La mente? E' fatta di esperienza| Un convegno sui "meccanismi" della conoscenza |
| UNA PERSONA si accinge a compiere un movimento, si propone di prendere la penna per scrivere una breve nota su un
foglio. Nel suo cervello, in una parte della corteccia responsabile dei movimenti, gruppi di neuroni si eccitano, si attivano,
pronti ad agire: il movimento non è stato ancora compiuto, ma il cervello ha attivato una memoria motoria, lo schema del
movimento, che, eventualmente, verrà attuato. Un'altra persona osserva invece qualcuno che, vicino a lei, afferra un
oggetto, batte un chiodo con un martello: nel suo cervello gruppi di neuroni si eccitano, come se avessero compiuto loro
quell'azione: si tratta di neuroni-specchio, cellule nervose che hanno la funzione di ''copiare'' i gesti dei nostri simili, di
facilitare l'acquisizione di schemi motori per pura e semplice imitazione, come abbiamo tutti fatto nel corso della nostra
infanzia quando abbiamo imitato le mosse degli adulti e, soprattutto, le loro espressioni facciali, i gesti implicati nella
produzione di parole.
Dunque la mente potrebbe essere fatta di meccanismi, di moduli che imitano un movimento, lo preparano, lo producono
implementandolo in azioni muscolari? Ed è anche fatta di altri moduli che entrano in funzione quando ci emozioniamo,
piangiamo, siamo tristi o felici? La mente dipende da ''agenzie cognitive'', come sostiene Daniel Dennett, e noi
proiettiamo gli stati mentali su quelle attività o ''agenzie'' che sono attive in un particolare istante, come appunto la
motricità, cosicché la coscienza non è altro che un miraggio, un patetico, falso problema? Oppure numerose teorie
cognitive che guardano al cervello come a una macchina ci dicono ben poco su ciò che ognuno di noi sente e prova
quando è triste, felice, dubbioso e via dicendo, come sostiene il filosofo Sergio Moravia? Intorno a questi due opposti poli
si è articolato un interessante convegno internazionale promosso dall'Università di Urbino e coordinato da Nando Filograsso in cui si è cercato di fare il punto sulla mente alla luce dei progressi della genetica, neuroscienze, scienze
cognitive, psicologia.
Fino a pochi anni or sono, la mente cui guardavano molti filosofi era in gran parte ''disincarnata'', lontana dalle sue reali
caratteristiche biologiche e dalle modalità del suo sviluppo: ma oggi, come hanno sottolineato diversi psicologi, da
Howard Gardner a Colwyn Trevarten allo stesso Filograsso, ciò che andiamo scoprendo sulle caratteristiche della mente
del bambino getta una nuova luce sulla mente dell'adulto. Sappiamo ad esempio che la mente infantile è dotata di
''meccanismi'' che la portano ad imitare l'adulto, a produrre espressioni facciali e movimenti, a passare da forme di
pensiero concreto a forme di pensiero astratto. Queste trasformazioni della mente dipendono in buona misura dal modo
diretto e concreto con cui interagiamo da piccoli col mondo che ci circonda, interazioni che non sono attività cognitive
''pure'' ma che prendono forma a partire da attività di base quali i movimenti, le sensazioni, le emozioni.
Molti ritengono infatti che nel corso della storia naturale del genere umano, l'evoluzione di alcuni comportamenti motori,
ad esempio la capacità di costruire e manipolare strumenti, abbia fatto sì che si affermasse una logica basata sulla
strutturazione di una sequenza di passi concatenati, proprio come quelli necessari ad eseguire un movimento. Lo
sviluppo di questa capacità sequenziale, basata sul prima e sul dopo, su nessi di causa ed effetto, fa sì che quelle aree
della corteccia che controllano la motricità del linguaggio generino quelle sequenze di sillabe che sono alla base della
parola. Parlare, cioè articolare una sequenza di sillabe, rassomiglia perciò, in termini di eventi muscolari sequenziali, a
scheggiare una selce o a scagliare una lancia... D'altronde, esperienze cenestetiche come in alto e in basso, destra e
sinistra, dentro e fuori, hanno fornito la base fisica e concreta per lo sviluppo di simboli e metafore utilizzate nel
linguaggio: dalla borsa valori che sale o che precipita, al politico che scende in campo, all'innamorato che, per la gioia, si
sente volare in alto...
Il sé, insomma, dipende da un continuo processo di costruzione delle nostre percezioni, sensazioni, azioni, da un
complesso processo di rappresentazioni che originano dai nostri visceri e dai nostri movimenti che contribuiscono a
fornirci immagini della realtà circostante: generalmente, invece, noi privilegiamo una concezione essenzialmente cognitiva
della mente, prevalentemente passiva o innatista, anziché attiva e basata sull'esperienza. Azioni e movimenti hanno
invece un ruolo centrale nei processi di rappresentazione mentale a partire dalle fasi embrionali quando l'embrione
comincia a mettere in atto una serie di movimenti che costituiscono i mattoni dei futuri comportamenti motori. Insomma, i
sostenitori di una mente essenzialmente cognitiva, simile a quella di un computer, devono oggi fare i conti con la logica
del corpo e delle sue emozioni, proprietà che fin dai primi passi infantili, distinguono le menti umane da quelle artificiali. |