| John Dewey. Rifare la filosofia per la società tecnologica | "Non è la perfezione la meta ultima della vita, ma il processo incessante di perfezionare, maturare e raffinare".Con questa citazione, tratta da Reconstruction in Philosophy (del 1919, poi ampliato nel '45; trad. it. Rifare la filosofia, Donzelli 1998), si va dritti al cuore del temperamento filosofico di John Dewey. Potrebbe essere il suo motto, applicabile ad ogni campo di cui egli si è occupato: epistemologia, scienza, tecnologia, arte, educazione, etica, politica, e soprattutto a quello che è il vero passepartout della sua filosofia: la democrazia, la parola magica cui si lega la sua visione dinamica della conoscenza, e della vita stessa.
La teoria della conoscenza, come ogni altro aspetto della riflessione filosofica, ha infatti in Dewey forti connotati sperimentali. Ciò che conta è il processo incessante della ricerca, che non raggiunge mai risultati certi e definitivi, ma che mette continuamente in discussione le conoscenze acquisite. Dewey prese subito sul serio la rivoluzione darwiniana, non solo perché essa mette a segno il colpo definitivo ad ogni finalismo della natura (dopo che, nel '600, la fisica e l'astronomia moderne avevano sancito il passaggio dal mondo chiuso all'universo infinito), ma anche perché ci mostra che la vita stessa, il regno animale e ancor di più umano, aborre l'immobilismo. Il processo di innovazione non può, e non deve, essere arrestato, pena l'inaridimento di ogni attività. Dewey sottolinea "l'importanza di uscire dal tracciato in cui la mano pesante della consuetudine tende a spingere ogni forma di attività umana, compresa l'indagine intellettuale e scientifica", che pure è all'origine della liberazione delle forze più dinamiche dell'intelligenza: "La routine tende a ottundere perfino l'indagine scientifica: sbarra la strada alla scoperta e al lavoro scientifico attivo. In quanto attività, scoperta e indagine sono sinonimi: la scienza è ricerca e non un impossessarsi dell'immutabile".
Lo stesso vale, a maggior ragione, per la politica - e per la democrazia, intesa come un "medium cognitivo" per la soluzione dei problemi pubblici - per la quale Dewey rivendica l'esistenza di "un Ministero del Disturbo, una fonte istituzionale di scompiglio, uno scardinatore del tran tran e del compiacimento".
Come ha osservato Hilary Putnam, in Dewey, la parola "democrazia" ha una valenza filosofica assai generale. Coincide con la "logica dell'indagine", che a sua volta ci fornisce una "giustificazione epistemologica della democrazia": un punto di riferimento fondamentale per chi, oggi, come Dewey ai suoi tempi, voglia impegnarsi in un processo dì rinnovamento della filosofia. Una sfida presa sul serio dal convegno che si è svolto dai 10 al 13 aprile presso l'università della Calabria, organizzato dal Dipartimento di Scienze dell'Educazione, su John Dewey. La filosofia e l'educazione per la democrazia.
Il convegno è stato aperto dallo stesso Putnam, della cui relazione proponiamo qui un ampio stralcio, e ha visto la partecipazione dei maggiori studiosi americani di Dewey, tra cui Thomas Alexander, Larry Hickman, direttore del Center for Dewey Studies di Carbondale nell'Illinois, di cui è stato appena stata pubblicata
dall'editore Armando La tecnologia pragmatica di John Dewey, con una presentazione di Giuseppe Spadafora, e numerosi studiosi europei e italiani (tra
cui Jaime Nubiola, Hans Peter Krueger, Krystina Wilkoszewka, Aldo Visalberghi, Mario Alcaro, Alberto Granese, Nicola Siciliabi de Cumis, e lo stesso Spadafora).Per l'occasione è stata inaugurata la European John Dewey Society (vedi: www.calio.it/europeanjohndeweysociety) che si propone di trattare, nello spirito di Dewey, cioè di un pensiero attento alle dinamiche sociali ma che non demonizza i meccanismi di mercato, i problemi di oggi legati alle trasformazioni della democrazia e alla globalizzazione economica. Alla luce di essi il convegno ha messo in rilievo l'importanza della "ricostruzione" filosofica deweyana, legata al tentativo di "ricostruire" l'educazione e la democrazia applicato ad un contesto non solo americano ma globale. Quello che è emerso è stata la straordinaria attualità del pensiero deweyano, espressione di una particolare lettura del pragmatismo americano, una filosofia intermedia tra idealismo e realismo, ma soprattutto una filosofia completamente immersa nelle trasformazioni scientifiche e tecnologiche del Novecento.
Questo è il tema del libro di Hickman. Egli sostiene che tra i grandi filosofi di questo secolo che si siano occupati della dimensione tecnica delle nostre società, Dewey è stato l'unico a svilupparne un sapere critico, da mettere direttamente nelle mani dei cittadini per educarli a un controllo reale. All'atteggiamento misticheggiante o nostalgico di Wittgenstein, Heidegger o Adorno, Dewey oppone una visione realistica e concreta della dinamica tecnologica e dei meccanismi di innovazione, senza nascondere i problemi etici e sociali.
La sua filosofia è una raffinata e coerente forma di fallibilismo, applicato ad ogni pratica sociale e ad ogni forma di attività umana, compresa la capacità stessa di affrontare problemi sociali e tecnologici sempre inediti. Ma il nocciolo di tale fallibilismo si trova proprio nei due aspetti, strettamente intrecciati tra loro, qui affrontati da Putnam: quello epistemologico e quello etico. Il fallibilismo implica la possibilità di cambiare o modificare le proprie conoscenze, idee, credenze, valori, nel momento in cui queste siano sottoposte a critiche convincenti, senza però farci precipitare in una situazione di incertezza cronica, o in un relativismo immobilizzante. E questo proprio grazie al carattere insieme democratico - e dunque intersoggettivo - e sperimentale dell'indagine. Ci sono valori, idee, conoscenze che mostrano una resistenza maggiore alle nostre critiche e ai nostri esperimenti di confutazione. E tra questi ci piace credere che vi siano proprio quelli legati ai nostri ideali democratici, da cui dipende costitutivamente la nostra stessa possibilità di mantenere sempre aperta l'indagine. |