RASSEGNA STAMPA

13 MAGGIO 2000
ADRIANO PROSPERI
na civiltà giuridica nata dall'Inquisizione
Le norme del codice non vanno distinte da quelle morali La questione, oggi, si chiama "uteri in affitto": ieri e l'altro ieri è stata quella delle clonazioni, della pecora Dolly, delle molestie sessuali, della pedofilia e altro ancora. Si sono tentate risposte. Anche qui, citiamo alla rinfusa: "privacy", "pari opportunità" e via dicendo. Ogni volta, problemi di regole da scrivere, di autorità speciali da creare, di scelte morali da giudicare e sanzionare per legge. Un fitto tessuto di norme è invocato a coprire tutti gli atti della vita quotidiana, in una gara tra le rigide camicie delle leggi e le perplessità della morale, anzi delle diverse morali in conflitto.
Questo è l'orizzonte, per chi oggi si accinge a leggere Una storia della giustizia di Paolo Prodi (Il Mulino): il precario, incerto orizzonte della quotidianità. Cercare lume nella storia non è cosa che si fa senza rischio. La storiografia - e quella italiana in particolare - non vive una stagione brillante. Il muro di Berlino ha lasciato sotto le sue macerie le certezze di molti e ha fatto emergere protagonisti di breve respiro, impegnati nel gioco facile ma alla lunga noioso che consiste nel rovesciare meccanicamente i luoghi comuni della prospettiva storica. Ma le eccezioni sono sempre possibili; e questa lo è. Qui, finalmente, il lettore incontra un gran libro di storia e di idee. Dire che è un libro importante rischia di essere riduttivo davanti alla mole della ricerca, all'importanza delle questioni affrontate, alla densità dei messaggi. È il frutto pieno e maturo di un lungo percorso intellettuale che, dopo aver esplorato la storia e i problemi del mondo cattolico italiano, giunge a un appuntamento che riguarda in vario modo il nostro tempo. Prodi si chiede se si possa garantire la sopravvivenza dell'intera civiltà giuridica occidentale senza la presenza di norme morali distinte e autonome da quelle del codice.
Il "codice", la risposta napoleonica adottata nell'Ottocento dagli stati europei, è stata a lungo la "morale dei popoli", il luogo dove lo sviluppo del progresso ha posto nelle leggi civili la ragione naturale a fondamento del diritto. Il pluralismo degli ordinamenti del mondo medievale ha lasciato il posto alla opposizione tra un diritto inevitabilmente intrecciato col potere nelle sue forme vecchie e nuove, e una norma morale che non riesce più a trovare un territorio esterno alla coscienza. Ripercorrere nella sua lunga durata l'intera storia della giustizia significa qui due cose: da un lato, sostituire una storia all'antica rappresentazione di una lotta a senso unico tra ragione e superstizione, tra lumi e tenebre; dall'altro, chiudere la porta a ogni nostalgia reazionaria; il predominio della legge positiva scritta e il suo monopolio da parte dello stato hanno segnato un momento decisivo del processo di modernizzazione. Davanti alla crisi dello stato e al riproporsi del dualismo tra coscienza e leggi positive, la via d'uscita non può essere quella di tornare al monopolio ecclesiastico medievale della giustizia: anche perché la Chiesa che ha incarnato e lungamente difeso quell'antico assetto è essa stessa davanti a un bivio difficile, tra movimento carismatico e società fondata su regole.
Nessuno sia ingannato, dunque, dall'apparente modestia del titolo: qui siamo davvero davanti al tentativo di scrivere la storia della giustizia, nel suo duplice aspetto: il senso interiore del male e della colpa e le norme positive per regolare la vita sociale, la legge di Dio e quella degli uomini, la morale e la legge. È una storia, finalmente, di vastissimo respiro e nello stesso tempo di attenta e artigianale fattura, controllata e verificabile nei dettagli. Il disegno intero è quello della civiltà europea, dai greci all'oggi, ma quel che prende corpo autonomo su basi di ricerca di prima mano è la storia della Chiesa cristiana occidentale. Che si possa far storia della Chiesa sotto l'angolatura di una storia della giustizia è novità non da poco. Rispetto a una tradizionale storia della Chiesa continuamente scissa tra il piano del potere e quella delle idee, qui si fa storia di una appartenenza retta da regole, di una realtà dove robuste istituzioni fondano e organizzano il rapporto con Dio e con la società, pongono ripari al peccato e al crimine.
Lo sguardo spazia sulla lunga durata dei secoli dall'osservatorio scelto da qualche tempo da una storiografia (soprattutto tedesca) ispirata da Max Weber: quello delle forme costituzionali e del modo in cui, di rivoluzione in rivoluzione, esprimono e modellano gli assetti delle società nel tempo. Siamo invitati così a cercare, nella storia del potere e della politica più che in quella dell'economia, la forza motrice della storia: ed è in forma di Chiesa, cioè di un potere che viene da Dio e che non conosce limiti, che lo Stato appare sulla scena dell'Occidente, come ha scritto Harold J. Berman. È allora che nasce l'inquisizione: secondo Prodi, non un episodio di aberrazione di cui la Chiesa debba chiedere perdono, ma il primo, fondamentale pilastro della moderna giustizia, quella creata per perseguire d'ufficio i crimini.
Che la sua ripresa cinquecentesca sia stata un semplice "sussulto", apparirà a molti (incluso lo scrivente) opinione discutibile. Ma inviti alla discussione di tal livello sono salutari.
L'età che va dalla Riforma luterana ai nostri giorni un tempo era descritta come il percorso verso l'autonomia della coscienza individuale, non più soggetta alle imposizioni di nessun tribunale esterno.
Sapevamo dei rischi e delle delusioni della libertà. Come in un racconto di Mark Twain, l'uomo moderno è apparso spesso come colui che è riuscito a mettere le mani sulla sua coscienza e ne ha approfittato per soffocarla. Prodi non dice questo: ma ci ricorda che il diritto è potere. Se la coscienza individuale era riuscita a ritagliarsi uno spazio di libertà nel conflitto tra la Chiesa e lo Stato, oggi nuovi e più insidiosi poteri la minacciano.
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