Una diversa lettura della sua profezia su DioUn ritratto scritto dal teologo che gli fu amico Nietzsche alla prova: eterno ritorno o parusia? |
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| Franz Overbeck , "Ricordi di Nietzsche", il melangolo, pagine 104. Lire 20.000 | E' possibile una teologia senza fede? Parrebbe contraddittorio
altrettanto quanto la possibilità di una filosofia senza verità. Anzi,
ancora maggiormente, se si consideri come la filosofia possa
presupporre la sapienza o la verità anche solamente avanti a sè,
come meta ultima del proprio anelito, mero ideale di ricerca, e
quanto invece la teologia sembri dover presupporre la fede nel
Dio di cui essa è, seppur balbettante, parola.
Un filosofo ed un teologo hanno dimostrato, incarnandola
personalmente, questa possibilità. E non per incredulità
nell'autenticità della fede cristiana, nè per mancanza di passione
per la verità, bensì per una ricerca di esse estrema, sino alla
sperimentazione del paradosso del loro possesso nell'assenza.
Questo teologo e questo filosofo si chiamano Franz Overbeck
(1837-1905) e Friederich Nietzsche (1844-1900). Il caso volle
che abitassero per cinque anni, a Basilea fra il 1870 e il 1875,
sotto lo stesso tetto, chiamati dall'Università locale a insegnare
rispettivamente teologia e filologia greca. Nacque un'amicizia
libera e profonda, mai interrotta, se non dal precipitare della salute
psichica di Nietzsche nel gennaio 1889, con l'accorrere di
Overbeck a Torino per soccorrere l'amico.
Come ogni vera amicizia quella fra Overbeck e Nietzsche si basò
sulla reciproca comprensione delle distintissime personalità, senza
quindi facili ed entusiastiche commistioni. Eppure uno spirito
comune li legava, tanto da far loro pubblicare nel 1873, ad
esempio, in un unico volume due scritti elaborati in quel crogiolo
intellettuale basilese: la prima delle Considerazioni inattuali di
Nietzsche, David Strauss, l'uomo di fede e lo scrittore e Sulla
cristianità della nostra odierna teologia di Overbeck.
A cura di Carlo Angelino, l'editrice Il melangolo di Genova
propone la prima edizione italiana di uno scritto di Overbeck, i
Ricordi di Nietzsche, usciti nel 1906, a ridosso della scomparsa
dei due amici. Questa preziosa testimonianza dell'amico forse
migliore di Nietzsche, quello che più ne comprese la delicata,
tenace, estrema personalità, che ne assecondò la dirompente forza
spirituale propria a un animo duro, non è un'apologia.
"Nietzsche non era un grand'uomo nel vero senso della parola" -
esordisce Overbeck - eppure era "un uomo autentico", che viveva
fino in fondo, sino all'eroismo, ciò che pensava e rappresentava.
Le sue idee di "oltreuomo" o di "volontà di potenza" non sono
espressione di un eccesso di considerazione di sè, ma vanno lette
sulla base della sua tendenza a idealizzare tutto, della sua passione
per gli estremi, per ciò che è ultimo, escatologico, del suo amare
"sempre in modo esclusivo", che troppo spesso gli procurò amare
delusioni.
Overbeck ricorda quanto Nietzsche considerasse "il suo pensiero
dell'eterno ritorno come un mistero", un'idea da lui stesso
difficilmente esorcizzabile. A ragione e con acume Carlo
Angelino nel suo scritto a commento propone un parallelismo fra
l'idea nietzschiana di eterno ritorno e quella, centrale
nell'interpretazione data da Overbeck del cristianesimo originario,
di attesa della "parusìa" dell'avvento del regno eterno.
Ritorniamo qui alla questione iniziale della paradossalità di un
filosofo senza verità e di un teologo senza fede, quali Nietzsche e
Overbeck rappresentano. Per Overbeck la teologia in quanto tale è
senza fede, perché il messaggio originario della fede cristiana sta
nell'ascesi dal mondo in attesa della nuova venuta del Cristo e del
suo regno eterno, fede e ascesi e attesa che escludono una loro
traducibilità mondana, ecclesiale, culturale, quindi tanto più
teologica. Fede cristiana e civiltà occidentale si contrappongono
inconciliabilmente. Per Nietzsche sussiste anche questa
opposizione, spesso mascherata contraffattoriamente, da lui colta
nella differenza tra la vita e la fede di Gesù Cristo e la teologia di
Paolo o la filosofia di Socrate e Platone. Tuttavia Nietzsche
rifiuta lo scetticismo overbeckiano, volto alla comprensione del
nostro essere per la morte, e cerca una verità in cui poter dir di sì
alla vita, anche nei suoi dolori più laceranti. Giustamente
Overbeck sottolinea come l'affermazione di Nietzsche "Dio è
morto!" non significhi che Dio non esista né sia mai esistito, bensì
piuttosto proprio che "è esistito!" - e che sono stati gli uomini a
ucciderlo. |