Preziosa fatica di uno dei padri della scienza politica del Novecento, questo libro, non eccessivo neppure
nella mole, si legge come un rinfrescante breviario in un'epoca che dello smarrimento e dell'oscuro
sembra talvolta aver fatto la sua bandiera. Chi, come molti tra noi, è abituato a immaginare la democrazia
quale pianta universale che, messe le radici nell'Atene di Pericle, sopporta ogni genere di tempesta fino
al suo rigoglio contemporaneo rimarrà colpito dall'intelligenza con la quale Dahl smonta questo oggetto
quasi sacrale per spiegarci che in realtà la democrazia è nata ed è morta cento volte nella storia. All'idea
di democrazia come sistema egli sostituisce l'idea di democrazia come condizioni ambientali, il risultato,
cioè, di fattori mutevoli e ricorrenti la cui presenza o assenza (e tra quelli elencati da Dahl l'accesso su
base paritaria al sistema informativo suona di particolare attualità) determina la possibilità o meno di vita.
Ma se la presunta perennità della democrazia sta nel continuo seppur incostante ripresentarsi delle sue
condizioni ambientali, la sua sicura superiorità sta nel fatto che essa soddisfa meglio di ogni altro
sistema quella logica dell'eguaglianza che Dahl riconosce alle origini di ogni vita associativa.
C'è, dietro queste pagine, un mondo di idee e di uomini che vanno da Jefferson a Stuart Mill, da Kant a
Tocqueville, ma c'è anche un gioco di rinvii intellettuali tra le due sponde dell'Atlantico, tra l'Europa e
l'America, tra l'etica dell'una e il pragmatismo dell'altra, che costituisce l'ossatura segreta e fascinosa di
questo libro. Perché per fare giustizia delle molte obiezioni che sono state mosse ad ogni discorso sulla
democrazia egualitaria Dahl non manca, poi, di ricordarci con una concretezza e un buon senso solo in
superficie più banali e svagati di ogni dichiarazione morale che la democrazia è il miglior sistema di
governo proprio perché essa è sempre in grado di migliorarsi.
Pianta apparentemente eguale e in realtà sempre diversa, la democrazia come la conosciamo all'inizio
del XX secolo è qualcosa di completamente nuovo rispetto al passato perché per la prima volta si cerca
di tradurre il principio etico dell'intrinseca eguaglianza in una pratica istituzionale. Questa considerazione
aiuta a dare un giudizio più indulgente sulla tenuta democratica del secolo appena trascorso, perché
molti dei suoi mali (il dominio delle élites politiche, la corruzione dei partiti, le involuzioni autoritarie)
possono legittimamente attribuirsi al cattivo apprendistato di una forma politica ancora tutta da
sperimentare. |