Etica, la Chiesa non può tacereLa rivista "Micromega" dedica un numero intero a Dio. Per il prefetto dell'ex Sant'Uffizio "il consenso cristiano di
fondo, che fino a 50 anni fa sembrava stabile, va sempre più
sfaldandosi" "Ciò non significa che la fede non dica più nulla alla società che cambia. E
che possa essere neutrale su questioni come la vita e la famiglia" |
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| Cardinale Ratzinger, di fronte al dolore umano la domanda
teologica non pare più essere "chi è Dio?", bensì "dov'è
Dio?". In quest'ottica il valore della riflessione teologica deve
essere attestato dal suo immediato riferimento alla sfera
pratica? |
"Io sono molto scettico nei confronti di questi slogan: danno
l'impressione che si tratti di spunti fino ad ora assai poco maturi.
Anche il tanto sbandierato riferimento alla prassi, a proposito
della questione della teodicea, rimane in fin dei conti un discorso
molto teorico. Mi sembra che l'istanza avanzata, che la teologia
sia sensibile alla sofferenza, abbia sempre fatto parte degli aspetti
costitutivi della vita cristiana. In questo senso, che la religione del
Dio sofferente abbia un particolare dovere di assistenza nei
confronti degli afflitti, e che ciò costituisca un settore
fondamentale della prassi cristiana, mi sembra un fatto non
utilizzabile contro la riflessione teologica della Chiesa. La
caritas, la cura nei confronti di colui che soffre, in tutta la
singolarità e contingenza che lo qualificano, è stata percepita in
ogni tempo come un tratto distintivo del cristiano, anche se è vero
che in tutte le epoche c'è stato un ricorso alla violenza da parte dei
cristiani. Certamente, una fede che guarda al crocifisso deve
teorizzare un'attenzione particolare per tutti i "crocifissi", cioè per
tutti coloro che soffrono. Questa fede dovrà provare una
dedizione tutta speciale alla causa di quanti sono oppressi dal
potere dei potenti o semplicemente dalla miseria della loro
situazione. Ma tutto ciò non mi sembra giustificare una riduzione
della teologia, nel suo insieme, al pensiero della teodicea, perché
in tal modo non si fanno più emergere quelle grandi energie che
alimentano l'impegno nei confronti di coloro che soffrono e
l'intima speranza che viene loro instillata. Questo rischio è
connesso, in generale, con quella svolta antropologica che, pur
incontrando il favore della teologia, ha finito per allontanare Dio
dal campo visivo di questa, non da ultimo nell'intento di renderlo
più comprensibile. Così, non di rado, la teologia si è talmente
calata nella sfera mondana da mettere in secondo piano il suo vero
oggetto. L'esempio classico in tal senso è una variante della
teologia della liberazione, che trasforma la redenzione in una
teoria politica. Dietro tutto ciò si nasconde l'idea che il
cristianesimo, così come è stato esperito e vissuto fino ad oggi,
non abbia modificato il mondo, e che pertanto la fede, nella sua
forma tradizionale, sia insufficiente e debba finalmente diventare
prassi, cioè debba essere trasformata in una teoria politica. Ma
proprio in questo modo la fede decade al livello delle molte teorie
politiche, e poiché essa ciò nonostante si ammanta di senso
religioso, finisce per assolutizzare l'empirico e in tal modo non
offre più ciò che la fede propriamente potrebbe donare".
| Non è dunque possibile ricondurre le sfide della teologia sul
terreno della nuova concezione di plausibilità situazionale,
tipica della nostra visione moderna e secolare del mondo, e
alla quale i teologi - intellettuali che vivono nel proprio tempo -
non possono né vogliono sottrarsi? Che cosa ne pensa, a
questo proposito, dello statuto della teologia come
insegnamento universitario che si confronta con le
problematiche delle discipline laiche? |
"La teologia non opera in un universo vuoto, e quindi deve
continuamente chiedersi entro quale orizzonte sia collocata, a che
punto siamo arrivati, che cosa dobbiamo lasciare cadere, dove
dobbiamo completamente rinnovarci. Di fronte a una visione del
mondo per molti aspetti radicalmente nuova, elaborata nel
Novecento, la teologia si vede di fronte al compito di riproporre la
questione di come la fede possa conservare la propria identità e
insieme anche rinnovarsi. Naturalmente, la voce di quest'epoca si
fa sentire soprattutto nelle università. A dire il vero, solo in
Germania esistono facoltà teologiche statali: è forse per questo
che il pensiero teologico tedesco appare particolarmente
tormentato. Ma anche in altre realtà accademiche - penso agli
atenei di lingua inglese, ma anche a quelli del mondo latino, pur
con le diverse varianti - il contatto con ciò che il nostro tempo
sembra suggerirci e ciò che sembra escludere è indispensabile e
fecondo, sicché direi che la situazione tedesca denota una
particolare tensione e urgenza che però sono riscontrabili, secondo
differenti modalità, anche nel resto del mondo".
| Popper e Kelsen hanno affermato che la democrazia, essendo
un ordinamento necessario - perché privo di alternative - non
è un metodo per il reperimento della verità, né può valere da
fondamento per la verità stessa; al contrario, essa esclude
deliberatamente tutte le questioni concernenti il vero, così da
consentire una convivenza ispirata alla formula: "La
maggioranza è preferibile alla verità". È per questo che il
modello democratico non potrebbe funzionare se applicato
alla Chiesa? |
"Su questo punto sono d'accordo con Popper e Kelsen. La
democrazia è valida e sensata all'interno di una sfera ben
determinata, ma ci sono appunto certi ambiti per i quali essa non
ha senso. Quando il pensiero della verità è in crisi, anche la Chiesa
viene ridotta alla sua dimensione sociologica, e il rapporto di Dio
con il suo popolo non è più concepito a partire soprattutto da Dio.
Stando così le cose, i cristiani ritengono che dovremmo inventarci
noi stessi ciò che la Chiesa deve fare, e che potremmo farlo in
maniera appropriata solo adottando il principio della maggioranza.
Ma se i membri di un gruppo stanno cercando insieme ciò in cui
vogliono credere, mi domando perché la maggioranza, laddove
decida qualcosa, dovrebbe essere vincolante anche per la
minoranza".
| Ma il riconoscimento di una democrazia neutrale rispetto alla
verità non implica anche una presa di posizione a favore delle
differenze? La Chiesa direbbe cioè: noi vogliamo conservare
intatta la nostra verità, ma non abbiamo nessun'altra esigenza
da far valere nei confronti della società pluralistica. Da questo
punto di vista, non le sembra inconcepibile l'idea stessa di una
politica della Chiesa, così come viene condotta dai partiti
politici cristiani? |
"Nell'impero romano, all'interno del quale la Chiesa
rappresentava solo un'esigua minoranza, essa poteva però contare
su di un consenso sempre maggiore quando contrastava l'usanza,
voluta dalla religione politica, di prostrarsi davanti all'imperatore.
Era una spina nel fianco che finì per mettere in crisi l'intero
sistema e per condurlo al tracollo. Diversamente stanno le cose in
una società ancora dominata da un sostanziale consenso cristiano.
Tocqueville trovò a fondamento della democrazia americana una
radicata fede protestante, alla quale tutti i cristiani potevano
richiamarsi. Anche in Europa, persino dopo l'esperienza
dell'Illuminismo e della separazione di Chiesa e Stato, è sempre
stata ben presente una coscienza cristiana più o meno forte, che si
riflette ad esempio nella concezione del matrimonio e della
famiglia o nell'adozione delle festività cristiane come principali
scansioni dell'anno solare. Tuttavia oggi dobbiamo ammettere che
questo consenso cristiano di fondo, che solo cinquant'anni fa
sembrava solido e duraturo, va sempre più sfaldandosi. Ma questo
non può significare che la Chiesa non sia più in grado di dire
niente a una società in via di trasformazione. Certo, qua e là essa
dovrà tirarsi indietro di fronte alla società nel suo insieme, e non
potrà più influire sulla politica come faceva un tempo. Però la
Chiesa non potrà nemmeno condannarsi al silenzio quando sia
convinta di dover combattere non già per cause confessionali, ma
per difendere quel minimo di eticità che è indispensabile alla
condizione umana, e che potrebbe e dovrebbe essere evidente già
in linea di principio; mi riferisco ad esempio all'intangibilità della
vita umana o alla questione della struttura familiare rispetto ad
altre possibili forme di convivenza. Se la Chiesa vuole ottenere
che questo minimo di eticità che essa rappresenta trovi spazio
anche nelle legislazioni, non può limitarsi a produrre argomenti di
tipo religioso, ma deve sforzarsi di dimostrare che le sue posizioni
possiedono un'evidenza universale. Perciò, a seconda della
situazione storica in cui si troverà ad operare, la Chiesa dovrà
differenziare il proprio approccio nei confronti della pubblica
opinione. Essa non potrà però mai essere del tutto neutrale di
fronte alle strutture etiche di una determinata società. Se poi i
partiti possano o debbano definirsi cristiani, e fino a che punto, è
un'altra questione, che adesso non oso nemmeno affrontare". |