RASSEGNA STAMPA

6 MAGGIO 2000
DARIO ANTISERI
Dubito, dunque credo
La stagione dello scetticismo che percorse l'Europa nell'età moderna: uno studio fondamentale di Popkin
Richard H. Popkin, "Storia dello scetticismo", Bruno Mondadori, Pagine 310. Lire 40.000
Il periodo preso in considerazione da Popkin è quello che va dal 1500 al 1675, un periodo in cui, con la ricomparsa dei manoscritti delle opere di Sesto Empirico, rinasce l'interesse per lo scetticismo e per l'applicazione dei suoi punti di vista ai problemi del tempo, in primo luogo ai problemi teologici suscitati dalla Riforma. Popkin, come accortamente pone in evidenza Simona Morini nella sua Introduzione al libro, propone e corrobora la tesi stando alla quale "all'origine del pensiero e della scienza moderna non c'è in primo luogo un conflitto tra scienza e fede, ma un conflitto religioso, un problema interno alla fede". Lutero nega l'autorità della Chiesa nell'interpretazione delle Scritture. Ed ecco, allora, il problema della regula fidei: qual è il criterio per riconoscere la vera fede? Contro Lutero si scagliò Erasmo da Rotterdam. "Ciò che importa, per Erasmo, è una pietà cristiana semplice e profonda". Il resto sono futilità intellettualistiche di cui è bene sbarazzarsi. La regula fidei di Lutero era che è vero ciò che la coscienza è costretta a credere dalla lettura delle Scritture; ad Erasmo, invece, tenuto conto delle insormontabili difficoltà nel determinare il vero significato delle Scritture, saggezza scettica suggerisce di accettare la soluzione tradizionale offerta dalla Chiesa. La riscoperta dello scetticismo greco e la sua fortuna nel Cinquecento costituiscono i temi trattati da Popkin nel secondo capitolo del libro. È a Michel de Montaigne e ai "nouveaux pyrrhoniens" che viene dedicato il terzo capitolo. Scriveva Montaigne (1533-1592) nell'Apologia di Raimondo Sebond che "la peste dell'uomo è la presunzione di sapere". Per Montaigne la sola via in grado di farci conoscere noi stessi è la Rivelazione di Dio: "Tutto quello che vediamo senza la lampada della sua grazia non è che vanità e follia". E, insieme a Montaigne, due altri "pirronisti" cattolici: padre Pierre Charron e il vescovo di Bellay, monsignor Jean-Pierre Camus. Charron fu prédicateur ordinaire della regina Margherita ed Enrico IV assistette frequentemente ai suoi sermoni già prima della conversione al cattolicesimo. Dopo la morte del suo maestro Montaigne, egli illustrò nei suoi scritti "la sorprendente bellezza dell'unione di scetticismo e cattolicesimo". Compito, questo, assolto dall'altro discepolo di Montaigne, e cioè Jean-Pierre Camus (1584-1654), segretario di san Francesco di Sales. Contro "il razionalismo protestantico" Camus intese colpire nel suo Essay sceptique la presunzione della ragione umana. La cosa migliore, ad avviso di Camus, è una fede che non poggi su fondamenta vacillanti suscettibili di venir facilmente abbattute da un nuovo Archimede. Le sole verità che gli uomini conoscono sono quelle che a Dio è piaciuto rivelarci: "tutto il resto non è che sogno, vento, fumo e opinione". In Francia, nei primi decenni del Seicento, la prospettiva scettica di Montaigne, Charron e Camus divenne, per un breve periodo, la filosofia abbracciata dai giovani brillanti del tempo. Si tratta dei "libertini eruditi", tra i quali figurano personaggi quali Gabriel Naudé (bibliotecario di Richelieu e Mazzarino), Guy Patin (rettore della scuola di medicina della Sorbona), Léonard Morandé (segretario di Richelieu), Pierre Gassendi (il noto sacerdote scienziato e filosofo), Isaac la Peyrère (segretario del principe di Condé) e François de la Mothe le Vayer per il quale "l'anima dello scettico cristiano è come un campo ripulito da tutte le erbacce, privo dei pericolosi assiomi che affollano le menti di un'infinità di persone colte, e quindi pronta a ricevere la rugiada della grazia divina molto più felicemente che se fosse ancora gonfia della presunzione di conoscere ogni cosa con certezza e non avere dubbi di sorta". In breve lo scettico cristiano lascia i propri dubbi ai piedi dell'altare e accetta ciò che la fede lo obbliga a credere. Se lo scetticismo non lasciò in pace la Riforma - si pensi agli attacchi di Sebastiano di Castellione di Basilea contro il "dogmatico" Calvino -, esso fu anche oggetto di durissimi attacchi da parte cattolica, come nel caso del gesuita François Garasse, il quale giudicò la "pretesa pietà" di Charron quale "pessimo servizio reso al suo Paese e alla sua fede". A Garasse replicò un altro religioso, il padre François Ogier, i cui strali ci danno l'idea del tono della polemica: "Caro Garasse (...) le opere di Charron sono troppo elevate per una mente bassa e volgare come la tua". E pure Saint-Cyran si scagliò contro Garasse, e la sua opposizione al gesuita fu così forte da indurre la Sorbona a condannare Garasse e i suoi anatemi. A Cartesio "trionfatore dello scetticismo" e a Cartesio "scettico suo malgrado" Popkin dedica due notevoli capitoli della sua opera. Popkin accenna anche a Pierre Daniel Huet, il vescovo di Avranches, autore del Trattato filosofico della debolezza dello spirito umano, sul quale sarebbe forse stato opportuno che Popkin si fosse soffermato un po' di più. La filosofia è "ricerca della verità". Ma - si chiede Huet - può l'uomo raggiungere verità certe? No, egli risponde. È fondamentale ammettere che "l'uomo non può conoscere la verità con una perfetta certezza, mediante l'aiuto della sua Ragione". L'umana ragione, ad avviso di Huet, non è capace di un "vero sapere". E tale incapacità si ha perchè "manca una regola certa della verità". Non esiste criterium, scrive Huet, non esiste cioè una regola o un procedimento che in maniera definitiva permetta di distinguere il vero dal falso: i sensi ci ingannano, l'intelletto è fallibile e l'evidenza spesso "ingannatrice". Attenzione particolare Popkin dedica poi a Isaac La Peyrère (1596?-1676), il pensatore che ha dato inizio alla critica biblica, i cui lavori "prepararono la strada a Spinoza e alla moderna critica biblica" e "il cui pensiero esercitò un influsso enorme". Gli eventi storici maggiormente significativi di un'epoca, i tratti biografici più salienti degli autori trattati, un'esposizione chiara ed avvincente del contenuto delle opere analizzate, acute considerazioni critiche e la più vasta erudizione intessono l'importante opera di Popkin. Un'opera che, a mio avviso, offre spunti rilevanti di riflessione sulla problematica attuale riguardante i rapporti tra ragione e fede. L'odierna filosofia pare realizzare, nelle sue punte più avanzate, il programma kantiano della ricerca dei limiti della ragione. E in questo modo si riapre lo spazio della scelta di fede. La filosofia non salva. La filosofia, però, pone la domanda - la domanda sul senso ultimo - e a questa domanda solo la fede risponde.
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vedi anche
Storia della filosofia