Che cosa può spingere uno scrittore come Arrigo Levi a Dialoghi sulla fede così impegnati come quelli
che ora egli pubblica per Il Mulino e che hanno come suoi interlocutori intellettuali cattolici a loro volta
così caratterizzati sul piano ecclesiastico-religioso e su quello degli studi come Andrea Riccardi e don
Vincenzo Paglia? A chiarirlo è Levi stesso in una "premessa" a questo volume, dalla quale vorremmo
subito trarre in evidenza due elementi.
Il primo è che l'interesse di Levi per il problema della fede è cosa tutt'altro che recente. Risale addirittura
ai suoi "studi universitari (iniziati a Buenos Aires, proseguiti a Bologna, interrotti poi anche da un anno
di servizio quale soldato dell'esercito israeliano per la guerra del 1948) sulla Bibbia e sulla storia delle
religioni". A Bologna egli, quindi, si laureò con una tesi sulle radici dell'umanesimo nella Bibbia,
lavorando poi ancora per un paio di anni per un dottorato in teologia (nell'ordinamento inglese la storia e
la filosofia delle religioni erano materia della facoltà di teologia). Il dottorato non fu conseguito. Il vento
della vita portò Levi molto lontano da quei suoi interessi giovanili, sulle strade di un'attività e di una
carriera giornalistica che ne fece rapidamente quel che è sempre rimasto, ossia una delle autorità più
considerate del giornalismo italiano e una voce non trascurabile nel panorama della cultura italiana
contemporanea. Poi, una diecina di anni fa, Andrea Riccardi invitò Levi, che non lo conosceva, a una
manifestazione della Comunità di Sant'Egidio sul razzismo, per cui egli conobbe anche Paglia. Ne
nacque qualche scritto di Levi già nel 1996, che ora in parte ripreso, in parte modificato e sviluppato
forma questi Dialoghi.
Dunque, nulla di occasionale e di pretestuoso, bensì un interesse radicato nello spirito dell'autore, che vi
ha già riflettuto e scritto e ora ritorna sul suo tema con nuove articolazioni della sua ricerca e del suo
pensiero. Un tema - ecco il secondo elemento a cui accennavamo - che riguarda la fede intesa in un
senso assai ampio perché non comprende la fede delle molte religioni fiorite nella storia, ma anche la
fede di coloro che "credono in un altro modo", ossia la fede laica, che non disconosce il peso storico e
spirituale delle fedi religiose, ma confida "nella forza creativa dello spirito umano" e ritiene che
nell'immanenza e nelle vicende di questa forza siano da leggere e intendere i valori della vita e del mondo
e la sicurezza della loro sopravvivenza.
Un nuovo caso di dibattito tra pensiero cattolico e pensiero laico su una materia così opinabile, fonte al
tempo stesso di opinioni incrollabili e di problematiche quanto delicate labilità? Sì, certo. Ma con varianti,
qui, di indubbio interesse. Da un lato, stanno infatti due cattolici nei quali lo spirito cristiano è retto da
un'etica profonda della carità come impegno comunitario e la carità stessa nutre sé e la fede nella
tensione costante di un ecumenismo che è un'apertura dell'animo prima che del pensiero e della volontà.
Dall'altro lato, c'è Levi, forte del suo razionalismo laico, di uno spirito critico sempre lucido, di una cultura
filosofica ed etica molto nutrita, ma anche dotato di una particolare sensibilità e cultura religiosa che gli
deriva dal suo ebraismo e vigile nel non sottovalutare quelle "ragioni del cuore" che nessuna ragione
della mente può intendere e nelle quali è la radice autentica della religione quando essa è vera religione.
E quest'ultimo è pure il motivo per cui Levi vede poi più vicine di quanto mai si possa pensare le due fedi
che si affrontano in questi Dialoghi. Il cuore dell'uomo è il vero e solo luogo dove la fede "ha radici e va
ricercata, e dove talvolta viene trovata", sicché esso "è anche il luogo dove si incontrano le due fedi", la
laica e la religiosa.
La discussione che qui si svolge su queste basi anche sui problemi eminenti della fine del secolo XX non
è, dunque, scontata come discussione tra un laico e due cattolici. Tra l'altro, ne viene fuori una
sottolineatura assai forte del rischio dei fondamentalismi, che, di qualunque colore siano, rappresentano
certamente uno dei maggiori spettri del nostro tempo. Può darsi, però, che gli interlocutori, dominati dalla
logica del dialogo come valore assoluto in sé e per sé, abbiano sottovalutato troppo l'opposizione tra
spirito di religione e spirito laico, che la storia ha aperto nel mondo moderno con una profonda incisione
non tutta recuperabile dallo spirito ecumenico o dalla buona volontà. Levi ha profondamente ragione, il
vero rischio per l'uomo non è quello di un mondo senza Dio quanto quello di un mondo senza fede. Ma
anche la fede ha i suoi micidiali specchietti per le allodole dell'insopprimibile, perenne ricerca dell'uomo,
e la fede nel male può essere intensa e seriamente vissuta quanto le fedi che noi riteniamo giuste. Solo
la ragione - quella storica e dialettica del maggiore pensiero europeo, non quella banale di un piatto ed
elementare razionalismo - può far fronte a sfide siffatte. E, per quanto si sappia che la fede muove le
montagne e che senza fede non cammina il mondo, in ultimo, tuttavia, l'uomo deve saper vivere anche la
solitudine della sua ragione, se i valori che stanno a cuore a Levi debbono valere sino in fondo, e i
conforti della fede, anche di quella laica, non sono per lui. |