Vattimo: cari pensatori, vi invito a partecipare| Sta per uscire "Vocazione e responsabilità del filosofo": una mappa degli interrogativi cruciali del dibattito contemporaneo |
|
| Gianni Vattimo, "Vocazione e responsabilità del filosofo", il melangolo, pagine 142, lire 20.000 | I recenti dibattiti sugli intellettuali hanno messo a nudo il fatto che questa categoria non ha più un ruolo,
anzi la società non sa più come utilizzarla, o meglio cosa farsene. Forse perché la stessa cultura ha
smarrito il suo significato o forse perché non riesce, tranne casi eccezionali, a trovare spazio nei bilanci e
renderli attivi. Nell'attesa che qualcuno formuli la risposta capace di mettere d'accordo un buon numero di
persone, fa comunque piacere salutare l'uscita di un libro di Gianni Vattimo - sarà disponibile il 12
maggio - che si interroga sulla vocazione e sulla responsabilità del filosofo oggi. Diremo meglio che è il
primo di una serie posta sotto l'egida di "Filosofia 2000": lo edita il melangolo a cura di Franca
D'Agostini. Ad esso seguiranno - con un testo composto da capitoli in numero variabile, comuni per
tutti, su temi prefissati - gli analoghi libri di Michael Dummett e probabilmente di Hans Georg Gadamer.
Lo schema dell'opera, che è un'intervista in senso lato, tocca punti nevralgici del dibattito contemporaneo
(filosofia e scienza, l'utilità e il danno della logica, insegnare filosofia, scrivere di essa, eccetera).
Vattimo ritiene che la filosofia non sia "una scienza nel senso stretto della parola" e che molti problemi
siano nati perché è diventata una disciplina universitaria. Attento alla lezione di Gadamer, di Husserl e di
Heidegger, a volte equidistante da essi, Vattimo confessa: "Il pensiero debole mi pare l'unica alternativa
all'hegelismo". Chiedendosi cosa mai sia la pratica filosofica, quesito oggi particolarmente dibattuto, egli
ammette: "La mia risposta è che la filosofia è più un discorso edificante che un discorso dimostrativo, è
più orientata alla edificazione dell'umanità che allo sviluppo del sapere e al progresso delle conoscenze".
Dove edificante va inteso nel senso che gli diede Kierkegaard: il terribile, l'inquietante e a certe
condizioni il sublime; al contempo è ciò che migliora e costruisce. Dunque nulla di reazionario o di
anti-teoretico.
La parte dedicata al rapporto con la scienza offre riflessioni degne di attenzione, anche se la chiamata in
causa di Gadamer e Heidegger farà digrignare i denti a qualche addetto ai lavori. Tuttavia il quadro etico
proposto da Gadamer è difficilmente confutabile ("Il chiuso laboratorio della Terra è in definitiva il
destino di tutti noi"), così come il fatto che oggi il compito del filosofo si è rovesciato rispetto al
programma platonico: egli non richiama più gli uomini all'essere eterno, ma alla storicità.
Insomma, Vattimo ci offre un libro agile e leggibile in cui distingue la filosofia dalle scienze esatte e dalle
humanities o dall'arte. E ci ricorda che essa è implicata nei loro fondamenti. Quanto alla verità, dolce
sogno dei secoli scorsi, il nostro autore ritiene sia meglio parlare di "fedeltà a un essere", che è prima di
tutto evento; quindi a un soggetto, che è anzitutto dialogo (vale a dire partecipazione). |