RASSEGNA STAMPA

22 APRILE 2000
BRUNO GRAVAGNUOLO
Tutti i mostri liberati dall'utopia
NEL PAMPHLET DI PIERLUIGI BATTISTA ANALISI DISCUTIBILE SUI TOTALITFARISMI
Un libro che intende colpire al cuore l'ideologia del progressismo antifascista
Il nazismo, i comunismi e le idee diverse di uomini "nuovi"
Che l'"utopia", come "forma mentis" e pulsione salvifica, innervi l'immaginario collettivo delle moderne società totalitarie, è conclusione storiografica pacifica. Benché non sia affare di lana caprina distinguere tra utopia come "altrove sistemico", creazione "catastrofica" d'un mondo totalmente "altro", e utopia come "lievito". Stimolo critico e "Parallelo ideale", che rischiara il futuro. Una valenza presente nell'etimo della parola creata da Tommaso Moro nel 1516; "non-luogo" (per quanto Moro immaginasse poi la città di "Arnauroto").
E poi presente finanche in Croce, che pur nell'affossare il marxismo parlava della "legge del valore economico" marxiana come "paragone ellittico", a giustificazione di una società libera dallo "sfruttamento". E in tal senso l'interpretava Gramsci. Mentre altresì non andrebbe dimenticata l'"utopia negativa" della scuola di Francoforte. Con Adorno in testa. Che é invito infinito a una liberazione mai compiuta. Dalle maglie del Dominio che ingabbia il "non-identico". Ma, venendo al significato prevalente - che non annulla l'altro - è indubbio che "Utopia", almeno a partire da Moro è stata in Occidente disegno compiuto di un "altrove". Con leggi, i suoi uomini, radicalmente "nuovi". Da fabbricare alla fine dei tempi. O al loro nuovo inizio escatologico. Ed è precisamente questa l'accezione di Utopia scelta da Pierluigi Battista nel suo "La fine dell'innocenza. Utopia, totalitarismo e comunismo" (Grilli Marsilio, pp. 154). Pamphlet a metà tra esegesi e polemica immediata, Contro l'idea di un comunismo "innocente", a fronte del nazismo. E "assolto" e sciolto da ogni comparazione con l'altra faccia totalitaria della modernità. Il nazismo, giusto appunto. Dietro il pamphlet "esegetico", affiora quindi il tarlo contingente e ben preciso dell'autore. Colpire al cuore l'ideologia del progressismo antifascista e di sinistra. Azionista ed ex comunista. Che nel vantare ancora una certa "primazia morale" dentro la democrazia repubblicana contro la destra, "rimuove" l'identità sostanziale tra Gulag e Auschwitz. Proprio in nome delle nobili "intenzioni utopiche". Escluse e combattute nel nazismo, solo "traviate" nel comunismo. A ciò s'aggiungerebbe, nella tesi dell'autore - che usa un'espressione di Paolo Mieli - l'esercizio da sinistra di un incongruo "potere battesimale" verso l'avversario. Insomma, sarebbe la sinistra a dire chi è "legittimato" in politica. E ciò malgrado le passate complicità con uno dei due totalitarismi.
Sgombriamo il campo da quest'ultimo argomento. Che è distorsivo perchè anzi s'è ben visto in Italia chi è che usa quel "potere", inselvatichendo la tenzone politica a "scelta di campo" e "crociata" contro il comunismo. E facendo dei post-comunisti e dei loro alleati dei barbari. O al più dei servi sciocchi. Concentriamoci invece sulla tesi storiografica di Battista, e sui suoi addentellati esegetici. Cominciando da questi ultimi, ovvero dalle Utopie di Moro e Campanella: 1516, 1602.In esse, ricostruite con perizia, l'autore scorge il seme lontano dell'universo concentrazionario novecentesco, nonché delle Utopie letterarie alla Orwell. Un seme frainteso da quanti in quelle costruzioni fantastiche videro solo gioco estetico, o vagheggiamento morale contro la durezza del mondo moderno in gestazione. E ha ragione su questo Battista, che utilizza Trevor-Roper. Ragione nel mostrare che dietro il sogno edenico-collettivo si celava l'incubo livellatore di una nuova società organica e gerarchica. Provvista magari delle mirabile della scienza, e animata dalla volontà di sradicare conflitti e peculiarità individuali della natura umana. Solo che il sogno di utopia atterra - troppo velocemente e senza spiegazioni - al suolo dei moderni progetti egualitari e razzisti del secolo trascorso. Quasi per partenogenesi da un'"Idea-malapianta", di cui in fondo per Battista il comunismo è la fase suprema e più compiuta. Non che manchino accenni nell'autore a certe condizioni storiche di sfondo. Ma meglio sarebbe stato approfondire perché mai l'Utopia nel senso su esposto - riemerge nella storia. E quali i suoi percorsi' Quale il suo significato materiale e simbolico. Bene, fu la crisi dell'impero universale e la nascita dello stato assoluto a secondare, nel 1500, la nascita di una tale idea. A favorirla "a contrario": come illusoria medicina. Contro la disgregazione religiosa dell'Autorità. E contro l'ipertrofia della nuova Autorità secolare: il Leviatano statale laico.
Sullo sfondo di una società mercantile antifeudale - non di rado alleata ai monarchi - Utopia restaurava la pax cristiana. E in una versione ereticale o laicizzata della fede. Proprio come in Moro o Campanella. All'insegna del mito evangelico della fratellanza coatta. O addirittura di una "eugenetica virtuosa", come negli accoppiamenti regolati da guardiani e sacerdoti nella "Città del sole". Sennonché, ecco il paradosso - e contro ciò che dice Cristopher Lasch - è l'idea stessa di Progresso a esser intrisa di Utopie. In un imprevisto corto-circuito tra meta futuribile e nostalgia di atavismo collettivo. Di ciò parlano le utopie liberali (a volte razziste) di autori come Smith, oppure Bentham, inventore del "Panopticon", di Locke e Condorcet e poi di tutta l'ala radicale giacobina della rivoluzione del 1789.
Insomma, la "perfettibilità costruttiva", sprigionata a cavallo della prima rivoluzione industriale - che spiantava interi popoli tra prigionia degli opifici e colonizzazioni - è intrisa di Utopia. Sebbene poi il liberalismo come principio (ma all'inizio censitario) racchiuda anche il germe difensivo contro le riproposte di "società totali". Vuoi dire che lo specimen moderno del "totalitarismo utopico", non di quello di Platone - che reagiva contro la negazione della Polis antica - ha di fronte a sè il suo controveleno: la "società civile". Che diffonde la proprietà, ma anche la "dignità universale" delle persone singole. Quando però quel controveleno non "include" le persone, ma anzi le esclude e le distrugge - come dice Norman Cohn quando spiega i movimenti ereticali - ecco che si affaccia Utopia.
Chiaro che nella modernità otto-novecentesca, con la nascita del movimento socialista, vien fuori la reazione organicista e protofascista di cui scrive Zeev Sternhell. Ed è altresì chiaro che l'età imperialista, con la catastrofe delle guerre mondiali, attiva un'immane pulsione di atavismo. E una sorta di "tribalizzazione delle masse" a doppio segno: fascista e comunista.
Che mobilita attese messianiche e bisogni identitari. Rilanciando il Progresso in forme mitiche: organicismo della stirpe e del destino.
Ed egualitarismo bolscevico della classe universale. Ora ci si chiede: l'utopia comunista, con i suoi crimini, non è regressiva almeno quanto l'altra? Ebbene, è il revisionista Ernst Nolte a rispondere: il comunismo fu un mito "illuminista e universale". Mentre il nazismo fu un "mito etnico", con gli ebrei come nemico "artificiale". Che significa questo? Non certo che le "intenzioni" riscattino gli errori racchiusi nella teoria politica utopica di Marx, poi riplasmata da Lenin. Ma solo che il " Già, i "comunismi", perchè così si deve dire. Allo stesso modo in cui diversi furono i "capitalismi", benché accomunati da coesivo ideologico ed economico, e nel segno di una "cultura liberale" colpevole anch'essa di menzogne e rimozioni. Verso i popoli extraeuropei assoggettati. E verso i popoli interni, al tempo dell'"accumulazione originaria".
Tiriamo le fila. Se è vero che l'Utopia in quanto "altrove", e non come "ideale regolativo", è tentazione regressiva, come sostiene Battista, è poi vero del pari che quella tentazione nasce dall'intreccio di miseria e progresso. E che un conto è il progresso reazionario, biologista ed etnicista. Altro il progresso comunitario-livellatore, pseudoscientista e illuminista. Il quale, in certe condizioni, genera fatalmente mostri: per l'"umanesimo perfettista" che racchiude. Infine, di là dello schematismo polemico di Battista, "demonizzante", c'è un altro punto nel libro, che non sarebbe giusto sottacere. E' la questione sempiterna dei ritardi delle rimozioni del Pci, rispetto alle questioni su elencate. E' vero, quel ritardo è stato intollerabile. E tuttavia non fu tanto un ritardo politico. Che anzi, dal dopoguerra in poi, il Pci potenziò la democrazia italiana. Fu un ritardo "omissivo" di indole ideologica e di appartenenza. E in singolare contrasto con l'"essere sociale" del Pci: partito riformista-comunista. Sta in quell'ossimoro irrisolto, che mai produsse un vero partito socialista e democratico, la radice delle "colpe" che ancora oggi i suoi eredi scontano.
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vedi anche
Filosofia (e) politica