Bioingegneria ed estetica| Ma correggere il gene non spegnerà il genio? |
| Fin a che punto le nuove meravigliose scoperte attorno alla manipolazione della mappa genetica
miglioreranno o peggioreranno le condizioni della nostra cultura? Ovviamente scoperte così decisive non
possono che suscitare l'entusiasmo di ognuno; eppure c'è anche chi - giustamente - si chiede se non si
diano dei rischi nel volere a tutti i costi migliorare quello che la natura ci ha elargito in maniera
"imperfetta". Ecco ad esempio alcune osservazioni, come sempre acute, sollevate da Luigi Pintor in un
recente editoriale: "Il piccolo Leopardi Giacomo, che avrà il genio della poesia ma anche il gene della
gobba", potrebbe essere privato di entrambi in futuro nel tentativo di sanare la sua imperfezione fisica,
alterando tuttavia anche la sua "perfezione" mentale.
A prescindere da ogni nostro giudizio in merito, che non potrebbe se non apparire quello di un
incompetente, mi sembra tuttavia che si possa estendere questo discorso a un campo molto più vasto che
riguarda da presso l'etica e persino l'estetica. Che intendo dire? Che - lasciando da parte per ora genomi,
cromosomi e doppie spirali - dovrebbe essere chiaro a chiunque come il concetto stesso di "perfezione"
non possa appartenere ipso facto a ogni settore e ogni manifestazione d'umanità salvo che non sia
totalmente robotizzata e livellata (e dunque noiosissima).
In altre parole, si rifletta ad esempio al territorio delle arti dei nostri giorni e si noterà una vera e propria
rivolta contro tutto ciò che il periodo precedente considerava giusto e "bello"; col tentativo di individuare
un bello diverso ma spesso "sgradevole" se visto e considerato attraverso i parametri dell'epoca
precedente. È sin troppo noto d'altronde il caso del Gotico considerato da Vasari detestabile, o quello del
Barocco giudicato da Croce un "non-stile". E che dire delle considerazioni così premonitrici di David
Hume quando osservava che il modo di comportarsi e di giudicare d'un maomettano non poteva essere
sovrapponibile a quello d'un occidentale? Le osservazioni del grande Scozzese inoltre valgono, non solo
per il versante estetico, ma anche per quello etico. Quante volte la discrepanza tra quella che è la nostra
"morale" e quella di altri popoli dovrebbe essere invocata. Quante volte purtroppo viene utilizzata solo per
giustificare fanatismi e fondamentalismi deteriori. Una cosa, ad esempio, è accettare l'atteggiamento
"prossemico" degli Arabi (ossia la loro esigenza d'una maggior prossimità fisica col prossimo) e un'altra
accettare delle regole balzane che intralciano la pacifica convivenza tra i popoli.
Ecco, allora, come anche l'imperfezione, l'asimmetria, s'impongono quali esigenze di alcuni periodi. Che
quello che stiamo attraversando sia un esempio palese di questa tendenza, nel settore delle arti visive ma
anche di quelle letterarie e musicali, è cosa ben nota ed evidente. Anzi arriverei a dire che, proprio ai
nostri giorni, il troppo equilibrio, la troppa armonia, suonano falsi e insostenibili. Si pensi alla musica d'un
Webern, d'un Donatoni, alla pittura d'un Klee, d'un Bacon... anche a buona parte delle migliori architetture
moderne dove l'asimmetria domina sovrana.
Che, poi, persino la stessa struttura del nostro cervello si distingua per l'evidente asimmetria tra i due
emisferi, quando proprio le aree corticali deputate ai centri del linguaggio sono decisamente
asimmetriche, non dovrebbe passare inosservato, e potrebbe indurre a riflettere sulla indispensabile
anomalia di cui la natura ci ha spesso "riforniti". Il che, ovviamente, non significa auspicare una
proliferazione futura di mostriciattoli a sei dita o con due teste e colpiti dai peggiori morbi ereditari, ma
significa ribadire come forse la "difettosità" di un gene può consentire l'eccellenza d'un gene contiguo.
Il giorno in cui gli scienziati riuscissero a eliminare tutti i fattori genetici probabili ricettacoli di tendenze
patogene, ci troveremmo ancora una volta davanti al pernicioso principio del "biondo ariano" auspicato da
Hitler e compagni. O, nel caso migliore, davanti a quei "ragazzi prodigio", già oggi allevati negli Usa
lontano dai loro coetanei sprovvisti d'un elevato Q.I. come il loro. Anche se, più che il quoziente di
intelligenza, potrebbe valere un ipotetico Q.E. - quoziente emotivo - che nessuno si preoccupa di
valutare e che invece dovrebbe forse contare molto più della troppa cerebralità (anche se ottenuta
attraverso una perfezionatissima manipolazione del genoma). |