RASSEGNA STAMPA

8 MAGGIO 2000
GIUSEPPE GALASSO
Dialogo a tre
Che cosa può spingere uno scrittore come Arrigo Levi a Dialoghi sulla fede così impegnati come quelli che ora egli pubblica per Il Mulino e che hanno come suoi interlocutori intellettuali cattolici a loro volta così caratterizzati sul piano ecclesiastico-religioso e su quello degli studi come Andrea Riccardi e don Vincenzo Paglia? A chiarirlo è Levi stesso in una "premessa" a questo volume, dalla quale vorremmo subito trarre in evidenza due elementi. Il primo è che l'interesse di Levi per il problema della fede è cosa tutt'altro che recente. Risale addirittura ai suoi "studi universitari (iniziati a Buenos Aires, proseguiti a Bologna, interrotti poi anche da un anno di servizio quale soldato dell'esercito israeliano per la guerra del 1948) sulla Bibbia e sulla storia delle religioni". A Bologna egli, quindi, si laureò con una tesi sulle radici dell'umanesimo nella Bibbia, lavorando poi ancora per un paio di anni per un dottorato in teologia (nell'ordinamento inglese la storia e la filosofia delle religioni erano materia della facoltà di teologia). Il dottorato non fu conseguito. Il vento della vita portò Levi molto lontano da quei suoi interessi giovanili, sulle strade di un'attività e di una carriera giornalistica che ne fece rapidamente quel che è sempre rimasto, ossia una delle autorità più considerate del giornalismo italiano e una voce non trascurabile nel panorama della cultura italiana contemporanea. Poi, una diecina di anni fa, Andrea Riccardi invitò Levi, che non lo conosceva, a una manifestazione della Comunità di Sant'Egidio sul razzismo, per cui egli conobbe anche Paglia. Ne nacque qualche scritto di Levi già nel 1996, che ora in parte ripreso, in parte modificato e sviluppato forma questi Dialoghi. Dunque, nulla di occasionale e di pretestuoso, bensì un interesse radicato nello spirito dell'autore, che vi ha già riflettuto e scritto e ora ritorna sul suo tema con nuove articolazioni della sua ricerca e del suo pensiero. Un tema - ecco il secondo elemento a cui accennavamo - che riguarda la fede intesa in un senso assai ampio perché non comprende la fede delle molte religioni fiorite nella storia, ma anche la fede di coloro che "credono in un altro modo", ossia la fede laica, che non disconosce il peso storico e spirituale delle fedi religiose, ma confida "nella forza creativa dello spirito umano" e ritiene che nell'immanenza e nelle vicende di questa forza siano da leggere e intendere i valori della vita e del mondo e la sicurezza della loro sopravvivenza. Un nuovo caso di dibattito tra pensiero cattolico e pensiero laico su una materia così opinabile, fonte al tempo stesso di opinioni incrollabili e di problematiche quanto delicate labilità? Sì, certo. Ma con varianti, qui, di indubbio interesse. Da un lato, stanno infatti due cattolici nei quali lo spirito cristiano è retto da un'etica profonda della carità come impegno comunitario e la carità stessa nutre sé e la fede nella tensione costante di un ecumenismo che è un'apertura dell'animo prima che del pensiero e della volontà.
Dall'altro lato, c'è Levi, forte del suo razionalismo laico, di uno spirito critico sempre lucido, di una cultura filosofica ed etica molto nutrita, ma anche dotato di una particolare sensibilità e cultura religiosa che gli deriva dal suo ebraismo e vigile nel non sottovalutare quelle "ragioni del cuore" che nessuna ragione della mente può intendere e nelle quali è la radice autentica della religione quando essa è vera religione.
E quest'ultimo è pure il motivo per cui Levi vede poi più vicine di quanto mai si possa pensare le due fedi che si affrontano in questi Dialoghi. Il cuore dell'uomo è il vero e solo luogo dove la fede "ha radici e va ricercata, e dove talvolta viene trovata", sicché esso "è anche il luogo dove si incontrano le due fedi", la laica e la religiosa. La discussione che qui si svolge su queste basi anche sui problemi eminenti della fine del secolo XX non è, dunque, scontata come discussione tra un laico e due cattolici. Tra l'altro, ne viene fuori una sottolineatura assai forte del rischio dei fondamentalismi, che, di qualunque colore siano, rappresentano certamente uno dei maggiori spettri del nostro tempo. Può darsi, però, che gli interlocutori, dominati dalla logica del dialogo come valore assoluto in sé e per sé, abbiano sottovalutato troppo l'opposizione tra spirito di religione e spirito laico, che la storia ha aperto nel mondo moderno con una profonda incisione non tutta recuperabile dallo spirito ecumenico o dalla buona volontà. Levi ha profondamente ragione, il vero rischio per l'uomo non è quello di un mondo senza Dio quanto quello di un mondo senza fede. Ma anche la fede ha i suoi micidiali specchietti per le allodole dell'insopprimibile, perenne ricerca dell'uomo, e la fede nel male può essere intensa e seriamente vissuta quanto le fedi che noi riteniamo giuste. Solo la ragione - quella storica e dialettica del maggiore pensiero europeo, non quella banale di un piatto ed elementare razionalismo - può far fronte a sfide siffatte. E, per quanto si sappia che la fede muove le montagne e che senza fede non cammina il mondo, in ultimo, tuttavia, l'uomo deve saper vivere anche la solitudine della sua ragione, se i valori che stanno a cuore a Levi debbono valere sino in fondo, e i conforti della fede, anche di quella laica, non sono per lui.
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Filosofia e Religione