La vita incomincia con un nodo, fatto
dall'ostetrica all'ombelico, e continua con
nodi quotidiani di ogni genere: alla
cravatta, ai lacci delle scarpe, al fazzoletto,
ai capelli, ai pacchi, agli arrosti, al pareo
balneare.
Alcune categorie di persone annodano per
professione: i marinai le vele, i pescatori le
reti, i tessitori i tappeti, gli alpinisti le
corde da montagna, i chirurghi i fili di
sutura, le infermiere i lacci emostatici, i
prestigiatori i fazzoletti, i contorsionisti il
proprio corpo. La vita può anche terminare
con un nodo, se si finisce strangolati da un
cappio come gli impiccati, dal proprio velo
come Antigone, o dalla propria sciarpa
come Isadora Duncan.
A partire dall'immagine delle Parche, che
annodano e snodano il filo del destino, il
simbolismo del nodo compare in molte
espressioni più o meno metaforiche:
bastoni o alberi nodosi, snodi stradali o
ferroviari, noduli al seno, membra snodate,
nodi alla gola, nodi che vengono al pettine.
Alcuni nodi sono così famosi da avere
addirittura un nome proprio: il nodo di
Gordio, che Alessandro Magno sciolse
barando; il nodo di Ercole, intrecciato dai
serpenti nel caduceo di Ermes; i nodi di
Salomone, che non hanno "né capo né
coda"; il nodo Savoia, che serve a rendere
più robusta una cima; il nodo Borromeo,
che il cardinale scelse a suo emblema; il
nodo Laterza, che compare sulle copertine
dei libri dell'omonima casa editrice.
Altri nodi si accontentano invece di un
nome comune: il nodo del frate, che si
ritrova sia nella corda del saio che nel gatto
a nove code; il nodo d'amore, rappresentato
dagli orafi nei gioielli; il nodo dell'eternità,
che costituisce uno degli otto simboli
buddisti venerati dai tibetani; il nodo zen,
che troneggia in un tempio di Kyoto.
Gli artistici intrichi che si possono
generare intrecciando, annodando e
inanellando delle corde generano figure che
sono state tradizionalmente usate come
motivi ornamentali. Le raffigurazioni di
alcune pietre tombali nordiche di 6000
anni fa costituiscono i primi esempi di
quella che sarebbe divenuta una tipica arte
celtica e irlandese.
I romani hanno fatto un uso regolare di
nodi in lastre, capitelli e mosaici. Le
miniature medioevali, a partire dal famoso
Libro di Kells dell'ottavo secolo,
abbondano di meravigliosi esempi di
monogrammi annodati.
Il testimone è poi passato alla calligrafia
araba, che si è specializzata in stilizzazioni
in forma di nodi dei nomi di Allah e
Maometto, e di sure del Corano: gli esempi
più alti si trovano nell'Alhambra di
Granada, e nelle moschee di Isfahan.
Anche gli yantra indiani, sorta di mandala
astratti del tipo della stella di David, sono
raffigurazioni di nodi. In Occidente i pittori
si sbizzarrirono ad annodare il perizoma di
Cristo in croce, ma i nodi artistici più
famosi sono forse i sei disegnati da
Leonardo, una sorta di prova generale per
le decorazioni di fogliame intrecciato di un
soffitto del Castello Sforzesco, e in seguito
ripresi da Dürer.
A testimoniare il perdurare dell'interesse
artistico nei nodi ai nostri giorni
basteranno tre esempi: il nodo al collo
dell'Olympia di Manet, i Sentieri al nodo di
Paul Klee, e l'intera opera di Emilio
Scanavino.
Anche in letteratura affiorano
inaspettatamente dei nodi: nel Paradiso
dantesco, dove sono citati almeno tre volte
(nei canti VII, XXVIII e XXXIII);
nell'Encyclopédie, che dedica loro un
articolo dettagliato; nella Storia
ingarbugliata di Lewis Carroll e nella
Ruota rossa di Alexandr Solgenitsyn, di cui
costituiscono rispettivamente i dieci
capitoli e i quattro sterminati volumi.
A volte affiorano già nel titolo, come in
Nodi di Ronald Laing, classico poetico
dell'antipsichiatria, e ne Il nodo e il chiodo
di Adriano Sofri, ora lui stesso annodato in
carcere.
Con un tale pedigree, non stupisce che ai
nodi siano stati dedicati interi libri. Il
primo fu scritto molto tempo fa da John
Smith, più noto per le sue avventure
sentimentali con la principessa indiana
Pocahontas. Il classico sull'argomento, Il
grande libro dei nodi di Clifford Ashley
(Rizzoli, 1989), risale al 1944 ed è
illustrato da ben settemila disegni. Il più
recente è Nodi di Alexei Sossinsky (Bollati
Boringhieri, pagg. 124, lire 35.000), da
poco uscito in libreria, e tratta della teoria
matematica dei nodi per un pubblico colto
ma non specialista. E poiché indica
chiaramente l'inizio e la fine delle parti più
tecniche, permette una lettura piacevole e
agevole anche a chi non sia interessato agli
aspetti più esoterici della teoria.
I nodi matematici hanno una lunga storia.
In molte culture antiche, dalla Grecia alla
Persia, dalla Cina alle Americhe, i nodi
sono stati impiegati in sistemi mnemonici e
di calcolo che si configuravano come vere
e proprie protoscritture. A parte i rosari
tibetani a 108 nodi, usati ancor oggi, i
sistemi più noti e raffinati sono i quipu
incaici, insiemi di cordicelle colorate e
variamente annodate che facevano le
funzioni di veri e propri registri contabili, e
venivano gestiti da funzionari chiamati
"guardiani dei nodi".
Lo stimolo per sviluppare una vera e
propria teoria matematica dei nodi venne
nel 1867 dalla proposta di Lord Kelvin di
considerare gli atomi come nodi dell'etere,
analoghi alle volute del fumo nell'aria.
Mentre infatti queste ultime tendono a
dissolversi rapidamente, in un fluido
perfetto come l'etere i vortici si sarebbero
mantenuti indefinitamente, comportandosi
come nodi di gomma.
I legami fra atomi sarebbero dunque stati
spiegati da reciproci annodamenti, senza
bisogno di far intervenire speciali forze
atomiche. La proposta stimolò uno studio
dei tipi più semplici di nodi, ma cadde in
disuso quando Bohr propose invece di
considerare gli atomi come sistemi solari
in miniatura, tenuti insieme da forze
analoghe a quella gravitazionale.
Oggi i nodi sono ritornati di moda nella
cosiddetta teoria delle corde, secondo la
quale le particelle atomiche sarebbero
appunto corde annodate in varie maniere.
I matematici studiano i nodi di Salomone e
di ciascuno sognano di poter arrivare a
dire, come Dante nell'ultimo canto del
Paradiso: "la forma universal di questo
nodo credo ch'io vidi". Si tratta, cioè, di
riuscire a descrivere i nodi mediante
invarianti che ne catturino quella forma
universale che rimane immutata quando il
nodo viene sottoposto a operazioni che non
ne cambiano la natura, allentandolo o
stringendolo, e sciogliendone i legami
senza romperlo.
Progressi sostanziali sono stati fatti negli
ultimi vent'anni, in particolare da Vaugham
Jones, Maxim Kontsevich e Richard
Borcherds, tutti vincitori di quella
Medaglia Fields che costituisce l'analogo
del premio Nobel per la matematica, ma il
problema di una classificazione completa
dei nodi in base a invarianti non è ancora
stato risolto completamente.
Alcuni degli invarianti (incompleti) già
ottenuti sono stati ispirati dallo studio di
fenomeni fisici e biologici, quali il
congelamento dell'acqua e le azioni delle
cosiddette topoisomerasi, che sono speciali
enzimi implicati nel fondamentale processo
di duplicazione del Dna. La cosa non
sorprende, perché lo stesso Dna è un lungo
filamento di geni ripiegato su se stesso,
una catena di circa un metro di lunghezza
che risiede nel nucleo di una cellula del
diametro di 5 milionesimi di metro: più o
meno come se un filo di 200 chilometri
fosse ripiegato in un pallone da calcio.
Poiché la teoria matematica dei nodi è oggi
uno degli strumenti essenziali sia per il
fisico delle particelle che per il biologo
molecolare, conoscerne almeno i rudimenti
è diventato un imperativo categorico per
coloro che si interessano di scienza, nel
tentativo di sapere come vanno il mondo e
la vita. Il libro di Sossinsky arriva a
proposito, e fornisce agli uomini di buona
volontà gli strumenti per colmare una
lacuna nella propria educazione. |