RASSEGNA STAMPA

20 APRILE 2000
ADELINO ZANINI
Povertà, soggetto d'amore
"Nove lezioni impartite a me stesso"
Edito da manifestolibri "Kairòs, Alma Venus, Multitudo", l'ultimo libro di Antonio Negri
L ' ultimo libro di Antonio Negri edito da manifestolibri (Kairòs, Alma Venus, Multitudo) si presenta come un breve quanto denso trattato di filosofia critica, suddiviso in nove lezioni "impartite a me stesso". Obiettivo primo è quello di sconfiggere il predominio di idealismo e trascendentalismo: ovvero, di quelle forme di pensiero sempre attuali che non hanno relazione alcuna con l'esperienza materialistica del "comune": "tristissime heideggeriane nude figure dell'impotenza". Le scelte di Negri - tema in oggetto, autori inclusi ed esclusi - sono al solito radicali; chiari e inequivocabili i precedenti: i Prolegomeni del 1981 (usciti in Macchina tempo e riediti da manifestolibri), Spinoza e Marx. L'insistere sulla dimensione della temporalità come tessuto ontologico del materialismo, sulla potenza affermativa dell'essere e la soggettivazione del divenire, ha infatti quale presupposto quel Marx oltre Marx (1979) che è stato e rimane la vera fucina del pensiero negriano. Il resto è accessorio al fine di cogliere il costituirsi temporale del "comune" della moltitudine.
Il nome e la cosa
Kairòs significa "tempo della costituzione ontologica", alla cui fondazione Negri dedica la prima parte del libro, muovendo dalla tormentatissima relazione tra "nome" e "cosa".
L'attribuzione di un nome (comune) alle cose chiama ad esistenza la cosa stessa: il nome stabilisce le condizioni di esistenza dell'evento della cosa medesima, nello stesso momento. Per il materialismo, predicare l'essere significa innovarlo; nella tradizione trascendentale, viceversa, il nome è l'identità della cosa e della sua essenza: il nesso tra conoscenza e realtà necessita qui dell'identità tra soggetto e predicato, di una coincidenza spaziale però, rispetto a cui il tempo "si presenta come illusione o come misura, mai come evento". Il riferimento ai Prolegomeni del 1981 è chiaro: la subordinazione del tempo allo spazio determina l'incapacità di cogliere l'evento della cosa.
Il problema centrale consiste nel chiedersi "come il tempo si instauri nel processo della conoscenza, come l'ontologia del tempo partecipi dell'ontologia del conoscere". Si tratta del problema, relativo alla costituzione ontologica dell'essere stesso, a cui Negri trova soluzione dimostrando che kairòs non è solo l'hic temporis, ma anche la potenza di esperire la temporalità, di affacciarsi sull'orlo del tempo, sul vuoto del tempo a-venire. Per mezzo di kairòs, "l'affermazione ontologica del nome non può intendersi che come decisione di nuovo essere". Il tempo è costitutivo, poiché la percezione ontologica del kairòs fa sì che il nominare incrementi l'essere, così come "il nome chiama la cosa ad una nuova singolare esistenza".
Ora, il fatto che il nome non abbia un luogo, altro non dice se non che il nome stesso abita il linguaggio, un comune luogo linguistico, un insieme di eventi. E' qui, perciò, che un kairòs si trova di fronte ad altri kairòs; è qui ove si genera il "comune" dei nomi. Il fatto poi che lo stesso kairòs si prolunghi nell'a-venire, qualifica lo sporgersi dell'essere come immaginazione. Il nome comune si situa tra il pieno della temporalità presente e l'a-venire; fonda l'innovazione, atto comune di immaginazione e di produzione: prassi. Spinoza insegna a ri-leggere Marx.
Tra eterno (massa degli eventi) e a-venire, il tempo è "dismisura", in quanto rompe la quiete di ciò che è stato e lo offre al rischio dell'a-venire. Qui avviene la produzione del "comune" che costituisce le singolarità. Processo che, nel postmoderno, è eminentemente linguistico: "se produzione è comunicazione, il mondo della natura e degli artefatti va interamente condotto alla produzione di soggettività, e la soggettività instaura la produzione nel biopolitico".
Centrale è in questo senso la figura del "povero", che Negri indica come "nuda eternità della potenza di essere". La povertà è infatti esperienza smisurata, per la quale il biopolitico si pone come essere comune, "comune del comune". Il materialismo è da sempre legato a questa potente comunanza che nel postmoderno assume però l'aspetto di un paradosso logico: il più integrato è infatti il povero più povero, cioè l'escluso. Del resto, non c'è altro modo di pensare la potenza costituente di un "nuovo comune" se non attraverso lo "smisurato" esistere della povertà come singolarità. "Che cos'è infatti la produzione, oggi, nel postmoderno, se non la valorizzazione del comune, nel comune biopolitico, degli atti singolari che, intrecciandosi come moltitudine, producono il mondo e lo riproducono?" Tuttavia, il povero non è oggetto, bensì soggetto d'amore; la povertà è una condizione che ha nell'amore la sua effettiva comunanza. Si tratta di un passaggio che nel libro di Negri è ad un tempo intuitivo ed altamente complesso. Di certo, il riferimento più pertinente è alla cooperazione come istanza (anche) affettiva, che non necessita di volontà alcuna per essere posta e realizzata. La "militanza" a cui il testo si riferisce è in questo senso una figura la cui improprietà è sottolineata ma ricercata. Quello che per Negri non è mai in discussione, in effetti, è non solo il tessuto storico della riflessione filosofica, ma anche il suo connotato materialistico e perciò antimetafisico.
La potenza della nuda vita
La "militanza del comune" prende il posto della politica e delle sue espressioni parassitarie; ma il punto non sta nel sottolineare la crisi di pratiche che intendevano cambiare la vita, quanto nel sottolineare che, nel postmoderno, l'unica prospettiva pensabile non può che muovere da un "pieno costitutivo" solo per mezzo del quale l'approccio all'orlo dell'essere non è destinato a degenerare negli abissi heideggeriani.
Povertà e amore sono la chiave di volta del biopolitico; ma attenzione: la "nuda vita" è potenza, non contingenza. Qui è "l'oltre Marx" a essere chiamato in causa, l'astrazione determinata che nell'epistemologia marxiana fonda l'andamento temporale del metodo tendenziale. La moltitudine non è soggetto attivo di un nuovo finalismo trascendentale ma di una decisione politica, che non civetta con l'ossessione del negativo, e dà luogo ad un "andarsene costituendo". Di nuovo l'esodo.
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