Dubito, dunque credo| La stagione dello scetticismo che percorse
l'Europa nell'età moderna: uno studio fondamentale di Popkin |
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| Richard H. Popkin, "Storia dello scetticismo", Bruno Mondadori, Pagine 310. Lire 40.000 | Il periodo preso in considerazione da Popkin è quello che va dal
1500 al 1675, un periodo in cui, con la ricomparsa dei manoscritti
delle opere di Sesto Empirico, rinasce l'interesse per lo
scetticismo e per l'applicazione dei suoi punti di vista ai problemi
del tempo, in primo luogo ai problemi teologici suscitati dalla
Riforma. Popkin, come accortamente pone in evidenza Simona
Morini nella sua Introduzione al libro, propone e corrobora la tesi
stando alla quale "all'origine del pensiero e della scienza moderna
non c'è in primo luogo un conflitto tra scienza e fede, ma un
conflitto religioso, un problema interno alla fede". Lutero nega
l'autorità della Chiesa nell'interpretazione delle Scritture. Ed ecco,
allora, il problema della regula fidei: qual è il criterio per
riconoscere la vera fede? Contro Lutero si scagliò Erasmo da
Rotterdam. "Ciò che importa, per Erasmo, è una pietà cristiana
semplice e profonda". Il resto sono futilità intellettualistiche di
cui è bene sbarazzarsi. La regula fidei di Lutero era che è vero ciò
che la coscienza è costretta a credere dalla lettura delle Scritture;
ad Erasmo, invece, tenuto conto delle insormontabili difficoltà nel
determinare il vero significato delle Scritture, saggezza scettica
suggerisce di accettare la soluzione tradizionale offerta dalla
Chiesa.
La riscoperta dello scetticismo greco e la sua fortuna nel
Cinquecento costituiscono i temi trattati da Popkin nel secondo
capitolo del libro. È a Michel de Montaigne e ai "nouveaux
pyrrhoniens" che viene dedicato il terzo capitolo. Scriveva
Montaigne (1533-1592) nell'Apologia di Raimondo Sebond che
"la peste dell'uomo è la presunzione di sapere". Per Montaigne la
sola via in grado di farci conoscere noi stessi è la Rivelazione di
Dio: "Tutto quello che vediamo senza la lampada della sua grazia
non è che vanità e follia". E, insieme a Montaigne, due altri
"pirronisti" cattolici: padre Pierre Charron e il vescovo di Bellay,
monsignor Jean-Pierre Camus.
Charron fu prédicateur ordinaire della regina Margherita ed
Enrico IV assistette frequentemente ai suoi sermoni già prima
della conversione al cattolicesimo. Dopo la morte del suo maestro
Montaigne, egli illustrò nei suoi scritti "la sorprendente bellezza
dell'unione di scetticismo e cattolicesimo". Compito, questo,
assolto dall'altro discepolo di Montaigne, e cioè Jean-Pierre
Camus (1584-1654), segretario di san Francesco di Sales. Contro
"il razionalismo protestantico" Camus intese colpire nel suo
Essay sceptique la presunzione della ragione umana. La cosa
migliore, ad avviso di Camus, è una fede che non poggi su
fondamenta vacillanti suscettibili di venir facilmente abbattute da
un nuovo Archimede. Le sole verità che gli uomini conoscono
sono quelle che a Dio è piaciuto rivelarci: "tutto il resto non è che
sogno, vento, fumo e opinione".
In Francia, nei primi decenni del Seicento, la prospettiva scettica
di Montaigne, Charron e Camus divenne, per un breve periodo, la
filosofia abbracciata dai giovani brillanti del tempo. Si tratta dei
"libertini eruditi", tra i quali figurano personaggi quali Gabriel
Naudé (bibliotecario di Richelieu e Mazzarino), Guy Patin
(rettore della scuola di medicina della Sorbona), Léonard Morandé
(segretario di Richelieu), Pierre Gassendi (il noto sacerdote
scienziato e filosofo), Isaac la Peyrère (segretario del principe di
Condé) e François de la Mothe le Vayer per il quale "l'anima dello
scettico cristiano è come un campo ripulito da tutte le erbacce,
privo dei pericolosi assiomi che affollano le menti di un'infinità di
persone colte, e quindi pronta a ricevere la rugiada della grazia
divina molto più felicemente che se fosse ancora gonfia della
presunzione di conoscere ogni cosa con certezza e non avere dubbi
di sorta". In breve lo scettico cristiano lascia i propri dubbi ai
piedi dell'altare e accetta ciò che la fede lo obbliga a credere.
Se lo scetticismo non lasciò in pace la Riforma - si pensi agli
attacchi di Sebastiano di Castellione di Basilea contro il
"dogmatico" Calvino -, esso fu anche oggetto di durissimi
attacchi da parte cattolica, come nel caso del gesuita François
Garasse, il quale giudicò la "pretesa pietà" di Charron quale
"pessimo servizio reso al suo Paese e alla sua fede". A Garasse
replicò un altro religioso, il padre François Ogier, i cui strali ci
danno l'idea del tono della polemica: "Caro Garasse (...) le opere
di Charron sono troppo elevate per una mente bassa e volgare
come la tua". E pure Saint-Cyran si scagliò contro Garasse, e la
sua opposizione al gesuita fu così forte da indurre la Sorbona a
condannare Garasse e i suoi anatemi.
A Cartesio "trionfatore dello scetticismo" e a Cartesio "scettico
suo malgrado" Popkin dedica due notevoli capitoli della sua
opera. Popkin accenna anche a Pierre Daniel Huet, il vescovo di
Avranches, autore del Trattato filosofico della debolezza dello
spirito umano, sul quale sarebbe forse stato opportuno che
Popkin si fosse soffermato un po' di più. La filosofia è "ricerca
della verità". Ma - si chiede Huet - può l'uomo raggiungere verità
certe? No, egli risponde. È fondamentale ammettere che "l'uomo
non può conoscere la verità con una perfetta certezza, mediante
l'aiuto della sua Ragione". L'umana ragione, ad avviso di Huet,
non è capace di un "vero sapere". E tale incapacità si ha perchè
"manca una regola certa della verità". Non esiste criterium, scrive
Huet, non esiste cioè una regola o un procedimento che in maniera
definitiva permetta di distinguere il vero dal falso: i sensi ci
ingannano, l'intelletto è fallibile e l'evidenza spesso
"ingannatrice". Attenzione particolare Popkin dedica poi a Isaac
La Peyrère (1596?-1676), il pensatore che ha dato inizio alla
critica biblica, i cui lavori "prepararono la strada a Spinoza e alla
moderna critica biblica" e "il cui pensiero esercitò un influsso
enorme".
Gli eventi storici maggiormente significativi di un'epoca, i tratti
biografici più salienti degli autori trattati, un'esposizione chiara ed
avvincente del contenuto delle opere analizzate, acute
considerazioni critiche e la più vasta erudizione intessono
l'importante opera di Popkin. Un'opera che, a mio avviso, offre
spunti rilevanti di riflessione sulla problematica attuale
riguardante i rapporti tra ragione e fede. L'odierna filosofia pare
realizzare, nelle sue punte più avanzate, il programma kantiano
della ricerca dei limiti della ragione. E in questo modo si riapre lo
spazio della scelta di fede. La filosofia non salva. La filosofia,
però, pone la domanda - la domanda sul senso ultimo - e a questa
domanda solo la fede risponde. |