RASSEGNA STAMPA

20 MAGGIO 2000
FRANCESCO TOMATIS
Una diversa lettura della sua profezia su Dio
Un ritratto scritto dal teologo che gli fu amico
Nietzsche alla prova: eterno ritorno o parusia?
Franz Overbeck , "Ricordi di Nietzsche", il melangolo, pagine 104. Lire 20.000
E' possibile una teologia senza fede? Parrebbe contraddittorio altrettanto quanto la possibilità di una filosofia senza verità. Anzi, ancora maggiormente, se si consideri come la filosofia possa presupporre la sapienza o la verità anche solamente avanti a sè, come meta ultima del proprio anelito, mero ideale di ricerca, e quanto invece la teologia sembri dover presupporre la fede nel Dio di cui essa è, seppur balbettante, parola. Un filosofo ed un teologo hanno dimostrato, incarnandola personalmente, questa possibilità. E non per incredulità nell'autenticità della fede cristiana, nè per mancanza di passione per la verità, bensì per una ricerca di esse estrema, sino alla sperimentazione del paradosso del loro possesso nell'assenza.
Questo teologo e questo filosofo si chiamano Franz Overbeck (1837-1905) e Friederich Nietzsche (1844-1900). Il caso volle che abitassero per cinque anni, a Basilea fra il 1870 e il 1875, sotto lo stesso tetto, chiamati dall'Università locale a insegnare rispettivamente teologia e filologia greca. Nacque un'amicizia libera e profonda, mai interrotta, se non dal precipitare della salute psichica di Nietzsche nel gennaio 1889, con l'accorrere di Overbeck a Torino per soccorrere l'amico. Come ogni vera amicizia quella fra Overbeck e Nietzsche si basò sulla reciproca comprensione delle distintissime personalità, senza quindi facili ed entusiastiche commistioni. Eppure uno spirito comune li legava, tanto da far loro pubblicare nel 1873, ad esempio, in un unico volume due scritti elaborati in quel crogiolo intellettuale basilese: la prima delle Considerazioni inattuali di Nietzsche, David Strauss, l'uomo di fede e lo scrittore e Sulla cristianità della nostra odierna teologia di Overbeck. A cura di Carlo Angelino, l'editrice Il melangolo di Genova propone la prima edizione italiana di uno scritto di Overbeck, i Ricordi di Nietzsche, usciti nel 1906, a ridosso della scomparsa dei due amici. Questa preziosa testimonianza dell'amico forse migliore di Nietzsche, quello che più ne comprese la delicata, tenace, estrema personalità, che ne assecondò la dirompente forza spirituale propria a un animo duro, non è un'apologia. "Nietzsche non era un grand'uomo nel vero senso della parola" - esordisce Overbeck - eppure era "un uomo autentico", che viveva fino in fondo, sino all'eroismo, ciò che pensava e rappresentava.
Le sue idee di "oltreuomo" o di "volontà di potenza" non sono espressione di un eccesso di considerazione di sè, ma vanno lette sulla base della sua tendenza a idealizzare tutto, della sua passione per gli estremi, per ciò che è ultimo, escatologico, del suo amare "sempre in modo esclusivo", che troppo spesso gli procurò amare delusioni. Overbeck ricorda quanto Nietzsche considerasse "il suo pensiero dell'eterno ritorno come un mistero", un'idea da lui stesso difficilmente esorcizzabile. A ragione e con acume Carlo Angelino nel suo scritto a commento propone un parallelismo fra l'idea nietzschiana di eterno ritorno e quella, centrale nell'interpretazione data da Overbeck del cristianesimo originario, di attesa della "parusìa" dell'avvento del regno eterno. Ritorniamo qui alla questione iniziale della paradossalità di un filosofo senza verità e di un teologo senza fede, quali Nietzsche e Overbeck rappresentano. Per Overbeck la teologia in quanto tale è senza fede, perché il messaggio originario della fede cristiana sta nell'ascesi dal mondo in attesa della nuova venuta del Cristo e del suo regno eterno, fede e ascesi e attesa che escludono una loro traducibilità mondana, ecclesiale, culturale, quindi tanto più teologica. Fede cristiana e civiltà occidentale si contrappongono inconciliabilmente. Per Nietzsche sussiste anche questa opposizione, spesso mascherata contraffattoriamente, da lui colta nella differenza tra la vita e la fede di Gesù Cristo e la teologia di Paolo o la filosofia di Socrate e Platone. Tuttavia Nietzsche rifiuta lo scetticismo overbeckiano, volto alla comprensione del nostro essere per la morte, e cerca una verità in cui poter dir di sì alla vita, anche nei suoi dolori più laceranti. Giustamente Overbeck sottolinea come l'affermazione di Nietzsche "Dio è morto!" non significhi che Dio non esista né sia mai esistito, bensì piuttosto proprio che "è esistito!" - e che sono stati gli uomini a ucciderlo.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti