RASSEGNA STAMPA

3 MAGGIO 2000
SILVIA GIACOMONI
Noi uomini toccati dal mistero
In un articolo comparso domenica su queste pagine il filosofo novantenne spiegava le ragioni del suo non credere
Gli risponde Enzo Bianchi
Enzo Bianchi, il priore di Bose, ha letto con molto interesse la riflessione sulla fede di Norberto Bobbio, pubblicata in parte domenica scorsa su queste pagine (ed edita integralmente sull'ultimo numero di MicroMega) Commenta: "E' bello che Bobbio si esprima con tanta chiarezza. Il fatto che ci siano dei non credenti è importante, ci ricorda che la fede cristiana non è totalitaria, che il Dio cristiano non vuole essere subìto da tutti, ma cercato, amato liberamente, creduto, desiderato dai singoli individui. Il Dio creatore ha sottoposto la propria libertà alla limitazione costituita dalla libertà della sua creatura, dell'uomo.
E Bobbio ha ragione quando dice che la vera differenza - che è anche la vera discriminante per un cristiano in vista della salvezza - non è quella tra credenti e non credenti, ma quella tra chi combatte gli idoli che asserviscono e alienano l'umanità e chi invece li serve, e si rivela idolatra".
L'idea del creatore che dona la libertà alla sua creatura lei la ricava dalla Bibbia. Ma Bobbio, di fronte alla Bibbia, recalcitra.
Per lui è difficile credere nell'Antico Testamento, nel Dio crudele che chiede a Abramo di sacrificargli il figlio Isacco.
"Alcune convinzioni di Bobbio mi paiono dipendere da immagini di Dio e della fede cristiana che deve avere ricevuto nell'infanzia, quando frequentava la chiesa: e sono immagini che raffigurano degli dèi perversi, non il Dio della rivelazione ebraico-cristiana. La cosa ha del paradossale, ma quando Bobbio afferma di non poter credere a un Dio che chiede il sacrificio del figlio, esprime il significato autentico del racconto della Genesi, che si conclude non con l'immolazione di Isacco ma con il sacrificio di un ariete. Quel racconto sta nella Bibbia a significare che il Dio di Israele vuole obbedienza alla sua volontà ma non vuole i sacrifici umani che erano invece graditi agli dèi delle popolazioni tra cui viveva allora Israele".
Quel racconto ha generato infinite interpretazioni. Penso a certe pagine di Kierkegaard.
"Nei racconti biblici sono presentati dei fatti esistenziali che si ripresentano ad ogni generazione". Di qui la necessità della interpretazione.
Bobbio non sembra consapevole di questo fatto, e le sue osservazioni sembrano derivare dal bisogno di opporsi alle letture fondamentaliste della Bibbia, che non sono condivise della chiesa di Roma.
"Questo vale anche per quello che Bobbio dice sul peccato originale, mito cui si rifiuta di credere. Ma oggi nessuna chiesa cristiana vede nella storia di Adamo ed Eva il motore di un meccanismo perverso per cui il peccato si eredita senza colpa alcuna". Anche la sua idea che chi ha fede possa vivere nella certezza, senza il tormento dei dubbi, ha pochi riscontri nelle Scritture.
"La Bibbia testimonia che fede e incredulità attraversano il credente. Persino Mosè nell'Antico Testamento, e Pietro nel Nuovo, che sono i testimoni per eccellenza della fede, vengono descritti in alcune situazioni come persone di poca fede".
Sia Abramo che Sara ridono, quando Dio gli promette un figlio. E Dio chiede che lo chiamino Isacco, un nome che in italiano è solo buffo, ma che in ebraico suona come una voce del verbo ridere. Qui è chiarissima la contiguità tra fede e dubbio.
Mentre Bobbio sembra pensare pure che - nei credenti - la certezza della fede si traduca in certezze su questioni di altro ordine, come l'origine dell'universo.
"Dio non è un tappabuchi, pronto a fornire le spiegazioni cui l'uomo da solo non arriva. A questo proposito non possiamo dimenticare l'insegnamento di Dietrich Bonhoeffer, il teologo luterano impiccato a Flossenburg nell'aprile del '45, per il quale Dio, appunto, non è un tappabuchi delle questioni irrisolte, ma va trovato in ciò che conosciamo!" Pochi laici conoscono Resistenza e resa, le lettere dal carcere di Bonhoeffer (Edizioni Paoline) e comunque ne ignorano l'influsso sul pensiero dei cattolici. Ma se non dà certezze, se non è consolatoria, cosa dà, la fede, al credente?
"La fede cristiana è una certezza esistenziale. Se credo, io sento la presenza di Dio nella mia vita, però non lo vedo, questo Dio, non lo tocco, non lo misuro, quindi la mia ragione è insufficiente, rispetto alla mia fede. La fede, secondo san Paolo, è un vedere le cose "in aenigmate", è vederle come in uno specchio, facendo fiducia a un Altro: dunque è rischio e ricerca. Insomma, anche quando la fede è salda, quando è esistenzialmente certezza, intellettualmente resta ricerca".
Si può dire che la certezza esistenziale permette di convivere coi dubbi dati dal fatto che la fede trascende la ragione? "La fede non è contro la ragione, ma la ragione di per sé non basta per approdare alla fede. "Non di tutti è la fede" dice san Paolo nella Seconda lettera ai Tessalonicesi. Noi distinguiamo tra le persone che credono o non credono in Dio o in Gesù Cristo, come se la cosa dipendesse unicamente da loro; in realtà, secondo la teologia cristiana, la fede dipende da un dono dello Spirito Santo.
Dunque c'è anche chi non può credere". Questo è duro, che Dio doni la fede agli uni e non agli altri.
"Ma per la salvezza, criterio ultimo, conta una prassi d'amore. Gesù dice: "Avevo fame, e mi avete dato da mangiare...". E poi io non amo la distinzione tra credenti e non credenti. Io penso che la dimensione della fede, dell'affidarsi, sia propria dell'uomo.
Si può vivere senza una fede religiosa, ma non senza una qualche forma di affidamento, di fede. Il termine latino "fides" viene da una radice che ha prodotto pure fidanzamento, confidenza, fiducia...
Ci si può capire".
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vedi anche
Filosofia e Religione