attualizzare, parla con una lingua viva
del qui e dell' oggi. Oltre l'Atene del 403,
quella dell'amnistia generale, il gioco
mentale dello spettatore è scoprire l'Italia
di oggi, una società corrotta dal cinismo e
dal potere dei soldi ma ancora percorsa,
forse, dal bisogno di un senso e di
un'identità etica.
"Dico la verità, me ne sono accorto
scrivendo", ammette Vincenzo Cerami. "E'
vero, quella società ateniese somiglia
brutalmente ai nostri tempi di democrazia
malata, dove tutti credono di sapere e non
sanno nulla, sono convinti d'essere nel
giusto e invece vivono nell'errore,
conformisticamente. Una democrazia che
ricava benefici dai pregiudizi del popolo,
oggi diremmo di massa, e fa della
corruzione una tacita regola accettata da
tutti. Certo, manca un Socrate capace di
smascherare le vuotaggini, le parassitarie
ritualità, le effimere certezze del popolo. E
se vi fosse, non credo che farebbe una fine
migliore".
| Rabelais, processato per eresia, sostenne
che "i principi si difendono fino alla forca,
esclusa". Socrate invece accetta di morire
per una sentenza ingiusta, quando potrebbe
comodamente fuggire in Tessaglia, per il
sacro rispetto di leggi che nessuno
rispettava. |
"Questa è la grandezza, l'unicità. Nel
Socrate il vero conflitto, infatti, non è tanto
fra Socrate e i suoi giudici, quanto fra il
filosofo e il suo carceriere, che lo prega
quasi di scappare perché così vogliono tutti
ad Atene, compresi i suoi accusatori,
spaventati dall'idea di creare un martire. Si
offre di liberarlo delle catene, cerca di farlo
convincere dagli allievi, da Santippe, infine
lo insulta, gli dice che è un pazzo. Ma
Socrate ragiona: le leggi di Atene, dice,
hanno imposto ai miei genitori di
allevarmi, mi hanno permesso di diventare
chi sono, m'hanno dato perfino la libertà di
rifiutarle, scegliendo di vivere altrove. Ma
io non mi sono mosso da Atene e se ora la
legge che mi ha garantito la vita m'impone
la morte, devo accettarla. Vivere
rinnegando la mia identità, sarebbe questa
la vera morte".
| Oggi verrebbe liquidato come un pazzo, un
giustizialista masochista, un uomo fuori
dal tempo. |
"Anche allora. Ma l'autodifesa di Socrate è
incalzante, il meccanismo con il quale
smonta le false convinzioni dei suoi
giudici non lascia scampo. Alla fine
destabilizza i suoi interlocutori al punto da
traumatizzarli, di far perdere loro ogni
certezza, attraverso l'inesorabile logica del
suo pensiero".
| L'epoca di Socrate era ricca di grandi
oratori e filosofi, come gli anni di Gesù
pullulavano di profeti e "figli di Dio". Che
cosa l'ha reso immortale, il martirio o la
forza del pensiero? |
"Forse entrambi. Ma la differenza fra gli
altri e Socrate è la stessa che passa dal
sedurre al creare. Il pensiero di Socrate ha
generato una moltitudine di figli, a
cominciare da Platone. Senza questa
fecondità e la forza morale del
personaggio, Socrate sarebbe uno dei tanti
intellettuali, magari particolarmente
dotato, ma avrebbe ben meritato il
sarcasmo di Aristofane nelle Nuvole".
| L'attualità scandalosa del personaggio
consiste nel ricordare l'umana necessità di
una morale, in tempi di pura immagine. La
nuova biennale di Venezia s'intitolerà Più
etica e meno estetica. Che ne pensa? |
"Bel titolo. Sarà che il pensiero debole s'è
rivelato troppo debole. Ma bisogna
distinguere fra la morale, che è un fatto
privato, e l'etica, che è pubblica e riguarda
principalmente il rispetto delle leggi".
| Vogliamo chiarire meglio? |
"Socrate lo chiarisce benissimo. A Critone
che gli dice "bisogna tener conto della
gente, perchè la gente può fare molto
male", Socrate risponde: "Magari, Critone,
fosse capace di fare il male, allora sarebbe
capace di fare anche il bene. Invece non è
capace di fare nè l'uno nè l' altro, ma agisce
così, a caso". Ecco la questione dell'etica.
Secondo Socrate l'etica esiste soltanto nelle
regole della Giustizia. La morale della
gente, l'etica, è codificata nelle leggi".
"Qualche passo dopo Socrate dice a
Critone che bisogna dar retta soltanto a
coloro che pensano, ai quali non occorre
dar giustificazione dei propri atti perchè
essi sono in grado di capire".
| Una minoranza, secondo gli istituti di
sondaggi, le ricerche pubblicitarie, l'Istat... |
"Si può anche dire che ogni cittadino pensa
ma che tutti i cittadini non pensano;
ognuno possiede la sua morale ma tutti
insieme non hanno morale ma sottostanno
all'etica democratica, al rispetto delle leggi.
Senza rispetto delle leggi non c'è
democrazia".
Veniamo ai nostri tempi e lasciamo perdere
le solite risse fra potenti e magistrati.
Come nell' Atene di Socrate, la perdita
generale del senso di legalità si traduce in
impoverimento della democrazia, paure
reazionarie, ritorno a valori arcaici. |
"Viviamo in una società di massa, ma
veniamo da una società contadina che per
due millenni ha offerto agli italiani un
preciso zodiaco di riferimenti morali,
buoni o cattivi che fossero: famiglia,
onore, onestà, patria, fedeltà coniugale,
religione, amor proprio, prestigio
borghese, solidarietà, carità eccetera.
Durante il boom economico, che nel giro
di pochi anni ha portato l'Italia dagli ultimi
posti ai primi del pianeta, i valori
tradizionali sono esplosi per lasciar posto
alla società dei consumi, che è senza
memoria, sincronica, nemica di ogni
trascendenza, amorale prima che immorale.
E allora, da dove dovrebbero scaturire i
nuovi principi morali?".
| Forse dal bisogno d'identità. Saremo una
società opulenta ma al prezzo di una
malattia dell'anima, della schizofrenia. |
"Questo in effetti chiama in gioco la
moralità come bisogno antropologico e
psicologico. Socrate divide la gente in chi
pensa e chi non pensa. Vale a dire,
interpretando liberamente, fra l' adulto e il
bambino. Il bambino diventa adulto
nell'adolescenza, nella quale abbandona ciò
che Freud chiama principio di piacere per
farsi carico del principio di realtà. Passa da
una condizione di vita priva del senso della
cronologia e quindi della morte a un'altra
in cui, traumaticamente, accetta dolore e
destino. Dal pensiero libero e fantastico a
quello operativo, che prende decisioni
importanti per il futuro".
| Si spiega così allora il disagio generale in
un'era di narcisismo, la sterilità del
pensiero e delle azioni, l'incapacità di
crescere, le eterne adolescenze che si
trascinano fino a quarant'anni? |
"In una società sincronica, regressiva,
povera di identità e assalita da fantasie
parassitarie, da mitologie edonistiche, la
"gente" non ha spinte culturali a crescere, a
uscire dal limbo senza tempo
dell'adolescenza. Rimuove il dolore (già da
tempo s'è parlato di "morte della morte"),
non fa figli, è aiutata a evitare più fatiche
possibili proprio dall'assenza di principi
fondamentali. La strenua difesa di un
principio è sempre il segno di una
personalità adulta, che non fa male per non
stare male, mentre un comportamento
infantile, capriccioso, pur di star bene non
si fa scrupolo a far male perchè non si
accorge neppure degli effetti delle sue
azioni. In questo clima ninnante c'è poco
spazio per la morale e un po' di più per l'
etica, costruita soprattutto sul valore del
danaro, l'unico elemento che ormai disegna
le differenze fra i cittadini".
| La questione diventa l'educazione dei
giovani, la più dimenticata. E torniamo a
Socrate, condannato a morte per plagio. |
"Al tribunale che lo giudica cattivo
maestro, risponde con una domanda: chi è
capace di istruire i giovani? Tutti, io e voi,
crediamo di poterlo fare. E i cavalli?
Quanti sono in Atene i bravi istruttori di
cavalli? Uno o due al massimo". |